Un guru al telefono: in cammino con Manuele Dalcesti

Dall'editoria alla strada, la meditazione trasformata in lavoro. Chi è il coach spirituale che combatte il “programma” e rincorre la felicità in alta quota


In testa un foulard colorato, sotto gli zigomi l’inizio di una selvaggia barba fumé. Il sorriso di Manuele Dalcesti segue linee autentiche nelle sue foto social. Un profilo Instagram da più di 8700 follower fa da specchio a vedute e pensieri di uno spiritual teacher e travel blogger. Cascate, boschi, animali. Sullo sfondo, un sacco di montagne. Che indossi mezze maniche o scarponi da neve, il suo entusiasmo non si piega al corso delle stagioni. Oggi Manuele vive a Genova, ha 44 anni e 19 gatti che abitano con lui la casa che era stata dei nonni. «Avercela una giornata tipo!». Al telefono ha la risata facile, la timidezza mascherata con un tono gioviale e una erre francese appena accennata. «A casa, quando mi alzo, vado a fare la spesa per i gatti e per me, poi torno a casa. Riesco a sostenere questo stile di vita per massimo una settimana. Ai primi segni di inquietudine, vado in montagna». La sedentarietà non riesce a sedurlo e lo fa molto riflettere. «In ognuno di noi c’è un nomade rinnegato. Da questo problema nasce il 95% delle patologie mentali che ci portiamo dietro».

Dentro una gabbia dorata

Alle spalle dell’uomo di oggi ci sono una passione tenace per la letteratura e i primi passi di un percorso lavorativo avviato sotto la buona stella. A un paio d’anni dalla laurea, Manuele aveva già in tasca il suo sogno professionale: da correttore di bozze a viceredattore di una piccola casa editrice dove l’iniziativa personale premiava. «Dato che l’editore non era molto presente, il viceredattore finiva per decidere quasi tutto sui libri da pubblicare e cestinare. Per una serie di ragioni mi sono ritrovato in poco tempo in una posizione privilegiata. Non potevo chiedere di meglio, credevo che fosse esattamente quello che volevo». La doccia fredda sulle aspettative di Manuele non si è fatta attendere. Alle dure rimostranze degli autori rimbalzati si aggiungeva la scarsa collaborazione con gli altri 2 viceredattori. «Per me “casa editrice” significava persone che scrivono, menti elevate, discussioni nobili. Invece vivevo sotto spade e coltelli: non potevo fare il minimo errore, ero costantemente sotto pressione. In quei 2 -3 anni mi scoprivo ogni giorno più arrabbiato, facevo quasi fatica ad alzarmi. All’inizio non ho nemmeno collegato quel malessere al lavoro. Non avevo più stimoli, sembravo un’altra persona».

Affamato di ignoto

Quindici anni fa il Cammino di Santiago, il francese, non era famoso come è poi diventato. Manuele lo paragona alla Via Francigena oggi: «All’epoca non c’era niente e nessuno: le tappe erano quelle, dovevi fare i tuoi 40 chilometri al giorno in mezzo al nulla». Quella strada lo incuriosiva e la decisione di lasciare il posto era matura al punto giusto. Arrivato sui Pirenei, la tentazione di mettersi in viaggio l’ha spuntata: gli è bastato cominciare a camminare per sentirsi subito meglio. «Mi piaceva svegliarmi al mattino e non sapere dove andare, incontrare gente nuova. Sono partito senza ritirare alcun soldo, quello che avevo con me era davvero poco. A volte se c’era bel tempo dormivo fuori dagli ostelli per risparmiare. Ho fatto un’esperienza molto spartana, era quello che mi serviva in quel momento». La metamorfosi nella calamita turistica per cui la conosciamo oggi era ancora lontana; per raggiungere Santiago servivano muscoli e motivazioni forti. «Non ho incontrato il Santo, ma in compenso ho conosciuto una solidarietà umana fantastica: erano persone con vissuti importanti, dolenti, comunque gente che stava cercando qualcosa». Sul Cammino Manuele rifiorisce. «Nulla di metafisico o trascendentale, a parte il ritornare a vivere e a sentire emozioni. Siamo abituati a essere programmati. Se non abbiamo qualcuno che ci dice “la tappa finisce lì” non ci viene in testa di inventarcela e fare 3 chilometri in più per andare a vedere cosa c’è oltre. La paura spesso porta le stesse ansie che viviamo a casa sul cammino, che invece dovrebbe essere rottura, esplorazione. Non deve succedere, sennò tanto vale andare alle terme e magari ci divertiamo di più. Il cammino deve insegnare altro».

Il grande salto

Le decisioni importanti lo aspettano in Italia, al suo rientro. L’editore l’accoglierebbe a braccia aperte, ma lui ringrazia e dice no. I risparmi e la somma ricevuta come congedo si esauriscono presto. Manuele si ritrova a guardare in faccia un’alternativa molto chiara. «Torniamo indietro a barattare lo stipendio con un po’ d’anima o proviamo a vedere cosa succede?». È la vigilia di Natale quando i soldi finiscono del tutto. «Se ci ripenso col senno di poi non so dove ho trovato il coraggio! Era un’idea talmente nuova, malsana, estranea a tutto quello che ero sempre stato che in quel momento ero persino divertito!». Piazzandosi all’ingresso di una chiesa, nel suo cestello da mendicante auto-fabbricato a fine giornata si contano 25 euro. «È stata una piacevole sorpresa. Non era andata male e ho pensato che potessi continuare anche nei giorni successivi».

Manuele ricorda tutta la sua vita con affetto, per lui alti e bassi sono un tutt’uno. Il momento in cui è rimasto senza denaro, però, è stato il passaggio decisivo. «È stato un po’ come tuffarsi da un trampolino di 50 metri. Cominciare a chiedere l’elemosina è l’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente. Vivendola, senza giudizio e pregiudizio, è stata un’esperienza bellissima». È una famiglia di zingari a insegnargli i rudimenti della legge della strada: ogni zona della città è già controllata da qualcuno, per ritagliarsi uno spazio è necessario trovare un compromesso. Per la moneta del passante c’è una concorrenza rovente, ma alla capofamiglia interessa solo non vederlo nei paraggi la domenica mattina, giorno di laute offerte all’uscita della chiesa che Manuele individua dopo tanto peregrinare urbano. Un colpo di fortuna gli permette di tornare sempre nello stesso posto e vincere la diffidenza giorno dopo giorno. «All’inizio le persone mi guardavano un po’ in cagnesco. A forza di tanti “buongiorno, buonasera, grazie, arrivederci” qualcuno ha cominciato a interessarsi e a chiedermi di me. Poi si è passati alla fase opposta: io ascoltavo e loro parlavano. Quando la gente si è accorta che non mordevo, mi sono trasformato nel confessore del quartiere. Avevo la coda di persone che venivano a parlare con me. Molte più che nel negozio a fianco, che vende abbigliamento di una nota marca di vestiti. Mi raccontavano le loro vicende, purtroppo c’è tanta solitudine. Ricordo questo periodo con infinito piacere».

La routine di Manuele si discosta in più punti da come si immagina la quotidianità di un senza fissa dimora. «Di solito “lavoravo” fino alle 2 del pomeriggio, poi andavo in biblioteca fino alle 6 di sera a leggere. Quando uscivo, prendevo la tenda e mi trasferivo sui monti per la notte, tranquillo e beato. Non sarei mai rimasto a dormire davanti alla stazione: non mi sentivo sicuro in mezzo alla gente, con altri. Per quanto allegro, sono un tipo tendenzialmente introverso. In collina c’era solo qualche cinghiale, pericoli zero. Il mio luogo naturale è il bosco, da solo, in mezzo agli animali». In effetti la fauna pullula nei suoi scatti social: la facilità con cui riesce ad avvicinarli ha dell’incredibile. «Ho sempre avuto un rapporto privilegiato con loro. Non c’è nessuna tecnica: li chiamo, gli parlo e normalmente vengono. Cani, gatti, stambecchi, cinghiali: tutti animali incontrati nei cammini che spesso sono randagi, mai visti prima».

Un insegnante per la mente

Natura, libri. La meditazione è un altro aspetto chiave nella personalità di Manuele, la leva giusta per la successiva acrobazia della sua vita. «Me ne interesso da quando avevo 14-15 anni. Ho imparato assolutamente da autodidatta, leggendo testi di esoterismo e filosofia. Per un po’ di tempo ho frequentato anche un’associazione qua a Genova, ma era parecchio indottrinata, non mi piaceva granché. Ho proseguito con quello che già sapevo, mischiando fra varie tecniche. Ne è uscita fuori una nuova forma di meditazione». Un giorno una signora con cui aveva stretto amicizia lo invita nella sua baita in Trentino per tenere una lezione che sarebbe interessata al marito. Facebook stava prendendo piede in quel periodo e durante i suoi pomeriggi in biblioteca la connessione Internet permetteva a Manuele di navigare per cercare autori e condividere pensieri e programmi personali. «Ho risposto: perché no? Vengo a vedere un bel posto, mi sdebito volentieri. Il punto è che quando ho scritto su Facebook qual era il mio progetto per le festività in arrivo la gente – tanta! – ha cominciato a chiedermi se poteva venire con me. I padroni di casa mi hanno dato la loro disponibilità. Quel post ha innescato il percorso che mi avrebbe trasformato da mendicante a ciò che sono ora, qualsiasi cosa sia».

L’ultima metamorfosi

Una nuova ripartenza per Manuele, ma in veste di cosa? «Professionalmente parlando, continuo a non essere niente. Io mi definisco un guru, dove però a questa parola non vanno attribuiti significati strani. Per me il guru è semplicemente una persona che ti riconnette alla parte più vera di te. Per farlo, sfrutto quello che la vita mi ha insegnato, dai cammini alla meditazione, e ricevo un’offerta libera in base alla disponibilità di chi mi segue».

Nelle escursioni c’è un lavoro collegiale: il gruppo decide la meta, ormai i più affiatati partecipano quasi a tutti gli eventi. Succede un paio di volte al mese, ma dipende molto dalla stagione e dai ponti. Il raggio d’azione si estende a tutta Italia: proprio in questi giorni Manuele e la sua comitiva stanno camminando sul Sentiero del Viandante, in provincia di Lecco. «Mi sposto in treno o accettando passaggi, se qualcuno parte dalle mie zone. Premettendo che a me piace più camminare, guido anche delle meditazioni perché ci sono persone anziane o che hanno problemi a camminare. Io li chiamo eventi stanziali con escursioni. Scegliamo una base fissa in un posto carino in mezzo alla natura che ci permetta di fare camminate belle ma alla portata di tutti. Facciamo meditazioni dinamiche che servono per scaricare energia e anche quella kundalini, che invece serve per entrare in connessione con l’ambiente circostante e con gli altri». Durante la meditazione, non si dovrebbe pensare a niente, ma la reazione è molto soggettiva. «Ad alcuni fa davvero bene, li rinnova. Altri si fanno dei film meravigliosi: un ragazzo una volta mi ha raccontato come gli sia sembrato che delle entità aliene lo stessero portando fuori dal suo corpo. Ognuno può immaginare quello che vuole. E poi c’è chi non riesce a calarsi in questi panni e vive la cosa in maniera giudicante. Una decina di persone, nei limiti del loro tempo, ci sono sempre. È decisamente più elevata la percentuale di donne, di ogni età. Non mi chiedere perché, forse sono più curiose. Lo stesso avviene anche nei cammini». Durante le iniziative che gestisce, Manuele vede negli altri lo stesso cambiamento che ha vissuto sulla propria pelle: due facce opposte della stessa medaglia. Spesso la mannaia del tempo tende ad avvicinare le persone, i contesti a stimolare l’empatia e l’ascolto reciproco. «Forse la cosa più complicata è riuscire a tenere un gruppo compatto, soprattutto negli eventi più lunghi, anche se si tratta solo di due settimane». L’insofferenza nello stare in mezzo alla gente non è la confessione che ci si aspetta da lui. «Molti mi domandano del mio rapporto con dio, una parola abusatissima, non si sa bene cosa ci sia dietro. Io credo nell’Esistenza come entità intelligente che ti porta a sviluppare te stesso. Per quello che mi illudo di aver capito sulla vita, se la lasci fluire, prova a metterti nelle posizioni che ti creano il maggior disagio possibile. Per il mio caso, capisco la lezione: è un limite non sapersi relazionare con gli altri. È lì che devo crescere».

Maldicenze e bellezza

Di Manuele Dalcesti non si parla sui media, ma il suo nome è abbastanza chiacchierato sulle piattaforme social. «Basta andare su qualsiasi gruppo dedicato al Cammino di Santiago e chiedere di me. Radunerai una comitiva di hater che nemmeno…!». Quali sono le accuse dei suoi detrattori? «Mi dicono di tutto, ma l’accredito standard è quello di sfruttare i pellegrini che potrebbero andare da soli. Ma non è vero! Chi viene con me spesso soffre di ansia o attacchi di panico, magari non fa un viaggio da solo da 50 anni. Insomma, persone che hanno paura e non affronterebbero mai quell’esperienza senza di me». Il lato oscuro di Facebook, oltre che della popolarità. «Io della fama ho collezionato tutti i lati negativi. Scateno invidia in modo seriale, ma di vantaggi – leggasi soldi – nessuno! La mia disgrazia è di aver ottenuto tramite Facebook una visibilità che nessuna guida ambientale avrà mai nel corso della sua vita, ma io non ho fatto apposta a diventare famoso».

Quando parla delle malelingue Manuele si scioglie completamente. L’impressione è che la cosa non lo tocchi più di tanto. La spensieratezza di fronte all’incognita si conserva intatta quando affronta l’argomento “futuro”. «Non me lo sono mai chiesto. Io in Italia sto bene, ma non so dove finirò». Rimpianti non ce ne sono, lo sguardo resta concentrato sulle vette. «Purtroppo sono più i monti che il tempo che avrò per esplorarli, morirò senza aver visto cose fantastiche. Mi toccherà tornare in un’altra vita! C’è tanta bellezza a questo mondo, molta più di quella che io stesso possa immaginare».

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