La cattedra scolastica, quell’«arrivederci a settembre mai concretizzato»

ANSA / VINCE PAOLO GERACE / PAL

Negli ultimi anni, entrare nel mondo dell’insegnamento sta diventando sempre più difficile. Da sogno a miraggio in pochi attimi. Ecco la triste situazione raccontata dai suoi protagonisti


La laurea, il primo vero nastro del traguardo da tagliare per un giovane durante la sua formazione. L’ultimo step prima di entrare nel mondo del lavoro e iniziare a costruirsi una vita fuori dal nucleo familiare. Un nastro che sembra essere diventato però quello di partenza per una vita condita da rinunce, sacrifici e insoddisfazioni, a causa della crisi occupazionale. A risentirne maggiormente i laureati in materie umanistiche, soprattutto Lettere (classiche e moderne) e Filosofia, che stanno vedendo sfumare il sogno di avere una cattedra come polvere nel vento. Ad aggravare la situazione, il fantomatico “concorsone” che sembra non uscire mai: l’ultimo TFA (Tirocinio Formativo Attivo) risale al lontano 2015. Poi la nascita del FIT (Formazione, Insegnamento e Tirocinio) nato nel 2018. Ora si attende il concorso, che di mese in mese viene rimandato, smorzando fino all’abbattimento l’ottimismo post lauream di tanti giovani in attesa di un incarico.

«Sapevo di andare incontro a un campo che dava più soddisfazioni a livello personale e culturale che a livello professionale», afferma Simona, giovane laureata salentina, il cui telefono non squilla mai. «Non mi aspettavo però di trovarmi in un circolo vizioso, dove lo Stato illude le proprie ricchezze». Un grido di rabbia che spesso non trova riscontro pratico. Lo Stato aveva risposto allo stagnamento del lavoro lanciando il PF24, un percorso post-universitario che prevede di acquisire 24 Cfu (Crediti formativi universitari) in quattro ambiti per poi aderire successivamente al concorso. Se quest’ultimo non si concretizza però, a cosa è servito chiedere l’ennesimo sforzo ai giovani? «Una procedura inutile e che sembra finalizzata al semplice esborso di denaro», continua Simona. Le fa eco Andrea, 30enne bloccato nel limbo in attesa di una cattedra. «Sarò duro, ma a me è sembrata la trovata “infame” di un Ministero che con ogni probabilità ha così scelto di far “raggranellare” fondi extra a università pubbliche e private». Il malcontento non si placa, soprattutto se si fa caso che i posti ottenibili con le MAD (Messe a disposizione) non sempre si presentano.

«Il precariato è una piaga che affligge l’Italia da anni», afferma Armando, impegnato per un mese come supplente presso un liceo artistico a Gorizia. «Trovare lavoro non è semplice: c’è bisogno di una buona dose di volontà, condita da una spolverata copiosa di fortuna. La vera manna dal cielo sarà il concorso». La dea bendata però tiene fede al suo nome e non guarda tutti. Molti sono costretti a cambiare rotta, ad accontentarsi di un lavoro meno soddisfacente pur di tirare avanti. «La delusione mi ha spinta ad aderire al progetto regionale di “Garanzia giovani”, in qualità di segretaria: non il lavoro dei miei sogni, ma in attesa del concorso ho accettato. “In attesa del concorso”, sì, perché ormai è un pensiero fisso, è quella porta che mi condurrà al lavoro che voglio e che spero un giorno di attraversare», continua Simona. Al sud la situazione è ancora più complicata, tanto che la disoccupazione spinge spesso i giovani a cercare fortuna al nord. Peccato che ora nemmeno le zone padane e alpine riescano ad assorbire il continuo flusso. «Milano sta diventando satura. Ho tentato per due mesi, poi ho dovuto rinunciare al sogno: l’acqua stagnante ha sommerso anche quelle zone», conclude Andrea.

Cosa fare della mia vita? Come posso sfruttare la mia laurea nel mondo del lavoro? Cosa voglio diventare “da grande”? Ci sarà un posto anche per me? Queste le domande che accomunano tutti i ragazzi che hanno deciso di raccontare la loro storia. È triste vedere come all’estero il settore umanistico sia ai vertici della società, mentre in Italia costituisca un vero percorso a ostacoli.

condividi