Bari, dalla gloria al fallimento. I 90 anni di Gianni Antonucci

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Il passato e il presente della squadra pugliese nelle parole del suo storico ufficiale


«A mia moglie l’ho detto dal giorno del nostro fidanzamento: dal lunedì al sabato ci sono sempre, ma la domenica c’è solo il Bari». I grandi occhi marroni di Gianni Antonucci, quando parla della squadra di calcio della sua città, brillano di una luce intensa, frizzante, tenera. Quando ricorda il passato dei biancorossi, di cui è archivio vivente da più di settant’anni, lo fa con un entusiasmo contagioso. Ed è un entusiasmo talmente travolgente da far dimenticare, per un attimo, di essere di fronte ad un anziano signore del 1928, la cui postura curva stona piacevolmente con il passo svelto con cui si aggira per i corridoi del suo studio nel centro di Bari.

Dottore commercialista, per anni corrispondente dalla Puglia per il Corriere dello Sport e storico ufficiale della squadra del capoluogo, Antonucci è ancora ospite nelle trasmissioni tv, continua ad aggiornare il suo immenso database e, soprattutto, non ha mai perso la passione. Una passione nata, come ricorda a memoria senza sbagliare un dettaglio, «il 3 gennaio 1938, mio padre mi portò allo stadio per la prima volta. Si giocava Bari-Alessandria e faceva freddissimo. Lo ricordo bene perché all’epoca i ragazzi andavano al campo con i calzoncini corti e il vento tagliava le gambe. Vincemmo 2-1 in rimonta. Da quel momento non ho più lasciato il Bari».

Gianni AntonucciLo incontro nel suo ufficio, in un palazzo ad angolo tra la stazione centrale e Via Sparano, la principale arteria commerciale della città. Ci sediamo ai lati opposti di una scrivania in legno, in una grande stanza luminosa in cui è difficile trovare qualcosa che non sia legato ai biancorossi. Appese alle pareti ci sono vecchie foto in bianco e nero dello Stadio Della Vittoria, la prima grande casa dei galletti; istantanee con Antonio e Vincenzo Matarrese, presidenti – a turno – per quasi quarant’anni; immagini con giocatori e allenatori che hanno scritto le pagine più belle del passato biancorosso e poi loro, le magliette: da quelle semplici degli anni ’70, bianche con bordi e colletto rossi, a quelle elaborate più recenti piene di sponsor. Fino al reperto più importante: la maglia della nazionale autografata da Raffaele Costantino, primo barese – e calciatore del Bari – a vestirsi d’azzurro. Alle sue spalle la divisa della stagione in corso, la prima in Serie D dopo 60 anni, con su scritto “Antonucci 90”.

«Ho iniziato ad interessarmi al giornalismo alle superiori, curavo un giornalino della scuola. Poi ho scritto per i giornali locali e nel frattempo sono diventato commercialista. La mia settimana era abbastanza standard: fino al venerdì facevo il contabile, lavorando anche per la Figc, nel weekend mi occupavo del Bari». Antonucci ripercorre la sua storia e quella della squadra tutta d’un fiato e si ferma solo per ricordare qualche aneddoto o retroscena. Come quando il Bari sconfisse il Grande Torino per 1-0 il 21 settembre 1947: «Aah che partita. Mi ricordo un episodio in particolare: al gol di Tavellin, che batté Bacigalupo con un destro a fil di palo, nell’esultare mi ritrovai tra le braccia di una ragazza bellissima. Era bionda, con la coda di cavallo, occhi stupendi e un seno meraviglioso. Dopo la partita la cercai ovunque, entrai pure nella Fiera del Levante per trovarla, ma non l’ho mai più rivista» conclude ridendo, ripensando con nostalgia a quell’episodio di più settant’anni fa: «Sembrava più grande di me. Chissà, se è ancora viva, se se lo ricorda».

Per Antonucci i ricordi restano lucidi per tutte le epoche, sia che si parli degli anni ’40 sia che lo si faccia della stagione appena conclusa. Nella sua vita a tinte biancorosse sono passati presidenti («Angelo De Palo era un vero tifoso. Morì per un ictus in estate, mentre la squadra era in ritiro a Leonessa. Presi l’ambulanza con lui per andare in ospedale e mi disse solo una cosa: ‘Mi raccomando al Bari’»), allenatori («Conte il migliore, ma non dimentico la squadra dei baresi di Catuzzi che sfiorò la A») e giocatori («Pietro Maiellaro su tutti»), anni scanditi da gioie e delusioni. L’ottimismo però non manca, e la nostalgia di giorni migliori lascia spazio, a seconda dell’argomento, al buon umore e alla rabbia.

Buon umore se si parla di futuro –  «i De Laurentiis sono gente seria e non sono venuti qui per scherzare, ci riporteranno in alto a breve» – rabbia e rancore se si guarda al recente passato – «siamo finiti in mano a delinquenti e falliti per 3 milioni di euro, non riesco ancora a digerirlo». Il tutto senza dimenticare che «Bari è una grande piazza, io sono cresciuto con la squadra in Serie A o comunque sempre tra A e B, quelle due sono le nostre categorie. Rivederci in D dopo più di mezzo secolo mi fa stare male». Ripensare al fallimento lo rende inquieto, la voce gli si incrina e gli occhi diventano quasi fessure, mentre la mano stretta a pugno batte con nervosismo sul tavolo.

Decido di cambiare argomento e di parlare della sua produzione da storico: «Ho scritto 18 libri sul Bari e ne sto scrivendo un altro, sui personaggi che hanno reso la squadra grande. L’ho sempre e solo fatto per amore, non ho mai chiesto un euro. Per questo mia moglie mi prende in giro, mi dice: ‘non solo c’è gente talmente pazza da leggere quello che scrivi, ma non ti fai neanche pagare!’. Ma a me dei soldi non interessa niente, ci metto la mia passione e questa è l’unica cosa che conta». Oltre ai libri, un mensile, Il Bari, per anni organo ufficiale della società di cui Antonucci è stato fondatore e direttore: «È stata una bella esperienza, anche lì ho fatto tutto gratis. Poi i Matarrese hanno deciso di non investire più e da un giorno all’altro è stato chiuso. Un peccato».

L’intervista finisce, è quasi ora di pranzo. Prima di salutarci ci tiene a offrirmi qualcosa da mangiare «come aperitivo». Da un cassetto della scrivania tira fuori un pacco di patatine che svuota in un piatto di plastica e prende due bicchieri, sempre di plastica. Mentre mangiamo, da una mensola afferra una bottiglia di amaro Disaronno e mi chiede «vuoi?», versando senza aspettare risposta. Non posso rifiutare, e dopo un brindisi (ovviamente «al Bari»), spiega il valore di quella bottiglia: «Durante le partite ce l’ho sempre a portata di mano. Mi serve per placare la tensione negli ultimi minuti, se dobbiamo pareggiare o mantenere il risultato. È il mio unico vizio».

Tre cicchetti dopo arriva davvero il momento di salutarci. Gianni si alza dalla sedia, si veste ed esce. Il brio della prima mattina ora è un po’ offuscato dalla stanchezza, così lo aiuto ad arrivare a casa, a pochi metri dallo studio. Sul portone mi saluta e chiede un favore: «Avvisami quando pubblichi l’intervista che sono curioso di leggerla. Grazie, e forza Bari». Grazie a te, Gianni. E sempre forza Bari.

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