Il golpe del giorno prima e il calzolaio di Roma nord

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Chiamatelo Carlito. La sua storia non ve la racconterà mai. E il suo vero nome non si conosce.


Chiamatelo Carlito. La sua storia non ve la racconterà mai. E il suo vero nome non si conosce.

Una signora gli ha appena portato una scarpa di nappa con il tacco scollato. «No se repara esto» dice lui. «Per favore, mi serve per sabato, ho speso un sacco di soldi» insiste la signora. «Posso provare con uñas», chiodi, «però no colla» concede lui. La sua storia, quella che si può raccontare, comincia molto tempo dopo il suo arrivo in Italia dal Venezuela, suo paese d’origine. Ha vissuto a Cagliari, ha lavorato come portuale per quattro anni. Oggi vive a Roma, dove si guadagna da vivere con il mestiere che ha imparato al sud, nello Stato di Bolívar: la sua bottega di calzolaio è in centro, in una zona frequentata da studenti nei pressi della cittadella universitaria. Non si nota, perché sta in un piccolo immobile a piano terra, un “basso”, come quelli di Napoli o di Caracas. I cetrangoli nascondono l’insegna, un vecchio cartone dipinto a mano: “Calzolaio Carlito”. Ripara scarpe, ciabatte, e stivali, e ha una vecchia Singer arrugginita, color carta da zucchero: un gioiello. Lo usa anche per pantaloni, cappotti, borse. Gli strumenti della bottega sono sparsi un po’ ovunque nei sette, dieci metri quadrati al massimo che ha a disposizione. Un torchietto per terra, con una scarpa calzata nella morsa. Una lesina su una mensola, con una tomaia appesa a un chiodo lì accanto, orfana della suola.

Carlito ha le mani dure, nodose; è un uomo pingue, scuro di carnagione, un indio con gli occhi neri; indossa sempre maglie di calcio di squadre esotiche, brasiliane, argentine, persino una maglia della nazionale di calcio del Giappone; è in Italia da sedici anni, dice. Praticamente non parla italiano.

Non si potrebbe dire null’altro della sua storia, se non fosse per un dettaglio. Dietro il bancone stipato di scarpe, una fortezza di pelle e cuoio che quasi lo nasconde alla vista, su una piccola mensola convertita ad altare, ci sono delle fotografie. Due bambine, una donna giunonica e sorridente che le tiene in braccio. E poi un ragazzo più grande, un calciatore, fotografato in campo con la divisa da gioco, la tipica fotografia da quotidiano sportivo. Chiedere qualcosa a Carlito non è semplice. Chiedo di fotografare la sua bottega. Mi dice che posso farlo, ma non vuole che il suo volto compaia negli scatti. Torno nella sua bottega due, tre volte. Faccio incollare un tacco di una scarpa; il mio tacco, a differenza di quello della signora, non abbisogna di chiodi. Faccio attaccare la fascia di uno zaino di pelle che mi ha tradito durante un viaggio. Carlito fa storie, «non si può usare la maquina», la fascia è troppo spessa. Dopo qualche giorno torno e lo zaino è riparato. Lo scetticismo iniziale del bottegaio, un classico. «Quella nelle foto è la tua famiglia?» chiedo «vivono con te in Italia?». Lui si volta a fissare la fotografia come se la scoprisse per la prima volta. «Stanno in Messico» dice. Va a trovarli una o due volte all’anno. «Las niñas sono venute in Italia l’anno scorso». Gli chiedo del ragazzo. Anche lui è suo figlio, forse? «Sì» dice Carlito. Ma non è contento di parlarne. Mi fa capire che non dirà più nulla. Pago e ringrazio, poi vado via.

Dopo qualche giorno sono tornato con la scarpa gemella di quella riparata in precedenza. Ho portato un caffè preso al bar che sta un po’ più avanti. Ho fatto capire che mi sarebbe piaciuto trattenermi un poco più a lungo del tempo necessario a mandarlo giù. Ha bevuto il caffè senza ringraziare.

Esteban, si chiamava suo figlio. Era un calciatore promettente, giocava nella Categoría Primera A, il massimo campionato colombiano. Fue matado, dice Carlito. Poi, per prevenire qualunque pregiudizio, o forse leggendolo nel mio sguardo, aggiunge subito: «El era un buen chico». Un buen chico. Sotto la fotografia del ragazzo c’è una data: è un giornale colombiano del 24 giugno 2000, pochi mesi dopo l’insediamento di Chavez. Poco prima che Carlito se ne andasse dal Paese dopo il colpo di Stato del 2002. «Perché?». Forse per vezzo, forse per orgoglio, Carlito si lascia andare: da un cassetto prende un’altra fotografia. Una foto di un vecchio signore in posa con la fascia colorata, una foto da capo di Stato; è Pedro Carmona Estanga, il leader del golpe, el carmonazo, che nel 2002, insieme ad alcuni generali, rapì Chavez e instaurò un nuovo regime anti-bolivariano, patrocinato e subito riconosciuto dagli Stati Uniti e dalla Spagna di Aznar, dal Regno Unito e da Israele. Allora fu la popolazione a riappropriarsi del diritto all’autodeterminazione e Chavez tornò in sella. Ma molti civili avevano sostenuto il cambio di regime. Alcuni ne hanno pagato le conseguenze, e sono fuggiti. La fotografia che Carlito mostra con fierezza non lascia spazio a dubbi. Il resto della storia non lo conosciamo. Il resto della Storia, invece, sì.

Ci sono paesi dove le storie sono tutte così. Tronche. E la Storia invece, non tronca mai con il proprio passato.

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