«Non so niente». Il rumoroso silenzio dei preti di Roma

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In Vaticano inizierà domani un incontro sugli abusi in chiesa, ma gli sforzi del pontefice si contrappongono all’omertà dei sacerdoti


La battaglia di Papa Francesco contro gli abusi sui minori ha raggiunto in questi giorni il picco più alto. È del 17 febbraio la notizia dello “spretamento” dell’Arcivescovo di Washington Theodore McCarrick, colpevole del reato di pedofilia. Una vera svolta: nessun prelato, prima di lui, aveva subito una simile punizione.

L’argomento sembra tornato di stretta attualità, e domani – 21 febbraio – si aprirà in Vaticano un summit straordinario di 4 giorni a cui parteciperanno i presidenti delle conferenze episcopali e i responsabili degli ordini religiosi di tutto il mondo. Al centro del dibattito la necessità di trovare soluzioni efficaci per arginare l’annoso fenomeno. «Abbassiamo il capo per la vergogna quando ci rendiamo conto che tali abusi si sono verificati nelle nostre Congregazioni e nella nostra Chiesa» è la risposta dei religiosi alle vittime che adesso pretendono tolleranza zero. «Riconosciamo che c’è stato un tentativo inadeguato di affrontare il problema e una vergognosa incapacità di comprendere il vostro dolore. Vi offriamo le nostre più sincere scuse e il nostro dolore. Vi chiediamo di credere nella nostra buona volontà e nella nostra sincerità».

Se una parte del muro di omertà inizia a essere scalfita, complice un’inchiesta del New York Times che ha portato alla luce l’esistenza di un vero e proprio manuale di comportamento per i preti che scoprono di avere figli, andare a fondo a queste vicende rimane difficile.

Per le chiese del quartiere Trieste di Roma l’argomento sembra ancora un tabù. Fra monasteri in cui il campanello squilla a vuoto e parrocchie con sparuti fedeli in preghiera, trovare testimonianze o commenti è sforzo vano. Un prete, con la massima tranquillità, manifesta scarsa informazione sulle rivelazioni del giornale americano, confermate invece da fonti vaticane: «Non so niente, non ne sono al corrente», risponde.

Neanche allargando il campo d’indagine si ottiene di più: quattro prelati tedeschi stanno pregando sotto una statua nella Basilica di Sant’Agnese. Li fermiamo all’uscita, soltanto uno parla italiano, ma di fronte alla domanda l’imbarazzo si fa evidente e una pronuncia stentata accompagna la faccia di colpo rossa: «Sono qui per pochi giorni, non ho tempo di rilasciare interviste». Paradossale, perché chiediamo un semplice commento. «Non conosco bene la lingua per dire come vorrei quello che penso». Si guardano tra loro in difficoltà, salutano e ci voltano le spalle.

Delusi, ci convinciamo che la reticenza dei religiosi sia ancora la barriera più ostica da scalare.

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