La Roma verace tra i banchi di Monteverde

Lo storico Mercato Gianicolense è l'emblema di tante realtà rionali che conservano intatta l'identità della capitale. Colori, suoni e atmosfera dell'autenticità romana che non tramonta


«Se fai una foto a me, si rompe l’obbiettivo!» scherza un ragazzo di origini nordafricane che trasporta cassette e scatoloni su un furgoncino. Il Mercato Gianicolense di Monteverde Nuovo brulica di attività come un formicaio. Bisogna spingersi a forza di zig zag oltre i primi banchi anonimi e affacciarsi di lato al complesso di casottini per intuire l’incantesimo che regna su Piazza San Giovanni di Dio.

La prima cosa che cambia è la luce. Il sole filtra attraverso le coperture in laminato e si amalgama con i neon e le lampadine che illuminano la merce. Le chiazze di penombra qua e là devono assicurare una frescura invidiabile durante i caldi estivi. I rumori del traffico sulla Circonvallazione non arrivano fin qui. Nei corridoi il borbottio vivace degli scambi tra commercianti e clienti si impenna ogni tanto nei toni delle réclame urlate dai banchisti. A una delle estremità, quando lo spiazzo rettangolare piega a novanta gradi, un sottofondo di stornelli romani si propaga da uno stereo a tutti gli stand vicini.

Un suq a Roma

Un po’ bazar, un po’ borgata. Sono circa 120 i chioschi che popolano uno dei mercati rionali a cielo aperto più grandi della capitale. I fruttivendoli la fanno da padroni, ma sui banchi di Monteverde trovano posto fiori, uova, pane, formaggi, salumi, pesce e carne di tutti i tipi. Passando per libri e prodotti per l’igiene domestica, vini e oggetti d’antiquariato, la varietà in questo piccolo labirinto commerciale lascia spaesati. Su TripAdvisor un utente lo definisce come «uno dei più forniti e con il miglior rapporto qualità-prezzo di Roma». Fuori dal web, molti avventori hanno teste canute e la sicurezza di chi conosce la pianta delle bancarelle come casa sua. L’impressione è che una buona fetta della popolazione del quartiere venga qui a fare la spesa, riempiendo gli intervalli fra un acquisto e l’altro di chiacchiere senza orario.

Modernità e caramelle

Negli sguardi dei venditori che seguono la passeggiata di una forestiera e della sua macchina fotografica non c’è traccia di diffidenza. Anzi, rallentando l’andatura si guadagna pure un assaggio profumato. «Zenzero e cannella». Patrizia sporge il braccio attraverso due scaffali affollati di barattoli di ogni foggia. Tra il pollice e l’indice offre una lunga caramella gialla punteggiata di marrone. Dopo molti anni di lavoro in uno studio notarile, la vita l’ha trascinata con passione in questo microcosmo allungato non lontano dal Gianicolo. Il suo spazio ospita spezie, olio, semi, mieli, legumi, vini e farine. Progettarlo e allestirlo con cura la riempie di soddisfazione. «Qualche giorno fa è venuta una giornalista australiana con la sua troupe. Stanno preparando uno speciale sui mercati rionali di Roma. Qui siamo abbastanza abituati alla stampa», spiega il suo compagno Carlo, che vende prodotti alimentari nella piazzola accanto a lei. La coppia porta avanti anche un’agenzia di rappresentanza presso la grande distribuzione. Per l’attività di grossisti, il loro biglietto da visita indica un sito web, una pagina Facebook e un profilo Twitter: il progresso che avanza, anche tra i vicoli di Monteverde.

Il salvagente straniero

Il Gianicolense raccoglie più anime e strategie commerciali. Alcuni venditori decidono di alzare le saracinesche solo nei giorni di maggiore affluenza; altre postazioni invece sono gestite a turno da diversi concessionari. «Ci conosciamo più o meno tutti, tranne con alcuni extracomunitari. Molti di loro vanno e vengono ma ci salvano, tenendo aperti alcuni banchi» racconta Alberto, che vende surgelati. Sopra la sua testa pende attaccato a un filo un grande pesce palla imbalsamato – regalo di un cliente, di ritorno da una vacanza sul Mar Rosso. Suo padre e sua madre qui commerciavano in frutta e verdura. Quando Alberto si è trovato senza lavoro, ha deciso di occupare il posto che avevano lasciato i genitori. «Il mercato sopravvive anche grazie agli stranieri, senza di loro non ci sarebbe nessuno. I figli spesso se ne vanno o non vogliono lavorare qui».

Dalle origini a oggi

Sono lontani i tempi dei carretti che vendevano per strada i prodotti arrivati dai mercati generali o direttamente delle campagne. In vista delle Olimpiadi romane, nel 1960 il mercato si stabilizzò nella forma che è rimasta invariata fino ad oggi. Della ristrutturazione si parla da almeno vent’anni, ma senza risultati concreti. «Il progetto è già pronto da tempo. Il problema sono i soldi. Verdi, bianchi, gialli: di qualunque colore sia l’amministrazione, è sempre la stessa storia», continua Alberto. «Certo, l’aspetto del mercato cambierebbe, ma avere strutture nuove e migliori condizioni igieniche farebbe contenti sia i clienti che i commercianti».

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