«Il futuro degli algoritmi sarà la previsione delle azioni umane»

Le nuove frontiere della conoscenza computerizzata spiegate da un giovane ingegnere informatico


L’avvento della computerizzazione ha permesso lo sviluppo di nuove forme di conoscenza, prima del tutto ignote. Sono cambiate le cose da conoscere e le modalità attraverso cui la conoscenza di determinati argomenti può essere trasmessa. Questa regola può essere applicata a tutto il sapere scientifico, ma in particolare all’informatica, vera regina delle scienze odierne. E la base della nuova conoscenza sono gli algoritmi. Ma cosa si cela dietro questa parola complessa e dall’apparenza criptica? Che cos’è nei fatti un algoritmo?

A spiegarcelo è Alessandro, giovane ingegnere di una grande multinazionale americana leader nella creazione di prodotti informatici.

«Un algoritmo è un insieme di istruzioni che da un determinato imput ricavano una risposta. In pratica ricevono una domanda, la elaborano sulla base dei dati che lo costituiscono e danno un determinato riscontro». Nell’era dei cosiddetti ‘big data’, enormi quantità di dati sugli argomenti più disparati, gli algoritmi costituiscono la chiave di volta per comprendere, organizzare e sfruttare l’apparentemente informe massa di dati. «Oggi tutte le informazioni che ricaviamo- continua Alessandro- vengono storicizzate, registrate ed utilizzate grazie a particolari algoritmi, cosa che prima non accadeva».

Un algoritmo può essere in effetti scritto attraverso determinati linguaggi di programmazione specifici. «Ce ne sono molti. I più comuni si chiamano Piton e R, usati per dare una forma all’algoritmo così che possa essere innestato su di un computer ed elaborato». Si dice spesso che i dati sono il petrolio di questo tempo, tanto è grande il loro valore in termini commerciali, poiché grazie ad essi si può accedere a moltissime informazioni su di una persona. Abitudini al consumo, gusti e tendenze diventano informazioni preziose per le aziende che puntano a stimolare i consumi via web.

Tuttavia gli algoritmi trovano applicazione in moltissimi campi. «Dovunque ci sia una grande mole di informazioni e si vogliano ricavare degli ‘insight’ (valori) partendo dai dati grezzi, non organizzati e spesso incomprensibili. In questo caso gli esperti parlano di ‘data lake’, un lago di dati da cui attingere. Gli algoritmi classificano, comparano e organizzano le informazioni, ricercando un principio di causa-effetto. Il passo successivo, importantissimo, è quello della previsione, ovvero il cercare di prevedere le possibili conseguenze che derivano dalle informazioni analizzate». Le applicazioni in questo senso sono molte e suggestive. «Dall’auto a guida autonoma- dice Alessandro- fino alla previsione di incidenti o addirittura di crimini nelle ipotesi più futuristiche».

Una tecnologia così progredita non può però non generare delle domande da un punto di vista più elevato. Gli algoritmi possono avere implicazioni etiche? Il loro utilizzo pone dei problemi dal punto di vista etico? «Problemi etici ce ne sono e ci saranno anche in futuro. Ma non è l’algoritmo ad avere una moralità in sé. Piuttosto viene diretto e costituito sulla base dei dati che lo compongono, con cui, letteralmente, lo si alimenta. Gli stessi dati introducono la cosiddetta ‘Bias’, una sorta di pregiudizio dell’algoritmo, che lo porta a decidere in un determinato modo sulla base di specifici imput. In generale tutto dipende dai dati con cui si costruisce l’algoritmo, dalla loro qualità e specificità. Qualunque problematica dal punto di vista etico non può che provenire da chi crea l’algoritmo, ossia l’uomo».

Ad oggi gli algoritmi, ci spiega Alessandro, si trovano ancora ad uno stadio di sviluppo piuttosto primitivo, pur essendo in continuo sviluppo.

«Gli obbiettivi del futuro saranno legati sempre di più alla previsione. Prevedere sempre più in là le conseguenze delle azioni sulla base di dati raccolti». A questo punto aggiunge però una personale visione sui limiti della conoscenza ottenuta tramite algoritmi. «Affidandosi ciecamente alle macchine si rischia di discostarsi dalla realtà. In generale oggi si nutre troppo ottimismo sulla maturità della tecnologia. Nonostante possa apparire strano, la mente umana è ancora fondamentale per comprendere il mondo».

 

 

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