Omicidio Alpi-Hrovatin, l’ombra di Gladio

Ilaria Alpi, uccisa nel 1994 a Mogadiscio

A 25 anni dalla morte della giornalista e dell'operatore non si è arrivati a nessuna verità. Tra depistaggi e sentenze annullate si parla anche della presenza in Somalia di membri dell'organizzazione paramilitare ufficialmente sciolta nel 1990


A 25 anni dall’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994, rimangono tantissime ipotesi ma nessuna certezza. Tra depistaggi, possibili colpevoli offerti «come capro espiatorio» (cit. Corte d’Assise di Roma, 1999) per riallacciare i rapporti tra Italia e Somalia, una condanna in Cassazione a 26 anni poi annullata con un risarcimento di 3 milioni di euro al somalo che si era fatto 19 anni di carcere da innocente e infine la richiesta di archiviazione per il duplice omicidio, sembra davvero che la giornalista Rai e il suo operatore siano «morti per il caldo che faceva a Mogadiscio», per citare Luciana Alpi, morta il 12 giugno scorso senza riuscire a scoprire la verità sulla morte della figlia.

Due «presenze anomale»

Nel 2012 un’inchiesta di Andrea Palladino e Luciano Scalettari su Il Fatto Quotidiano aveva aperto nuovi scenari sulla morte della Alpi e di Hrovatin. I due giornalisti erano riusciti a ricostruire la presenza a Bosaso, il 14 marzo 1994 (6 giorni prima del duplice omicidio), di reparti «informali» dell’intelligence italiana.

Dal Sios Alto Tirreno-La Spezia, ossia il servizio segreto della Marina Militare, parte un dispaccio tanto breve quanto enigmatico: «Causa presenze anomale in aree Bos/Lasko ordinasi “Jupiter” rientro immediato base 1 Mog. Ordinasi spostamento tattico “Condor” zona operativa “Bravo” possibile intervento». L’uomo chiamato «Jupiter» doveva lasciare in tempo breve le aree di Bosaso e Las Koreh a causa di «presenze anomale», mentre l’agente con nome in codice «Condor» doveva spostarsi in vista di un «possibile intervento» in una zona operativa non identificata.

Il dubbio è che quelle «presenze anomale» rispondessero ai nomi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che stavano conducendo un’inchiesta in Somalia. Se fosse così, si tratterebbe di una pista molto interessante. Ma alla Procura di Roma, titolare dell’inchiesta sul duplice omicidio, non si muove nulla.

L’ombra di Gladio

Carlo Palermo e Giovanni D’Amati, legali dei parenti di Ilaria Alpi, e Giulio Vasaturo, avvocato di Federazione Nazionale Stampa Italiana, Ordine dei Giornalisti e Sindacato dei colleghi Rai, si stanno opponendo alla terza richiesta di archiviazione per il duplice omicidio e al centro ci sono alcune delle carte trovate da Palladino e Scalettari. In particolare quelle che contengono messaggi in gergo militari che fanno riferimento a operazioni in Somalia nel marzo 1994.

Sono ordini interni alla struttura Stay Behind che parlerebbero di Gladio, l’organizzazione paramilitare (ufficialmente sciolta nel 1991) creata nel 1956 per combattere «dietro le linee» una ipotetica invasione dell’Italia da parte delle forze del Patto di Varsavia.

Se molte di queste carte sono illeggibili, alcune danno informazioni su personaggi interessanti. Vincenzo Li Causi, alias «Vicari», comandante del Centro Scorpione di Gladio a Trapani dal 1987 al 1990. Giuseppe Cammisa, ossia «Jupiter», che era il braccio destro di Francesco Cardella, che con Mauro Rostagno (giornalista ucciso nel 1988) della comunità terapeutica per tossicodipendenti Saman. E infine «Condor», al secolo forse Marco Mandolini, sottufficiale del Col Moschin a capo della scorta del generale Loi in Somalia, anche lui ucciso in circostanze misteriose su una scogliera della Versilia nel 1995.

Quel messaggio in codice

Il messaggio di cui parlavamo prima, quello che segnalava le «presenze anomale» e ordinava gli spostamenti di «Jupiter» e di «Condor», è classificato come «segretissimo» e viene mandato dal Comando di La Spezia. Questo messaggio parla di Bosaso e parte lo stesso giorno in cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin arrivano nella città somala. Coincidenze? Può darsi, ma sarebbe interessante scoprire che cosa stava accadendo in quel luogo in quei giorni.

La presenza di Cammisa/«Jupiter» in quei luoghi era stata confermato da un pentito della ‘ndrangheta, Francesco Fonti, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul duplice omicidio. Fonti, che nel frattempo è morto, raccontava di essere stato a Mogadiscio nel gennaio 1993 per organizzare delle spedizioni di rifiuti tossici e in quell’occasione avrebbe incontrato anche «Jupiter». La Alpi e Hrovatin stavano lavorando su questo? Carlo Taormina, presidente della commissione, ritenne di non dover approfondire ulteriormente quella testimonianza.

condividi