Dollari e petrolio, così Bin Salman va alla conquista dell’Asia

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Il tour asiatico del principe ereditario saudita sta entrando nel vivo. Dopo la prima tappa ad Islamabad, MBS è atterrato a Nuova Delhi per colloqui d'affari con il primo ministro Narendra Modi. Terza e ultima tappa, la Cina di Xi Jinping. L'analista dell'Ispi Annalisa Perteghella ci fornisce una chiave per leggere il rinnovato attivismo saudita verso est


È arrivato scortato da sei caccia militari l’aereo che ha portato il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, nella sua visita ufficiale in India. A Nuova Delhi MBS incontrerà il primo ministro Narendra Modi per una due giorni all’insegna degli affari, con colloqui che, a detta del ministro degli esteri indiano, «verteranno su commercio e investimenti, difesa e sicurezza, compreso il contrasto al terrorismo, ed energie rinnovabili». Tra gli argomenti trattati la parte del leone sarà recitata dai preventivati investimenti della compagnia petrolifera di Riad ‘Saudi Aramco’, il cui progetto di costruire un’enorme raffineria dal costo di 44 miliardi di dollari sulla costa occidentale dell’India è da tempo entrato in una fase di stallo. I legami tra India e Arabia Saudita si sono accresciuti notevolmente negli ultimi due decenni. Oltre ad essere casa di oltre 2,7 milioni di indiani espatriati, il regno è il quarto partner commerciale dell’India a fronte di un interscambio bilaterale di oltre 28 miliardi di dollari. Riad è anche il primo fornitore di energia di Nuova Delhi, di cui sopperisce ad oltre il 20% del fabbisogno petrolifero. Ma al centro dei legami economici tra i due partner non ci sono solo gli idrocarburi. A novembre l’erede al trono saudita ha infatti annunciato l’intenzione di contribuire allo sviluppo e alla modernizzazione infrastrutturale del colosso indiano, destinando una cospicua cifra al Fondo di Nuova Delhi per gli investimenti e le infrastrutture.

Prima di atterrare nel subcontinente, Mohammed Bin Salman ha fatto tappa in Pakistan, storico rivale dell’India. A Islamabad il principe saudita ha incontrato il premier pachistano Imran Khan e i due hanno firmato un memorandum di intesa nei settori dell’energia e dell’agroalimentare per un valore di circa 20 miliardi di dollari. I rapporti tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, sono andati incontro ad un nuovo inasprimento a seguito dell’attentato in Kashmir dello scorso 15 febbraio, che è costato la vita a 42 membri delle forze di sicurezza indiane. Il Kashmir è da tempo al centro di una contesa tra i due stati e Nuova Delhi ha colto l’occasione per tornare ad accusare Islamabad di sostenere le organizzazioni terroristiche nella regione. La terza e ultima tappa della tournée asiatica di MBS sarà Pechino, dove atterrerà nella giornata di giovedì. Assieme a Xi Jinping il principe ereditario dovrebbe mettere a segno un altro importante colpo di diplomazia economica: si attende infatti l’annuncio di un aumento del ruolo saudita nell’iniziativa cinese della Belt and Road, il progetto di una nuova via della seta che permetterebbe a Pechino di aumentare la propria penetrazione commerciale in Eurasia, con il fondamentale aiuto dei petrodollari di Riad.

«Questo ‘pivot to Asia’, come è stato rinominato il viaggio di Bin Salman, rappresenta un segnale politico nei confronti dei tradizionali partner occidentali: degli Stati Uniti ma, soprattutto, dei paesi Europei, che dopo il caso Khashoggi hanno cominciato a manifestare un po’ di malumore nei confronti dell’Arabia Saudita – spiega l’analista dell’Ispi Annalisa Perteghella -. Se le capitali europee raffredderanno i loro rapporti con Riad, quest’ultima sarà costretta a cercare nuovi partner economici ad est. Questo è il messaggio che il principe ereditario vuole che arrivi nel vecchio continente. In realtà c’è anche l’urgenza di approfondire i legami con i paesi asiatici, in quanto il clima nei confronti dell’Arabia Saudita sta cambiando. Negli Usa il regno ha le spalle abbastanza coperte, perché Trump non ha alcuna intenzione di permettere che il Congresso ponga uno stop alle esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita. Ma in Europa non gode di un alleato così forte, tant’è vero che recentemente l’Ue ha inserito Riad nella blacklist dei paesi che presentano carenze nella normativa contro il finanziamento della organizzazioni terroristiche. Questo è da una parte un messaggio politico, ma ha anche degli effetti concreti perché scoraggia gli investitori. Le banche occidentali infatti dovranno aumentare i controlli nei confronti del denaro che proviene o che prende la direzione di Riad. Diventa più complicato fare business e l’Arabia Saudita in questo momento ha un enorme bisogno di investitori per implementare Vision 2030, ovvero il progetto di diversificazione economica del paese. Dato che i fondi occidentali sono in drastico calo, MBS si rivolge a quei paesi che non pongono condizioni di tipo politico agli affari, come appunto Cina, India e Pakistan».

«Se dovessi definire con un aggettivo l’azione internazionale di Bin Salman sarebbe ‘ardita’. Già prima della nomina di Bin Salman, più o meno a partire dalle primavere arabe del 2011, Riad ha intrapreso un nuovo corso di politica estera in risposta a un’aumentata percezione delle minacce, a causa sia di questi movimenti dal basso, sia del contestuale disinteresse americano nei confronti degli alleati in difficoltà come Mubarak. Per questo motivo – conclude la ricercatrice – nel Golfo si è diffusa la percezione di essere da soli. L’accordo sul nucleare con Teheran ha completato il quadro, perché gli Stati Uniti sono arrivati a siglare un accordo con il nemico giurato del paese, cioè l’Iran. In risposta a questo aumento dell’insicurezza, Riad ha intrapreso una politica estera più muscolare, ma assolutamente fallimentare. Questo perché tutte le ultime mosse del regno sono state dei colpi di mano improvvisi. Si veda l’intervento in Yemen, che doveva essere una guerra lampo e invece è diventato un conflitto lungo e logorante, il tentativo di isolamento del Qatar, fallito perché Turchia e Iran sono intervenuti a sostegno di Doha, e la richiesta avanzata nei confronti del primo ministro libanese Hariri di ridurre il ruolo di Hezbollah nel paese dei cedri, che tuttavia si è rafforzato dopo le elezioni. Si tratta di mosse avventurose, azzardate e ispirate dalla volontà di reagire ad una situazione internazionale percepita come non favorevole, piuttosto che da una coerente e ragionata strategia di politica estera».

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