Che cosa dice l’ordinanza su Tiziano Renzi

Tiziano Renzi con la moglie Laura Bovoli, in una immagine del 21 ottobre 2017 a Firenze.
ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Il Gip di Firenze parla delle cooperative che i genitori dell'ex premier avrebbero svuotato e fatto fallire e spiega perché i domiciliari


«Aspettate i processi. Aspettate e vedremo chi ha ragione», così ha scritto ieri su Facebook Tiziano Renzi, riferendosi al procedimento a carico suo e della moglie Laura Bovoli, accusati di bancarotta fraudolenta ed emissione di false fatturazioni e per questo ai domiciliari da lunedì sera. Il padre dell’ex premier continua: «Noi siamo persone oneste e non abbiamo commesso nessuno dei reati di cui ci accusano».

Quelle cooperative fallite

Al centro dell’inchiesta della procura di Firenze ci sono tre società, due delle quali fallite (la «Delivery Service» e la «Europe Service») e una in liquidazione, la «Marmodiv». Tutte e tre hanno rapporti con la «Eventi6», la società di famiglia dei Renzi. Queste cooperative, secondo l’ordinanza del Gip, «sono state costituite essenzialmente per consentire alla s.r.l. “Chil Post”/“Eventi 6” (l’azienda ha cambiato denominazione nel tempo, ndr) (…) di avere a disposizione lavoratori dipendenti senza dover sopportare i costi relativi all’adempimento di oneri previdenziali ed erariali, tutti spostati in capo alle cooperative stesse». L’obiettivo era quello di risparmiare sugli oneri previdenziali.

Un «modus operandi»

Secondo l’ordinanza, si tratterebbe di fatti che «non sono occasionali», ma che anzi «si inseriscono in un unico programma criminoso in corso da molto tempo, realizzato in modo professionale con il coinvolgimento di numerosi soggetti». Tiziano Renzi e Laura Bovoli sono indagati insieme a una decina di altre persone, tra cui Mariano Massone, che l’accusa ritiene essere l’amministratore di fatto della «Delivery Service», che è finito anche lui ai domiciliari, e Roberto «Billi» Bargilli, autista delle primarie del 2012 di Matteo Renzi. Bargilli, su cui torneremo più avanti, era membro del cda di quella cooperativa.

Le polemiche sulle misure cautelari

I domiciliari per Renzi senior e consorte sono stati in questi giorni bersaglio delle critiche all’inchiesta. Il candidato alle primarie dem Roberto Giachetti attacca: «Se non fossero i genitori di Renzi, sarebbero liberi. La pensavo come Berlusconi già vent’anni fa per riformare la giustizia contro lo strapotere dei pm». L’avversario Maurizio Martina è più moderato, ma il succo è lo stesso: «Ho dei dubbi sulla dinamica e la tempistica degli arresti». L’ex sindaco di Torino Piero Fassino ritiene che sia «a rischio lo Stato di diritto e non si può restare inerti». Matteo Renzi parla invece di «provvedimento abnorme» e fa i complimenti al giudice per il «capolavoro mediatico dell’arresto di due settantenni alle 7 di sera».

Perché i domiciliari?

Il Gip nell’ordinanza spiega perché ha deciso di emettere la misura cautelare. Mentre la Procura indagava, era in corso «la fase dell’abbandono della Marmodiv» che verosimilmente stava per fare la fine delle altre due cooperative: «È del tutto verosimile che, ove non si intervenga con l’adozione delle richieste misure cautelari, essi (gli indagati, ndr) proseguiranno nell’utilizzo di tale modus operandi criminogeno, coinvolgendo altre cooperative».

Il codice di procedura penale spiega che le misure cautelari possono essere emesse se ci si trova davanti a uno tra pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove.

Società usa e getta

Le cooperative, secondo l’accusa, venivano svuotate a favore della «Eventi6» e poi fatte fallire. Ma nell’ordinanza si parla anche di come venivano fondate: «Alcuni dei soci costitutori, infatti, sentiti nelle sommarie informazioni testimoniali nel corso delle indagini hanno riferito di non conoscere neppure il nome della società cooperativa, ricordando solo di essersi recati da un notaio a Firenze “per apporre delle firme”». Il Gip conclude che si può ritenere che la cooperativa sia stata costituita «per volontà di altri».

C’è, per esempio, il racconto di una studentessa di Belle Arti, amica di famiglia di Tiziano Renzi, che, «nutrendo fiducia nell’uomo, si era recata su sua indicazione dal notaio senza chiedere particolari spiegazioni».

L’autista delle primarie

Tra gli indagati nell’inchiesta della Procura di Firenze figura anche Roberto Bargilli, in quanto componente del cda di «Delivery Service» dal 13 luglio 2009 al 23 marzo 2010. Bargilli, detto «Billi», è accusato di bancarotta fraudolenta, in concorso con i genitori dell’ex premier, Massone e gli altri componenti del cda.

Bargilli, personaggio molto vicino alla famiglia Renzi, nel 2012 era stato l’autista di Matteo alle primarie poi vinte da Pier Luigi Bersani, ed è stato assessore della giunta Pd di Rignano sull’Arno, paese della famiglia dell’ex premier.

«Billi», pur non essendo indagato, viene tirato in ballo anche nell’inchiesta Consip, nella quale Tiziano Renzi è indagato (anche se a ottobre scorso ne è stata chiesta l’archiviazione) per concorso in traffico di influenze illecite. Secondo quanto riportato dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, nel dicembre 2016 Bargilli telefona a Carlo Russo, l’imprenditore vicino a Tiziano che cercava di fare affari con la Consip, per dirgli che il «babbo» non voleva avere più contatti telefonici con lui.
I militari annotano che «la coincidenza temporale tra la citata telefonata e l’avvio delle intercettazioni su Renzi induce a ritenere che lo stesso Renzi (si intende sempre Tiziano, ndr) sia stato avvisato dell’inizio delle operazioni tecniche nei suoi confronti e abbia chiesto all’amico Bargilli di comunicare al Russo la sua intenzione di interrompere i loro contatti telefonici».

 

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