L’inchiesta come antidoto all’intelligenza artificiale

Il direttore responsabile di Fanpage.it, Francesco Piccinini, con il videoreporter Sacha Biazzo (S) nella redazione di Fanpage a Napoli per la conferenza stampa sulla loro inchiesta sul traffico dei rifiuti in Campania, 16 febbraio 2018. ANSA / CIRO FUSCO

Il giornalismo investigativo, spiega Giovanni Gozzini, docente di Storia del Giornalismo, è l’unico settore in cui l’uomo può fare meglio delle macchine. Se non si va in questa direzione, si prospetta uno scenario inquietante


Nell’immagine il direttore di FanPage Francesco Piccinini
e il giornalista Sacha Biazzo, autore dell’inchiesta «Bloody Money»

Giornalisti sostituiti dall’intelligenza artificiale (AI)? Sembra uno scenario orwelliano ma potrebbe essere l’epilogo della trasformazione che sta investendo il campo dell’informazione. La prima testata a utilizzare l’AI è stato il Washington Post, che nel 2016 ha diffuso brevi news sui Giochi Olimpici di Rio interamente scritte in modo automatizzato. E, soprattutto negli Stati Uniti, la strada dell’informazione automatizzata viene sperimentata in modo sempre più diffuso. 

Dalle notizie da rivedere a quelle pronte per la diffusione

L’LA Times nel 2014 ha introdotto un algoritmo in grado di generare notizie sui terremoti negli USA, basandosi sui dati dello US Geological Survey. Queste news, però, devono essere rivisti da un giornalista prima di venire pubblicati. L’Associated Press, invece, dispone di un software che è in grado di utilizzare un linguaggio coerente allo stile della testata. Il già citato Washington Post utilizza da anni Heliograf, un software di scrittura automatica che è in grado di «scrivere» centinaia di articoli al minuto in modo completamente autonomo. 

Rivoluzione o progresso?

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’informazione aiuterà i giornalisti o finirà per sostituirli a favore delle macchine? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Gozzini, docente di Storia del Giornalismo all’Università di Siena: «C’è un mutamento di lungo periodo il cui scopo è quello di risparmiare sulla forza-lavoro, cioè il costo maggiore nella confezione del prodotto giornalistico». 

Il docente prosegue separando i due ruoli del giornalista: il gatekeeper, il guardiano, cioè colui che rimane in redazione, e il reporter. Spiega Gozzini: «La tecnologia fa prevalere la prima figura che può fare un lavoro di selezione su un flusso informativo che in modo automatico lo raggiunge sul luogo di lavoro».

Il dominio del mainstream

Se il reporter sparisce soppiantato dall’intelligenza artificiale, continua Gozzini, «il prezzo per la società è esiziale per le sorti della democrazia: tu ti rassegni a un prodotto giornalistico già esistente, quello del mainstream». Si assiste alla morte del pluralismo, della possibilità di ampliare il ventaglio delle opinioni e di andare a cercare notizie nuove. Uno scenario, secondo il professore, «da Grande Fratello» e che «dal punto di vista della tenuta democratica della società è molto inquietante».

La morte dell’immaginazione

Si potrebbe evitare tutto questo? Sì, secondo Gozzini, «possiamo fare un parallelo con gli scacchi, una disciplina così codificata e matematica che la competizione del computer rispetto all’essere umano è abbastanza efficiente. Ma il computer alla fine perde, perché?». L’essere umano ha una marcia in più che è l’immaginazione, la creatività. Ma è un elemento che stiamo perdendo: «Questo è il problema antropologico e psicologico dell’Occidente e delle economie avanzate: perdere la capacità di immaginare qualcosa che ancora non c’è. Così viene a mancare anche un ruolo propulsivo dal punto di vista storico: se Cristoforo Colombo avesse fatto un esame costi-benefici non sarebbe mai partito. La creatività implica un’esposizione al rischio».

Sarà l’inchiesta a salvare il giornalismo?

Uno scenario a dir poco pessimista, quello tratteggiato da Gozzini, che influisce anche sul settore dell’informazione: «Se i giornali andranno su questa strada dell’evoluzione automatizzata del mestiere sono destinati alla scomparsa. Se uno si vuole suicidare…». 

L’unica strada per la sopravvivenza del giornalismo potrebbe essere il giornalismo d’inchiesta, spiega lo studioso, quello fatto da «qualcuno che guidato dal rischio, dall’immaginazione e dalla creatività va a cercare le notizie che ancora non ci sono, che una macchina non riesce a captare nel mainstream dominante». L’esatto opposto di quella che è la tendenza dominante. Il giornalista, per rendersi indispensabile, deve fare ciò che l’intelligenza artificiale non riesce a fare: essere la voce fuori dal coro e dare alla società notizie che ancora non ci sono. 

condividi