“Leaving Neverland”, il controverso documentario su Michael Jackson riapre la polemica degli abusi su minori

EPA/CONNIE ARAMAKI

Il film raccoglie le testimonianze di due ragazzi che accusano il cantante di aver abusato sessualmente di loro quando erano bambini


«Michael Jackson mi ha molestato molte volte». «Facevamo sesso in quasi tutte le stanze della sua casa». «A 7 anni mi chiese di prendere il suo pene in bocca». Queste parole terribili risuonano più forti delle canzoni di Michael Jackson. A pronunciarle sono James Safechuk e Wade Robson, i giovani che accusano Jackson di averli molestati sessualmente quando avevano rispettivamente undici e sette anni.

Le loro testimonianze sono state raccolte nel documentario shock ‘Leaving Neverland‘, diretto dal regista Dan Reed e presentato in anteprima al Sundace Film Festival. In Italia è stato mandato in onda sul canale ‘Nove’, in prima serata. Il film ha suscitato vivo scalpore in tutto il mondo per i suoi contenuti controversi. Per la prima volta infatti vengono portati all’attenzione del grande pubblico le testimonianze dei due ragazzini che accusarono la popstar di molestie sessuali, compiute tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.

I ragazzi, oggi trentenni, raccontano di come conobbero Jackson e il rapporto che si instaurò con lui negli anni a venire. James Safechuk conobbe il cantante sul set di uno spot per la Pepsi-Cola. Da quel momento i due iniziarono a frequentarsi assiduamente. «Michael mi scriveva tutti i giorni. Lo accompagnavo nei tour e mi esibivo con lui sul palco. Eravamo inseparabili e dormivamo nello stesso letto» racconta Safechuk. «Quando eravamo insieme ci toccavamo. Lui mi invitava a toccargli i genitali e mi baciava con la lingua. Poi si masturbava. Dopo qualche tempo abbiamo iniziato ad avere dei rapporti sessuali completi. Succedeva sia negli alberghi all’estero che nella sua tenuta di ‘Neverland’ dove rimanevo per settimane intere. Avevo 12 anni». Dalle testimonianze del giovane si evince come Jackson intrattenesse delle vere e proprie relazioni con i ragazzini di cui si circondava, prima stringendo un legame con le famiglie dei bambini, poi, progressivamente, isolandoli dai genitori per poter stare solo con loro il più possibile. «Abbiamo persino simulato un matrimonio- continua Safechuk- mi ha regalato una fede d’oro tempestata di diamanti. Mi tremano le mani quando la tocco».

Michael Jackson e James Safechuck

 

Wade Robson invece conobbe Jackson tramite una sorta di audizione video. Il cantante chiese alla famiglia del bambino (7 anni all’epoca dei fatti) di inviargli delle cassette in cui Robson, grande fan di Jackson, si esibiva imitando i suoi passi di danza. Jackson invitò poi Robson e i suoi familiari nella tenuta di Neverland. Il ranch comprendeva più di mille ettari, la residenza aveva moltissime stanze. «Io dormivo sempre nel suo letto- racconta Wade- dopo qualche tempo che ci conoscevamo iniziò a molestarmi. Di giorno giocavamo sempre insieme, mentre di notte avevamo dei rapporti sessuali. Una sera lui mi chiese di prendere il suo pene in bocca, dopo che lui l’aveva fatto con me. Avevo 7 anni».

 

Jackson assieme a Wade Robson

Questi racconti terribili riaprono ancora una volta la discussione sull’eredità umana di Michael Jackson. Già quando la pop star era in vita le accuse di molestie su minori si susseguirono con regolarità. Anche l’attore bambino Macaulay Culkin venne chiamato a testimoniare al processo che si svolse nel 2005. Negò categoricamente tutte le accuse, lasciando un alone di mistero sull’effettiva veridicità delle testimonianze degli accusatori.

Ciò che colpisce dai racconti dei due ragazzi intervistati, oltre al profondo sgomento che i racconti stessi generano in chi li ascolta, è il legame quasi “romantico” che i due avevano stabilito con Michael Jackson. I ragazzini vivevano in un rapporto di dipendenza emotiva verso il cantante. Ciò è dimostrato dalle loro stesse parole: «Quando non eravamo insieme pensavo a lui continuamente» dice Safechuk, mentre Robson racconta di come passasse le serate vicino al telefono ad aspettare le sue chiamate. «Ci inviavamo fax continuamente con parole affettuose. Eravamo come due innamorati».  Una dipendenza emotiva, forse provocata dall’enorme ascendente che il cantante esercitava sui suoi fan, fino a creare dei propri fenomeni di isteria di massa.

Il documentario, diviso in due parti, è di forte impatto emotivo e i racconti dei due giovani colpiscono come dei pugni nello stomaco. Ne esce una versione mostruosa di Michael Jackson, inedita e inquietante. Verità? Racconti costruiti? Le prove degli abusi subiti non sono concrete e si possono solo desumere dai racconti dei protagonisti. In ogni caso l’opera è riuscita nel suo intento principale: far parlare di sé, riportando l’attenzione su uno dei casi mediatici più controversi degli ultimi decenni, su cui ancora aleggia una fitta coltre di mistero e di dubbio.

Gli eredi di Jackson hanno speso parole durissime sul documentario, definendolo «Costruito, senza possibilità di replica e senza tener conto delle testimonianze di chi sosteneva il contrario degli accusatori», caratteristica evidenziata anche da alcuni critici cinematografici. Oltre all’indubbio valore cronachistico, il documentario mette in luce anche gli effetti perversi del fenomeno di costume che era Michael Jackson, il suo potere mediatico e gli immensi interessi che ruotavano attorno alla sua figura.  Le conseguenze del film sono già in atto: la BBC ha annunciato che non trasmetterà più le canzoni di Jackson, mentre il marchio di moda Louis Vuitton ha ritirato tutti i capi della nuova collezione ispirati allo stile del cantante. Una condanna mediatica, che arriva però post-mortem, ma ancora capace di impattare su quello che fu considerato “il più grande fenomeno pop di tutti i tempi”.

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