Perché la Nigeria è un paese in guerra, la storia di Innocent

epa07369048 A Nigerian woman sells drinking water as she walks past a campaign poster for former Nigerian vice president, opposition party Peoples Democratic Party (PDP) presidential candidate Atiku Abubakar in Yenagoa, Bayelsa state, Nigeria 14 February 2019.  Many parts of Nigeria lack drinkable water in homes. Presidential elections in Nigeria take place 16 February 2019.  EPA/TIFE OWOLABI

Agadez, il deserto, la detenzione nei campi in Libia e infine il soccorso nel Mediterraneo. Oggi si vota in Nigeria, il paese da cui Innocent è voluto fuggire


 

“Lybia is not like the hell, is the hell!” (la Libia non è come l’Inferno, è l’inferno!), risponde Innocent, 28 anni originario della Nigeria, alla domanda sui diversi campi libici in cui ha passato alcuni mesi prima di attraversare il Mediterraneo su un barcone destinato ad affondare.

Innocent pulisce con cura l’aiuola che circonda un albero su via Appia Nuova, arteria della zona sud-est di Roma, munito di scopa e di un altro scopettino che usa per spazzare via le cicche di sigaretta rimaste incastrate nella grata.

Il suo viaggio, racconta, è una lunga storia: “Sono partito da Edo, stato meridionale della Nigeria, sono passato per Agadez, in Niger, e ho attraversato il deserto. è stato terribile”. Parla della sua vita, a tratti il suo sguardo s’incupisce, ha una cicatrice vicino all’occhio: “Nei campi in Libia ci picchiavano, continuamente. Alcuni miei compagni sono morti davanti a me. Ci chiedevano continuamente i soldi, qualcuno riusciva a farseli inviare dalle proprie famiglie. Io in Libia non avevo un lavoro, era difficile dargli tutti i soldi che chiedevano”.

Innocent non ha lasciato molto di sé in Nigeria: “C’è mia sorella laggiù, mi manca, ma so che dio la proteggerà”. Sono due anni che sta Italia, è stato salvato in extremis in mezzo al Mediterraneo dalla Guardia Costiera, ci ripensa spesso, quel ricordo annulla i dispiaceri quotidiani, le mancanze, i piccoli episodi di razzismo: “In Italia mi hanno sempre aiutato”.

La vita di quest’uomo semplice è fatta di poco, dorme in un campo a Cassino, viene a Roma quanto più può perché vuole lavorare. “I want to work”, ripete più volte in quell’inglese rivisto, pidgin, spesso molto difficile da seguire. Sorride con modi gentili, nonostante insista che la Libia gli ha tolto la voglia di sorridere, pulisce il marciapiede con meticolosià: tra mezz’ora deve andare a Termini, ha un treno di ritorno per Cassino.

Le elezioni

Domani, sabato 16 febbraio, 84 milioni di nigeriani sono chiamati alle urne. La Nigeria è il paese più popoloso d’Africa con i suoi 200 milioni di abitanti, basti pensare che 1 africano su 5 è nigeriano. Dal 1999, anno in cui è caduta la dittatura militare, ci sono state sei elezioni. I candidati sono in tutto sette, ma la reale sfida è tra il presidente in carica, Muhammadu Buhari, 76 anni, e Atiku Abubakar, 72 anni, imprenditore del settore petrolifero. Entrambi promettono di rilanciare l’economia, di combattere il problema diffuso della corruzione, di pacificare le ostilità tra i vari gruppi etnici (ce ne sono più di 500) e di combattere il gruppo terrorista di Boko Haram. Nonostante sia stato raggiunto un «accordo di pace» tra i principali leader in corsa per la presidenza – nelle elezioni del 2008 hanno perso la vita circa mille persone – nelle ultime settimane in Nigeria ci sono stati diversi episodi di violenza. L’ultima a Port Harcour, durante un comizio a sostegno di Buhari, dove 15 persone sono rimaste schiacciate dalla folla.

La Nigeria, “ufficialmente”, non è un paese in guerra, ma i numeri sono esplicativi della situazione drammatica che sta vivendo il paese. Secondo l’Armed Conflict Location and Event Data Project, solo nel 2015, 10.933 persone sono morte a causa di scontri armati. Secondo le stime, inoltre, il gruppo terrorista Boko Haram in sette anni ha fatto più di 15mila vittime e ha portato alla fuga di due milioni di persone.

condividi