Una voce dalla clausura: «Il mio unico amore è per Dio»

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La storia di suor Agata, che a quarant’anni lasciò la propria agiata famiglia di origine per prendere i voti


Da dietro le grate che separano i nostri volti, suor Agata mi guarda con occhi gentili. Il suo sguardo racconta una benevolenza antica, un misto tra comprensione e curiosità. Suor Agata è una suora di clausura. Una donna che ha deciso di lasciare la propria agiata famiglia di origine per prendere i voti e dedicare la vita a Dio.

Mi riceve all’ingresso del convento trecentesco dove risiede con le sue consorelle, sotto un ampio soffitto affrescato con scene tratte dalla Bibbia. Non ci sono finestre e le uniche luci sono artificiali. Nonostante oggi la vita delle suore di clausura si sia decisamente “modernizzata” rispetto al passato suor Agata preferisce parlare con me da dietro una grata in ferro battuto.

“Sono ormai vent’anni che ho preso i voti. E’ stata una decisione sofferta, ho dovuto lasciare i miei cari per seguire il mio vero padre” inizia a raccontarmi suor Agata. Sotto il velo che la avvolge quasi completamente riesco ad intravedere un rosario. “Un regalo di mia madre. Ce l’ho da quando ero bambina e da allora non l’ho mai tolto. In un certo senso si può dire che mi abbia portato fortuna”. Dicendo queste parole sorride teneramente. Alle sue spalle è appeso un quadro antico che ritrae il battesimo di Gesù.

Agata ha preso la decisione di diventare suora in tarda età. “Avevo quarant’anni- continua- lavoravo in uno studio legale in Veneto all’epoca. Guadagnavo molto bene, anche la mia famiglia era benestante. Posso dire che non mi sia mai mancato nulla. Però mi sentivo ugualmente incompleta, soffrivo e non capivo per quale motivo. Era come se una parte del mio essere cercasse disperatamente di uscire dalla mia anima”. Mentre racconta la sua voce rimane calma, dolce. Sembra quasi non tradire alcuna emozione nel parlare del suo travagliato percorso. “Ho sempre avuto una grande fede, fin da bambina. Era la mia forza e mi sorreggeva nei momenti difficili. Più tardi ho capito che quella fede era la mia ragione di vita. Il mio dolore nasceva dalla necessità di seguire Dio. Non ho mai avuto altro amore se non quello per Dio. Ricordo che quando lo dissi a mio padre lui si mise a piangere ma poi accettò la cosa. La mia era una famiglia piuttosto in vista”.

Dopo aver preso i voti è diventata suora di clausura. Ora è la madre superiora del suo convento. Com’è la vita oggi in un convento di clausura, le chiedo? “Abbiamo molte più libertà di una volta. Abbiamo anche una connessione internet, per ricevere le mail sai? Oggi non si può più fare a meno di questi strumenti. Inoltre più o meno tutte noi abbiamo un cellulare”. Mi mostra il suo cellulare, un modello vecchissimo, quasi divertente nel suo essere del tutto anacronistico.

“Tuttavia noi non usciamo praticamente mai dal convento. Siamo uscite solo in occasione del terremoto del 2016 perché temevamo che crollasse qualcosa. Cerchiamo di mantenere viva l’antica tradizione del nostro ordine”.

Le domando come si svolga la sua giornata nel convento. “Ci svegliamo assieme alle consorelle verso le 5 di mattina per sbrigare alcune faccende. Poi alle 7 di mattina abbiamo le orazioni. Alle 8.30 la messa del mattino con il cappellano. Il resto della giornata lo dedichiamo alla preghiera e a realizzare alcuni prodotti che poi vendiamo per sostenerci economicamente”.

Non c’è mai un momento in cui ha dei ripensamenti? Quando ripensa alla sua vita precedente ha dei rimpianti? “Mai. Certamente mi rendo conto di aver fatto soffrire la mia famiglia. Loro mi volevano sposata con un avvocato importante, ma io ho scelto di sposarmi con il Signore. Non ho rimpianti per la mia scelta”.

L’ultimo pensiero che suor Agata mi rivolge è una preghiera, di cui mi fa dono prima di congedarmi. “Io prego sempre per te, per tua madre e la tua famiglia. Spero che Dio possa mostrarti la via come ha fatto con me”.

Ci salutiamo affettuosamente, anche se attraverso la spessa grata in ferro. Non posso stringerle la mano ma lei mi rivolge un tenero cenno di saluto da lontano, prima di ritirarsi dietro un ampio portone che si chiude rapidamente.

 

 

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