Maria Ressa, il coraggio delle idee

Credits: Bartolomeo Rossi #ijf19

La giornalista filippina, persona dell’anno per la rivista “Time” e tra le principali oppositrici del Presidente Rodrigo Duterte, è stata l’ospite di punta dell’edizione 2019 del Festival del giornalismo di Perugia. La nostra intervista


«Scusate se sono un po’ in ritardo, sono appena scesa dall’aereo!», dice sorridendo timidamente davanti alle centinaia di persone arrivate a Perugia per sentirla. E prendere quell’aereo non è stato per niente facile né scontato, per Maria Ressa. Appena sei giorni prima era stata arrestata e rilasciata su cauzione, stessa cosa si era ripetuta 48 ore prima del suo arrivo nel capoluogo umbro, ospite più atteso della 13ma edizione del festival del giornalismo. Manifestazione alla quale ha potuto partecipare solo grazie ad un permesso per l’espatrio concesso da sei tribunali. Nonostante tutto, la giornalista filippina ride, fa foto con tutti e, se non fosse per la calca che le si crea attorno e per il giubbottino sportivo rosso acceso che indossa, passerebbe quasi inosservata.

Quando però sale sul palco per parlare delle difficoltà dei media filippini ai tempi di Rodrigo Duterte, Maria Ressa è un fiume in piena. Paladina della libertà di stampa, “Persona dell’anno” 2018 per Time come “guardiana” della democrazia, la giornalista è direttrice di testata da lei fondata nel 2012 che ha portato alla luce vari episodi di corruzione nel governo di Manila. Inchieste che le sono costate arresti, processi – «Ne ho a carico 5, rischio fino a 55 anni di carcere, ma ho fiducia nei giudici» – insulti e minacce sul web da parte dei troll filo-governativi.

«Fare la giornalista nelle filippine richiede molto più coraggio del solito. Faccio questo lavoro da più di trent’anni e mi sono occupata di tutto quello che succede nel Sud-est asiatico, ma questi sono tempi molto diversi – ci racconta – Con una tecnologia così avanzata i giornalisti non possono occuparsi solo del mondo reale, ma devono guardare con molta attenzione a quello che succede in quello virtuale». Il riferimento non è solo ai troll, “armi” usate ovunque (dagli Stati Uniti alla Russia) per inquinare l’opinione pubblica e il dibattito online, ma è anche agli aspetti positivi che la rete può offrire: «Abbiamo gli open data, molto di ciò che ci serve è sotto gli occhi di tutti e le risposte sono lì, basta cercarle».

«Internet però è anche un’arma pericolosissima, aumenta esponenzialmente i toni della guerra psicologica contro i giornalisti, soprattutto quando sono da soli e lontani dalla redazione. Questo succede ora, in maniera molto più grave di prima. Per questo i giornalisti devono unirsi e collaborare per porre le basi del domani, strettamente connesso con la qualità della democrazia – e aggiunge – Dobbiamo lottare con le unghie e con i denti per fare in modo che la situazione non peggiori ancora».

Una democrazia gravemente in difficoltà nel suo Paese, nel quale però Duterte ha ancora un forte sostegno: «Non so quanto della sua popolarità dipenda dalla propaganda sui social network. Il suo cavallo di battaglia è la Guerra alla Droga, che fino ad ora però non ha prodotto nessun arresto tra i vertici dei cartelli filippini, ma solo migliaia di morti tra i poveri, spesso tossicodipendenti. La polizia li ha uccisi senza processo. Questo deve finire, le impunità non sono più accettabili. I responsabili dei crimini devono rispondere delle proprie azioni davanti a un tribunale».

I giochi sono però ancora aperti e lo status quo non è irreversibile: «Molto dipenderà dalle elezioni del prossimo 13 maggio. Il risultato disegnerà la democrazia delle Filippine per i prossimi anni. Staremo a vedere», dice con un barlume di speranza negli occhi. Una luce che si offusca quando tratta della dilagante disinformazione online: «Il potere fa sforzi enormi per manipolare le informazioni. Questo deve costringerci a impegnarci sempre di più per comprendere ciò che è vero e ciò che non lo è, in quello che leggiamo e condividiamo. Inizia tutto dal singolo lettore. Lo step successivo è creare comunità informate e resilienti. Dobbiamo smetterla di gridare e ricominciare ad ascoltare: i social media sono nati come uno strumento meraviglioso e potentissimo, non lo sono più. Dobbiamo tornare a come era prima».

Ressa si è anche soffermata sul sessismo e sulla misoginia dilagante che rendono il lavoro delle giornaliste ancora più duro: «Quando sei donna sei esposta ad insulti e minacce dieci volte di più della media. Ti attaccano per tutto, ti rendono un oggetto sessuale, ti augurano lo stupro. Nel momento in cui una collega viene ridotta ad oggetto sessuale, perde del tutto di credibilità. Dobbiamo combattere questo fenomeno, ve lo dice una che è stata paragonata a qualsiasi animale esistente».

Durante la conferenza, insieme alla direttrice esecutiva del Pulitzer Center on Crisis Reporting Indira Lakshmanan, Ressa ha parlato non solo della sua esperienza e di quella di Rappler (cui  è stata revocata la licenza di testata giornalistica per presunti finanziamenti americani illegali) ma ha anche mostrato, in un video, le testimonianze di suoi colleghi filippini, minacciati, insultati o aggrediti per il loro lavoro. A tutti – cinque tra corrispondenti di testate estere e reporter dei quotidiani locali – è alla fine stata posta la stessa domanda: «Smetteresti di lavorare per non avere più problemi?». La risposta è unanime e per niente scontata: «No». È la stessa risposta che Maria Ressa si dà ogni giorno, nonostante l’ombra di più di cinquant’anni da scontare in carcere per aver portato avanti, con professionalità, la propria missione.

 

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