Poco coraggio e troppa luce per “Il Nome della Rosa”

ANSA/ UFFICO STAMPA FOSFOROPRESS

Nonostante il buon esordio per la serie di Rai 1 e nonostante 4 milioni di telespettatori, il prodotto non decolla. Ci sono gli attori e c'è la sceneggiatura, ma mancano ambiente e atmosfera


Il nome della Rosa”, ultimo gioiello targato Rai Fiction, tratto dal celebre romanzo di Umberto Eco, certamente ha fatto breccia nel cuore di molti spettatori. La serie è stata premiata con circa 4 milioni di telespettatori e uno share del 26%. Tuttavia coloro che avevano in mente il film come metro per valutare l’accuratezza della trasposizione, saranno rimasti delusi. L’oscurità del primo adattamento lascia (troppo) spazio alla luce, il Medioevo non si respira né si vede.

Nel film del 1997 di Jean Jacques Annaud vedemmo Sean Connery cimentarsi nel ruolo di Guglielmo da Baskerville, frate francescano di grande intelligenza e cultura, chiamato per scoprire il mistero che si cela dietro una serie di inquietanti delitti che sconvolgono un’abbazia sperduta sulle montagne.

In questa costosa produzione italo-americana e realizzata in quattro puntate per Rai 1, il frate è interpretato da John Turturro, che pare calzare il ruolo come un guanto. Ad arricchire il cast c’è anche Rupert Everett, che dalle commedie rosa anni 90 passa ad interpretare il cupo inquisitore Bernardo Gui, ruolo che prima fu di F. Murray Abraham. Difficile reggere il confronto con l’originale, tuttavia l’attore inglese consegna al suo antagonista una cattiveria più soffusa, meno sadica e maggiormente fanatica. In queste prime due puntate possiamo dire che lo spirito del romanzo sia stato generalmente rispettato. Molte le digressioni storiche e filosofiche, le citazioni colte (dal “rasoio di Occam” tanto caro ad Eco ai passi delle opere di Aristotele) e qualche scena di sangue inaspettata per un prodotto di Rai 1 destinato alla prima serata.

Tuttavia, confrontando i due adattamenti, l’uno cinematografico, l’altro televisivo, non si può fare a meno di evidenziare un importante elemento di fondo: l’ambientazione. Mentre nel film di Annaud è possibile respirare l’atmosfera oscurantista, cupa e violenta dell’Alto Medioevo, la serie tralascia di raccontare efficacemente gli eventi che fanno da sfondo alla vicenda narrata. Troppa luce, troppi panorami spettacolari, gli attori tutti troppo belli e troppo sbarbati. Il film faceva trasparire il Medioevo dagli orrori che lo hanno caratterizzato, mettendoli in scena senza sconti. La violenza fanatica, l’ipocrisia del clero, i sanguinosi conflitti religiosi. Tutto veniva filmato con accurato sadismo. Il repellente padre Jorge del film, ottima immagine dell’Evo oscuro, è nella serie ritratto come un anziano imponente e malinconico, al limite un po’ intollerante, ma lontano dalla fanatica violenza dell’originale.

Benché sia certamente troppo presto per giudicare, e riservandoci di modificare il giudizio ad opera completata, il prodotto funziona, nonostante il poco coraggio. Necessità della prima serata e della prima rete, sicuramente. La serie è però godibile e coinvolgente, i dialoghi ben scritti e gli attori a loro agio nei rispettivi ruoli. Anche il doppiaggio curato da Francesco Vairano (se si esclude la voce del condottiero dolciniano quasi fuori sincrono, siamo certi per colpa dell’attore) è preciso ed accurato.

Aspettiamo con trepidazione l’incontro-scontro tra Guglielmo/Turturro e Bernardo Gui/Everett e ci auguriamo che la serie non subisca la stessa condanna dei “Medici”, altra grande produzione di Rai 1 che, dopo un inizio di indubbio impatto emotivo, si arrotola su sé stessa divenendo noiosa.

Vedere per giudicare.

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