«Via della Seta? Un’opportunità per l’Italia»

Via della Seta

Silvia Menegazzi, fondatrice del Centro Studi della Cina Contemporanea, spiega il progetto Bri: «Sarebbe strano non aderire»


Acronimo di Belt and Road Initiative, la Bri o “Nuova Via della Seta” sembra entusiasmare il Governo italiano, alimentando però le critiche e gli scetticismi degli storici alleati internazionali. Opportunità o freno per l’economia del nostro Paese? In attesa di conoscere la risposta, l’ingresso potrebbe essere ufficializzato già il prossimo 22 marzo, in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping a Roma. Silvia Menegazzi, fondatrice del Centro Studi della Cina Contemporanea (CSCC) e Assegnista di ricerca presso l’Università Luiss di Roma afferma«Capisco i dubbi, ma non condivido il terrore intorno al progetto».

Ma cosa s’intende esattamente per Bri?

Dare una vera e propria definizione è difficile. Non per mancanza di parole, ma perché si tratta di un progetto talmente importante che classificarlo diventa complicato. Basti pensare che, lanciato nel 2013 dall’attuale presidente, sta manifestando i suoi effetti soltanto adesso. Siamo arrivati al 2019 e ancora non sappiamo con esattezza se rappresenti un piano economico e dello sviluppo delle infrastrutture o un progetto di carattere geopolitico.

Quale sarebbe il ruolo dell’Italia?

Sicuramente rivestirebbe una posizione strategica, con il porto di Venezia, in particolare, a rappresentare uno snodo cruciale. L’Italia è un paese importante nel panorama europeo e le relazioni con la Cina sono state sempre buone. Dire adesso, però, quale sarà il suo ruolo concreto è prematuro. La sola comunicazione della firma ha scatenato le discussioni.

Ma che vantaggi potrebbero derivare?

Via della SetaIo ribalterei la domanda e direi che non farne parte sarebbe piuttosto curioso. Sicuramente si dovranno mettere sul piatto costi e benefici. Formalizzare e regolamentare i rapporti con la Cina potrebbe avere solo conseguenze positive: ci sarà un maggiore controllo della presenza cinese negli investimenti, sulle infrastrutture, e nelle rotte commerciali. Aspetti più difficili da gestire in assenza di accordi.

Resta il dato che siamo gli unici del G7 a voler aderire.

Discutere di G7, tendere a sottolinearlo fa parte di una visione anacronistica. Ci sono dei Paesi in Africa, Asia Centrale in cui la presenza cinese è diventata molto importante negli ultimi anni. Gli assetti dell’economia mondiale sono mutati, per questo è più opportuno, per avere un’idea globale, parlare di G20.

Gli Stati Uniti rimangono scettici. Come mai?

A spaventare non è la “Via della Seta” in sé, bensì la guida cinese. Era piuttosto prevedibile che gli Usa storcessero il naso. Con l’amministrazione Trump e la pubblicazione del National Security Strategy, Cina e Russia sono stati indicati come i pericoli maggiori non solo a livello economico, ma anche di sicurezza internazionale. Guardiamo alla disputa sui dazi o alla questione Huawei. La risposta va contestualizzata in questo ambito. Nonostante ciò, non credo a conseguenze particolarmente gravi per l’Italia, almeno nel breve periodo.

Stesso discorso per l’Unione Europea?

Lì i motivi sono altri. L’Ue ritiene che certe scelte debbano essere assunte a livello comunitario per tutti i membri, quindi ammoniscono nel caso in cui qualche attore agisca in autonomia.

È il primo passo per un mondo che guarda sempre più a oriente?

Se parliamo di leadership è un processo che richiede tempo. Sotto il profilo economico la Cina tiene testa agli Usa, ma a livello globale la questione non è uniforme. Bisogna vedere soprattutto quanto gli Stati siano disposti ad accettare la volontà e il modo di operare esercitato da Pechino. In Europa si è più restii e la Bri lo ha dimostrato. Si deve registrare, tuttavia, che alcune nazioni, forse deluse dalla guida precedente, si stanno avvicinando a Xi Jinping. Per tale ragione, ritengo più opportuno allargare gli orizzonti e riflettere, come dicevo prima, sul G20.

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