«Sarà un anno a crescita zero»

Industria italiana

Il paese è fermo, sostiene il professor Di Giorgio, prorettore della Luiss. Il rapporto dell'Ocse boccia l'Italia a pochi giorni dalla riscrittura del Def.


Bocciati sia Quota 100 sia il reddito di cittadinanza. Le misure cavallo di battaglia del governo Conte non sbloccheranno il ristagno dell’economia italiana, dice l’Ocse nell’ultimo rapporto sullo stato economico del paese.

La sostanza è che l’Italia è ferma, rimarca anche il professor Giorgio Di Giorgio. Per lui sarà «un anno a crescita zero. E le misure del governo non aiutano, essendo sostanzialmente politiche redistributive non orientate alla crescita». giorgio di giorgio

Dall’istituto parigino prevedono una contrazione dello 0,2 per cento nel 2019 e un lieve passo avanti dello 0,5 per il 2020. Un rapporto, quello dell’Ocse, che arriva in un momento molto delicato, visto che tra qualche giorno il governo dovrà riscrivere il Documento di Economia e Finanza. È sempre più evidente come l’obiettivo di crescita previsto dall’esecutivo sia praticamente utopico, cosa che ha ieri ha dovuto ammettere anche il Ministro dell’Economia Giovanni Tria.

«Abrogare le modifiche alle regole sul pensionamento anticipato» è il suggerimento che dà l’Ocse all’Italia, perché Quota 100 aumenterà le disuguaglianze intergenerazionali, mentre il reddito di cittadinanza «rischia di incoraggiare l’occupazione informale e creare trappole della povertà». Fare retromarcia su queste misure, ha ribadito il segretario Angel Gurría, permetterebbe di risparmiare 40 miliardi.

A fronte della preoccupante stagnazione italiana, viene da chiedersi se la ripresa di cui si è parlato tra il 2015 e il 2017 fosse così solida da poter sopportare eventuali tensioni finanziarie. «L’economia italiana – sostiene Di Giorgio – si sarebbe comunque arrestata per via di un rallentamento globale ed europeo. Ma non c’è dubbio che le incertezze sulla composizione del governo, le esternazioni disomogenee, l’enfasi posta su un allontanamento dai percorsi di risanamento concordati con l’Unione Europea hanno fatto aumentare l’incertezza, hanno creato nervosismo, e hanno avuto un effetto peggiorativo sui tassi di interesse che paghiamo sul nostro debito».

Sul sistema italiano, infatti, non pesa soltanto il macigno del debito pubblico, ma anche la scarsa produttività, rimasta sostanzialmente ai livelli pre crisi.

Secondo il professor Di Giorgio, per incentivare lavoratori autonomi e imprese alla crescita «occorre usare la leva fiscale, riprendere i programmi che erano stati adottati dal Ministro Calenda per rilanciare investimenti privati, innovazione digitale e ammodernamento delle strutture produttive. Non si possono ridurre le tasse senza distinzioni, va usato quel margine di spazio che si può trovare nel bilancio per favorire la crescita e finanziare investimenti pubblici di qualità, riducendo spesa pubblica improduttiva e sprechi».

Mentre l’Italia rallenta, lo stesso fa l’Europa, in particolare quella Germania da sempre considerata principale locomotiva del Continente. «Come tutte le piccole economie aperte – aggiunge Di Giorgio – siamo dipendenti dall’andamento di quelle con cui commerciamo, non solo la Germania, ma anche la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. La domanda che semmai dovremmo porci, più politica che economica, è quale futuro dovremmo aspettarci se paesi come Italia, Francia e Germania continueranno a competere da soli contro giganti come Stati Uniti, Cina, o realtà con prospettive future importanti quali India, Russia, Brasile, Sud Africa».

 

 

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