A Piazza della Pilotta chiedi di Sergio

Trevi_-_piazza_della_Pilotta_1110302

Viaggio nella rete di solidarietà informale che da anni, nel centro di Roma, supporta un senza fissa dimora


«Sergio, certo! È un esperto di meteo». Se vuoi sapere che tempo farà a Roma senza scomodare il “Ponte Mollo”, puoi chiedere a lui. Sergio non è il suo vero nome, ma intorno a Piazza della Pilotta, tra la Gregoriana e il Quirino, lo conoscono tutti così. Più spesso lo chiamano «professore». Cosa insegna? Storia della nobiltà nella Roma rinascimentale, risponde il diretto interessato: «un’epoca in cui le famiglie nobili romane contavano più del Papa». Tra quelli che lo conoscono, però, c’è chi sostiene che fosse un insegnante di lettere: «Hai visto quanto legge? Ha un libro nuovo ogni due giorni». Altri ancora credono sia stato un professore di geografia, «per questo sa tutto di meteo».

Ci sono due certezze a proposito di Sergio, la prima è che le sue previsioni del tempo non sbagliano mai. La seconda è che dorme per strada, in Piazza della Pilotta. Ogni notte stende un paio di cartoni sotto la loggia di palazzo Muti Papazzurri, di fronte alla Pontificia Università Gregoriana, la storica Università dei Gesuiti a Roma fondata nel 1551 da Ignazio di Loyola su mandato di Papa Gregorio XIII. Quando lui non c’è i cartoni rimangono piegati con cura dietro le colonne doppie del vecchio ingresso signorile dell’edificio, dove dal 1948 ha sede l’Istituto Biblico. Di giorno la piazza è un passaggio di turisti, studenti ed ecclesiastici. Su Via delle Vergini si mettono in fila le scolaresche che entrano ai matinée del Teatro Quirino, il Liceo Visconti non è lontano,.

«Quei cartoni sono preziosi per lui. Qualche volta i musulmani glieli rubano per pregare, il venerdì», SPIEGA un ex dipendente del collegio biblico, ora in pensione, che lo conosce molto bene. «Sono qui da 22 anni e lui era già qui. Quando lo vedo gli offro una bevanda calda dalla macchinetta, di solito della cioccolata, perché dopo l’operazione alla vescica non può più bere né the né caffè». Anche lui conferma la storia del meteo.

«Sei rosso in viso, che hai fatto?», «Niente, stanotte è stato freddo». Sergio è un signore sui sessanta, capelli bianchi, piccolo e magrissimo. Un po’ incurvato dall’età e dal dormire a terra. Si rasa e si fa la doccia al Santo Spirito, dicono, dove c’è un medico che lo conosce, e poi ha una rete di “amici”, pare rumeni, che hanno una casa sul lago di Bolsena. Seduto a leggere forma un angolo quasi a novanta gradi, il viso che scompare dentro il piumino di almeno una taglia più grande. Legge soprattutto di sera, quando l’Istituto Biblico e la Gregoriana sono chiuse e da Piazza della Pilotta passano solo qualche suora o qualche padre che si fermano a chiacchierare («ciao, professore!»). Oppure passa un vigile a staccare multe, mentre qualche conducente di car sharing dal finestrino si lamenta delle macchine in doppia file che ostruiscono il passaggio.

Alla reception della Pontificia Università non sanno nulla di preciso su Sergio, ma nel bar interno basta un accenno: «Sì certo, gli portiamo la colazione da sette anni». Sergio parla italiano con proprietà e con accento francese (un’altra cosa certa che si sa di lui), e ha un francese da parigino di una volta. Non risponde però se gli chiedi dove sia nato. Dice di aver vissuto a Parigi, e questo sulla piazza lo confermano tutti.

Un tempo era sposato. Si apre poco alla volta. Racconta di essere arrivato a Roma dopo la morte della moglie, uccisa in un attentato su un treno diretto a Nizza, da Parigi. Una bomba esplosa alla Gare de Lyon poco dopo la partenza. «Eravamo sposati da sei giorni», continua mentre tiene le mani su un John Grisham king size. L’attentato puntava a un ex ministro dello Shah Reza Pahlavi rifugiatosi a Parigi dopo il 1979, che però su quel treno non è mai salito.

È una storia inventata, probabilmente con l’aiuto di qualcuno di quei romanzi che divora. Nelle cronache del terrorismo in Francia si contano diverse bombe sui treni, come quella del 1982 sul “Capitole” Parigi-Tolosa attribuita a Carlos “El Chacal” , o quella del 1995 sul convoglio della RER B alla stazione di St. Michel, dietro Nôtre-Dame, rivendicata dal Gruppo Islamico Armato algerino. Non risulta nessuna bomba su un treno Parigi-Nizza, soprattutto nel periodo immediatamente precedente a quello in cui, con ogni probabilità, Sergio è arrivato a Roma.

Un cameriere del Bistrot del Teatro Quirino è più informato: la moglie di Sergio sarebbe morta di malattia, e lui sarebbe venuto a Roma senza un motivo preciso, ma con il disegno preciso di vivere alla giornata. Verso le cinque di mattina, quando al Biblico e alla Gregoriana cominciano i primi movimenti, Sergio si alza e si sposta sulle scalette della Chiesa di Santa Rita da Cascia in Via delle Vergini, leggendo e aspettando mezzogiorno per mangiare qualcosa al Bistrot. «Il proprietario lo conosce da almeno dieci anni», dice il cameriere. «Prima gli faceva portare il cibo in Piazza, poi gli ha proposto di entrare a mangiare, prima dell’ora di punta». Qualcuno di loro deve aver letto quel passo del racconto che George Orwell fece del suo periodo giovanile da homeless: «Tanto per cominciare non gusterò un pranzo in un ristorante di lusso».

In quei 200 metri tra il Teatro Quirino, Palazzo Colonna e la Pontificia Università Gregoriana si è creata una rete informale di solidarietà che fornisce a Sergio libri, cibo, qualche spiccio per le sigarette e accoglienza.

Gli ultimi dati Istat sulle persone senza dimora risalgono al 2014 e parlano di circa 50 mila persone. Per la città di Roma sono disponibili studi più recenti, come quelli della Comunità di Sant’Egidio che nel 2018 contava circa ottomila «senzatetto», di cui tremila per strada.

«I poveri di oggi sono diversi dalla figura del barbone degli anni ’80 e ’90», si legge nel rapporto Caritas sulla povertà a Roma (2017). I senza dimora di oggi sono «persone poco competitive sul mercato del lavoro (una sorta di esodati informali); persone anziane con vissuti di homeless di lungo corso (con almeno 10 anni di strada e caratterizzate da un declino psicofisico adattivo); persone giovani attivabili al lavoro (tra i 20 ei 45 anni); persone coinvolte in percorsi sanitari (dimissioni da ospedali, malattie croniche invalidanti); persone con problematiche psichiche diagnosticate; persone con problematiche di droga e di altre dipendenze; persone diventate tali a causa di violenze domestiche (in particolare donne e bambini); persone diventate tali a seguito di un progetto migratorio fallito o transito migratorio». Il profilo di Sergio non si riduce a una sola di queste categorie, ma quando mai è così?

Oltre alle associazioni di volontariato laico e religioso, a occuparsi dei senza dimora a Roma c’è un nucleo della polizia municipale chiamato “polizia sociale”, che ha il compito di operare «interventi a favore di soggetti fragili», ma anche, ovviamente, di accertare i reati connessi. Dal 2002 il Comune ha istituito la Sala Operativa Sociale (S.O.S.), un servizio «finalizzato a intercettare il disagio attivando percorsi individualizzati» che, per esempio, in questo periodo si occupa dell’attuazione del piano comunale di contrasto all’emergenza freddo.

Da una verifica all’ufficio di competenza risulta che la situazione di Sergio non è nota alla municipale, ma questo perché la macchina dell’intervento pubblico si attiva solo quando arriva una segnalazione (a volte dettata da spirito umanitario, altre dallo zelo del “decoro”). Ma a Piazza della Pilotta nessuno ne sente il bisogno.

condividi