La memoria, ciò che abbiamo cancellato, e ciò che forse andava salvato. ‘Niente di personale’ di Roberto Cotroneo

02122018124035

Nel suo ultimo libro lo scrittore e giornalista piemontese ci guida alla scoperta di un mondo che non esiste più e ci pone un interrogativo: "Era inevitabile fare terra bruciata del passato?"


Che cosa è rimasto nel senso comune della nostra storia? Ricordi indistinti, percezioni sbiadite, una certa fascinazione superficiale per ciò che è amarcord, e una vaga sensazione che “in passato le cose funzionavano meglio”. Poco altro. L’ultimo libro di Roberto Cotroneo, ‘Niente di personale’, edito da La Nave di Teseo, ruota attorno ad un concetto che è sotto gli occhi di tutti, e al contempo difficile da vedere: abbiamo tranciato ogni legame con l’eredità culturale e morale dei nostri avi. Non si sta parlando della storia intesa in senso didascalico. Bene o male, quella viene ancora insegnata nelle scuole. Ciò che si è perso è una memoria molto più importante. E’ la memoria collettiva del sentire di un’intera generazione. Studiare, uscire dalla povertà, affermarsi in società, comunicare, esercitare il potere, avere relazioni sentimentali, scrivere in un giornale, lottare, sperare, credere, pubblicare saggi e romanzi, persino fare festa e ubriacarsi. Se volessimo andare alla ricerca di ciò che ha significato per i nostri padri tutto questo non sapremmo neanche da dove iniziare. Ricordate la strofa di una vecchia canzone di Fabrizio De André, ‘Coda di Lupo’? «Con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia, ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria». E’ questo il leitmotiv di ‘Niente di personale’, un’opera fuori dagli schemi sotto molti punti di vista.

Anzitutto, il libro di Cotroneo colpisce perché risulta difficile da collocare in un genere letterario ben definito. O meglio, in un unico genere letterario. L’autore alterna elementi tipici del romanzo autobiografico e del memoir, ma prende in prestito anche temi provenienti dalla narrativa storico-sentimentale e psicologica. Un’altra particolarità che salta all’occhio dopo le prime pagine è la struttura, priva di una trama delineata secondo i canoni classici. Nel romanzo di Cotroneo manca l’intreccio – il plot – sostituito da una serie di episodi, aneddoti, storie e riflessioni, non collegati tra loro alla stregua della sequenza di eventi che caratterizza un racconto. Il trait d’union di tutto il libro è la voce narrante, appartenente ad uno scrittore e giornalista, di origini piemontesi ma trapiantato da tempo a Roma, che ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo lavorativo all’interno della redazione cultura dell’Espresso. Un personaggio dietro il quale è facile riconoscere lo stesso Roberto Cotroneo. Pur non palesando in che misura il punto di vista del narratore corrisponda a quello dell’autore, con questo artificio Cotroneo riesce ad attribuire al titolo dell’opera il fascino del paradosso. In ‘Niente di Personale’, infatti, tutto sembra estremamente personale.

C’è un momento, sul finire del ‘900, in cui il tempo ha iniziato ad accelerare e un intero paese è sparito in pochi anni, come inghiottito da un dirupo. «E’ cambiato il mondo ed è cambiato più in vent’anni che in quattro secoli» dice l’autore, collocando questa cesura con l’inizio degli anni ’90 e il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. E’ a partire da questo periodo che un intero sistema ha iniziato a franare, a cominciare da alcuni punti fermi: «A quei tempi l’ammirazione per gli scrittori era disinteressata […] L’amore era programmato per durare, il sesso era un argomento privato che non andava affrontato. Le foto si scattavano alle persone pubbliche e mettersi in posa era qualcosa di seccante per chiunque. Nessuno si esprimeva su tutto e quelli più bravi non si esprimevano su niente. […] Il potere era silenzio, fiducia, relazioni, discrezione». Soprattutto, il peccato originario di questa generazione è quello di aver perso una qualità che ne racchiude al suo interno molte altre: il vitalismo. Quella vivacità di spirito, quell’impulsività, quella spavalderia che ti danno «la forza di vivere, di osare, di fare progetti, di migliorarsi, di amare». Quella brillantezza che ti porta a «guardare in fondo, dove nessuno può vedere», quella curiosità che spinge a studiare, ricercare, informarsi, ascoltare i propri padri, porre interrogativi alle generazioni precedenti, guardare album di famiglia. Quell’ambizione che contribuisce «ad arringare le folle, indicare la direzione, alzare la voce e dire le parole che servono. A chiedere un mondo giusto a costo di farlo con ingiustizia».

Dietro questa messa a nudo di una società che è diventata mediocre, superficiale, poco intensa e per nulla coraggiosa non c’è alcun atteggiamento paternalista. Cotroneo non cede, infatti, a uno dei cliché più ricorrenti quando si analizzano i cambiamenti rispetto al passato: “i giovani d’oggi non valgono niente”. Non c’è traccia di superiorità generazionale in ‘Niente di personale’, semmai una lucida critica della totale assenza di interscambio culturale tra vecchi e giovani. «Non è vero che i giovani non sanno, che i giovani non studiano, che sono ignoranti. Studiano eccome, ma sanno tutte altre cose, non le nostre. Non c’è più un terreno comune, non c’è più niente che ci tenga uniti». Un episodio meglio di tutti spiega l’incomunicabilità tra generazioni e costituisce la chiave di volta per comprendere l’amarezza e il disincanto con cui l’autore guarda al presente. Durante un colloquio con un ex-direttore di quotidiani un aspirante giornalista di vent’anni racconta all’uomo della sua ultima visita ai Fori Imperiali: «Ho pagato il biglietto e ho cominciato a camminare. C’erano frammenti, colonne, capitelli, pezzi di templi, case romane, le terme di non so bene chi, il Palazzo Imperiale. Sono salito al Palatino e ho guardato dall’alto. E non capivo niente. Non sono ignorante. Ho studiato l’Impero Romano, so cosa è un reperto, e so qualcosa dell’età Imperiale, ho letto anche un libro su Augusto, e ho letto anche le Memorie di Adriano. Eppure, era tutto estraneo. Come per lei la realtà virtuale e le logiche dei social. […] Non sono più moderno io di lei, e lei non è più acculturato di me. Siamo solo due disperati in un mondo che non sa più leggere niente. L’antico non legge il moderno, il moderno non legge l’antico». Il finale del capitolo è altrettanto esplicativo: l’anziano chiama l’attuale direttore per consigliargli di ricevere il ragazzo, ma la proposta viene liquidata con sbrigatività: «Ma si, dai, quanti ce ne sono che dicono queste cose? A me serve gente che trovi notizie, che faccia traffico sul web…» Appiattiti da un eterno presente i vecchi hanno perso la curiosità per il futuro, per le nuove generazioni, e i giovani quella per il passato, per gli anziani.

Nel libro di Cotroneo il contrasto tra antico e moderno si materializza in una moltitudine di aspetti che caratterizzano la quotidianità: l’ossessione per l’apparire e l’attenzione alla creazione di una certa immagine di sé («oggi se non ti sei realizzato in qualche modo di vita e di arte non esisti, se non sai argomentare come Don DeLillo non conti niente, se non sei riuscito a costruire una scenografia della tua vita per cui valga la pena pagare un biglietto, non occorre che tu stia al mondo»); lo svilimento dei legami sentimentali («l’invenzione dell’amore, la costruzione della passione per colmare vite ferite. L’amour fou è una nevrosi ossessiva da almeno tre generazioni, una narrazione, una scrittura, una ragione per esistere. Pochi amano veramente, troppi si innamorano di se stessi»); il narcisismo e l’ostentazione della propria vita, la tendenza a sbandierare in pubblica piazza ogni aspetto dell’esistenza (a proposito del padre la voce narrante dice: «Ma quando il sarto del paese era diventato un affermato cardiologo? Era una favola, una storia che bisognava raccontare, una grande storia. Ci avrei scritto dieci libri se fosse accaduto a me, e lui invece non lo raccontava»); l’affievolimento della caratura intellettuale di scrittori e giornalisti («La cultura era politica, non intrattenimento, come oggi. Allora si scriveva per interrogare il mondo. Oggi si scrive per mercato e narcisismo. […] Il credo vero oggi è raggiungere: raggiungere il pubblico dei lettori, raggiungere il pubblico di chi si vuole informare. Perché il lettore è un consumatore. Noi ci facevamo inseguire. Eravamo guide alpine che trascinavano in vetta gli appassionati»). E poi dura, impietosa, la critica ai social network che hanno cambiato le nostre strutture mentali («Henry Ford per spiegare il successo diceva: “Mi hanno chiesto cavalli più veloci, e io ho inventato l’automobile”. Erano cavalli più veloci, ma fatti in un altro modo. E cosa avrebbe potuto dire Marck Zuckerberg al posto di Henry Ford? Mi hanno chiesto giornali, sentimenti, musica, sogni, vacanze, storie, malinconie, e io ho inventato i social network?»).

Quello che Cotroneo delinea in ‘Niente di personale’ è un quadro a tinte fosche, decadente, un orizzonte pessimista con delle prospettive avvilenti. La visione di un uomo che è entrato a far parte di un mondo in procinto di sgretolarsi. Il narratore ha assistito agli ultimi anni di questo universo, prima di essere catapultato in un sistema nuovo, in cui i valori ereditati non contano più. Il libro ci restituisce in maniera realistica lo smarrimento e il dolore di chi assiste agli ultimi sussulti di un’epoca e fa fatica ad ambientarsi in una modernità che risulta asettica, piatta, banale. Un romanzo che potrebbe sembrare un malinconico rifugio nel passato se, con lo scorrere delle righe, non iniziasse lentamente a farsi largo uno spiraglio di luce. La consapevolezza, chiara ma non urlata, anzi quasi sommessa, che «Niente peggiora mai abbastanza da far rimpiangere il passato». Non compare mai un’invocazione tout-court a tornare indietro, a cancellare gli ultimi anni e a ripiombare nel passato. Quello che conta è mantenere viva la memoria di un’epoca e di quello che vi è stato di grandioso. E chissà che un giorno, mentre si sta camminando nel buio, «le cose più antiche, quelle che pensiamo superate, che attribuiamo al nostro passato, e poi a quello dei nostri padri e dei nostri nonni» possano accendersi all’improvviso, «e illuminare la strada della notte» come vecchi «lampioni di solitudine». ‘Niente di personale’ è intriso di nostalgia, ma non è un libro nostalgico.

condividi