Come il giornalismo potrà sopravvivere all’intelligenza artificiale?

E' CINESE IL PRIMO GIORNALISTA TELEVISIVO ROBOT

Approdano nel mondo giornalistico le nuove tecnologie e gli algoritmi vengono sempre più utilizzati nelle grandi testate


Il mondo sta cambiando; una frase questa, quasi banale, che oramai riempie le nostre conversazioni quotidiane; ma quanto le nuove tecnologie starebbero modificando i diversi mestieri come, ad esempio, il lavoro giornalistico?

Molte testate, soprattutto americane, come il Washington Post, utilizzano algoritmi che elaborano e redigono notizie. Si tratta di software di scrittura automatica capaci di produrre centinaia di articoli al minuto. In Cina si è arrivati addirittura ad aver “anchor” robotici.

Un lettore di news con un volto, una voce, che replica le movenze di persone reali e che, oltre a dare le notizie, può apprendere cosa fare durante le dirette e comportarsi come un giornalista professionista. Oramai il conduttore virtuale è parte integrante della redazioni cinesi e può lavorare anche 24 ore su 24.

«Si ha paura troppo facilmente delle nuove tecnologie. Ci aspettiamo erroneamente che un robot o un algoritmo possa fare di più di quello che realmente può elaborare, ma dove possiamo arrivare noi, con la nostra umanità e complessità, è tutt’oggi difficilmente replicabile».

Federico Mello, giornalista e autore televisivo, esperto di media e scrittore di otto libri sull’impatto dei social sulla politica e sulla vita quotidiana, ci spiega che spesso si temono le macchine o gli algoritmi, ma, capendone il funzionamento, si può comprendere facilmente che rimangono solo uno strumento. Il giornalista mantiene sempre un primato e rimane valore aggiunto per il mestiere:

«Il giornalismo degli algoritmi al massimo potrà arrivare al sistema rapido e intuitivo, dove può elaborare contenuti crudi: come il resoconto di partite o quotazioni in borsa, insomma assemblaggio basico di fatti. Non ha nessuna capacità di rilettura dei contenuti, non ha spirito critico e non capisce cosa non torna. L’algoritmo ricordiamoci che funziona con un calcolo algebrico, non logico e non riflessivo».

«L’idea fissa dell’algoritmo è fare una scelta e non è molto diverso dal nostro lavoro. Bisogna capire che ora il giornalista non è più l’unico formatore dell’opinione pubblica – ci dice Francesca Paci giornalista de La Stampa – l’algoritmo può anch’esso formare l’opinione pubblica. In questo senso la battaglia è persa, ma il giornalista ha una differenza fondamentale dalla macchina: è un mediatore e risponde ad una deontologia, ha un punto di vista, può provare pietas e può guardare negli occhi le persone che interpella».

Secondo la Paci c’è la possibilità di rispondere al modus dell’intelligenza artificiale: «Dove l’algoritmo bombarda di notizie, il giornalista può e deve fare un lavoro sulle fonti, approfondendo e andando nei luoghi. È in questo che consiste il nostro valore aggiunto e la nostra peculiarità, solo in questo modo bloccheremo la commercializzazione della nostra professione».

Per Mello bisogna ridare corpo al mestiere guardandolo da un certo punto di vista; il giornalismo deve essere valutato come un’attività quasi artigianale:

«Gli artigiani del made in Italy, per dire, hanno un qualcosa in più e anche noi giornalisti possiamo considerarci degli artigiani. Cos’ è un giornale se non un pezzo unico creato e plasmato “a mano” tutti giorni? Non deve esserci la paura di un superamento dell’uomo. Noi siamo soggetti con una grande complessità chimica e organica. Se l’algoritmo compila le previsioni del tempo o stila la classifica di serie A, non ci leva nulla, non ne vedo la problematica».

Mello sottolinea inoltre che le difficoltà da risolvere, nel mondo giornalismo odierno, sono altre:

«L’enorme problema, più attuale e rilevante dell’intelligenza artificiale, riguarda la qualità dell’informazione e le notizie che le persone ricevono. Purtroppo adesso il nostro mestiere punta sulla quantità ed è strettamente legato e condizionato da una visione commerciale».

« Stiamo vivendo una battaglia che vinceremo solo rivendicando il valore umano della nostra professione» conclude Francesca Paci.

 

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