Testa a testa in Sardegna tra centrodestra e centrosinistra. Arretrano i 5 Stelle, «Ma sul piano nazionale sono ancora determinanti»

L'attesa dei risultati dello spoglio presso il quartier generale del centrosinistra all'hotel Panorama di Cagliari, 25 febbraio 2019 
ANSA/FABIO MURRU

Le elezioni regionali in Sardegna si profilano come una corsa a due tra centrodestra e centrosinistra. Male il M5S, molto lontano dal risultato delle politiche 2018. Il ricercatore del Cise Aldo Paparo ci spiega perché non si può parlare di un crollo dei pentastellati a livello nazionale


Alle elezioni regionali in Sardegna è testa a testa tra centrodestra, che si presenta con il classico schema di alleanze Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia, e centrosinistra, rappresentato da una coalizione tra Pd e LeU. In base ai risultati parziali (quasi 1000 sezioni scrutinate su 1840) è in vantaggio il centrodestra con Christian Solinas (47,2%), mentre al secondo posto c’è il candidato del centrosinistra e sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, premiato dal voto disgiunto (33,4%). Il M5s, che come consuetudine corre da solo, fa segnare un drastico calo nei consensi rispetto alle politiche di un anno fa (Desogus è al 11,2%). Le operazioni per lo scrutinio dei 1840 seggi procedono molto a rilento e i risultati reali sono ancora in ritardo. «Non mi pronuncio sulle valutazioni politiche del voto ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali. Sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale» ha affermato il premier Giuseppe Conte.

«L’unico dato ufficiale è quello dell’affluenza – commenta Aldo Paparo, ricercatore presso il Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) -. E’ un dato interessante perché ci segnala un aumento rispetto alle precedenti regionali, per quanto limitato (+ 1,5 punti). Un andamento in controtendenza rispetto al trend generale, che è quello di un calo dell’affluenza, come accaduto anche alle ultime elezioni in Abruzzo. Si parlava di defezioni annunciate da parte dei pastori sardi, addirittura si temevano blocchi ai seggi per impedire il voto. Invece, il lieve incremento dell’affluenza ci fa capire che la protesta dei pastori non ha influito più di tanto. Si tratta comunque di un risultato molto basso, circa il 53,5%».

«Per quanto riguarda gli esiti delle votazioni, l’unica cosa certa per ora è il ridimensionamento del M5S rispetto al risultato fatto registrare alle scorse politiche. E’ una tendenza che si conferma più o meno in qualunque elezione subnazionale. Sin dal 2014 i Cinque Stelle hanno molta difficoltà nel trasferire sui candidati comunali e regionali i voti delle politiche. Ciò che è interessante notare è che questo andamento continua a manifestarsi, nonostante il fatto che negli anni i 5 Stelle siano diventati un movimento strutturato e un partito istituzionale. Tuttavia, perdura la loro incapacità di essere competitivi a livello locale, tranne in alcuni casi isolati come a Roma e Torino. Nel caso sardo – osserva Paparo – bisogna anche considerare che alle precedenti regionali il M5S non era presente, per cui qualsiasi risultato sarà molto più alto dello zero di cinque anni fa. Ma questa è una magra consolazione perché alle scorse politiche erano il primo partito con il 42,5% dei voti».

Per la seconda volta dopo le elezioni in Abruzzo i pentastellati fanno registrare una performance inferiore a quella delle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018, quando ottennero più del 32% a livello nazionale. Un ridimensionamento in cui molti hanno letto le avvisaglie di un ritorno al bipolarismo centrodestra/centrosinistra. Non è d’accordo con questa chiave di lettura il ricercatore del Cise, secondo cui «il risultato dei 5 Stelle non scalfisce il tripolarismo politico a livello nazionale, che esiste dal 2013. Mi sembra difficile che questo possa essere mutato dalle elezioni amministrative e regionali. Sarebbe fuorviante interpretare gli insuccessi in Abruzzo e Sardegna in chiave nazionale, non sono risultati diversi da quelli che il M5S aveva nei contesti locali quando alle politiche fece registrare oltre il 30%. Bisogna però osservare che questi elementi, se letti in un contesto generale, quindi alla luce anche dei dati provenienti dai sondaggi (che segnalano un arretramento a livello nazionale del M5S), ci portano a pensare che se si dovesse andare a votare nell’immediato futuro sarebbe difficile per i 5 Stelle confermare il risultato del 4 marzo».

E sulle prospettive future per la compagine di governo, Aldo Paparo non si sbilancia: «Qualora Salvini decidesse di sciogliere il governo e portare il paese alle elezioni anticipate, sembrano esserci le condizioni per un successo di un centrodestra a guida Lega. Bisogna vedere come l’elettorato reagirebbe alla caduta del governo e alla campagna elettorale. Viviamo in tempi di consenso molto volatile. Nel giro di tre o quattro mesi possono cambiare anche in maniera importanti gli umori e le preferenze dell’elettorato. Salvini sta riuscendo a imporre un’agenda politica molto vicina a quella che realizzerebbe se fosse a capo di una coalizione di centrodestra, andare alle elezioni anticipate potrebbe mettere a rischio questo scenario. Inoltre, riportare all’opposizione i Cinque Stelle potrebbe essere controproducente, perché è quello che il M5S sa fare meglio. I dati segnalano che in linea teorica il centrodestra con la Lega potrebbe ottenere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, ma le politiche sono sempre un’incognita, ed è per questo che Salvini in questo momento non se la sente di staccare la spina al governo».

 

 

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