Finanziamento al terrore, anche l’Arabia Saudita tra i sorvegliati speciali dell’Ue

epa07348012 Iraqi Foreign Minister Mohammed Ali al-Hakim speaks during a plenary session of the Meeting of Foreign Ministers of the Global Coalition to Defeat ISIS at the Department of State in Washington, DC, USA, 06 February 2019. The 79-member coalition is meeting for in-depth discussions regarding defeating ISIS in Iraq and Syria.  EPA/ERIK S. LESSER

Bruxelles ha aggiornato la sua lista dei paesi che rischiano di favorire il terrorismo internazionale a causa di carenze importanti nella normativa di contrasto al riciclaggio di denaro sporco. Marco Di Liddo, analista del Ce.S.I, ci spiega perché non si può parlare di finanziamento diretto alle organizzazioni terroristiche


L’Unione Europea ha aggiunto una nuova infornata di paesi, in cui rientra anche l’Arabia Saudita, alla sua blacklist delle nazioni che rappresentano una minaccia per la sicurezza internazionale a causa degli scarsi controlli sugli introiti delle organizzazioni terroristiche e sul riciclaggio di denaro. I nuovi paesi finiti nel mirino della Commissione europea (Nigeria, Libia, Botswana, Ghana, Samoa, Bahamas, Panama e i quattro territori statunitensi delle Samoa, delle Isole Vergini, di Porto Rico e di Guam) si aggiungono ad altri 16 già presenti sulla lista, portando a 23 il totale dei paesi che che non oppongono sufficiente resistenza al processo di finanziamento del terrorismo internazionale.

Secondo Bruxelles i paesi colpiti dal provvedimento «presentano carenze importanti nella loro normativa anti-riciclaggio e non hanno implementato misure credibili per impedire che le organizzazioni terroristiche possano trovare fonti di introiti». La mossa tuttavia ha sollevato non poche preoccupazioni a causa delle possibili ripercussioni economiche per le banche dei paesi occidentali che presentano cospicui flussi di transazioni nei confronti dei paesi coinvolti, in modo particolare verso l’Arabia Saudita. «In Europa abbiamo stabilito gli standard più rigorosi al mondo contro il riciclaggio di denaro sporco, ma ora dobbiamo fare in modo che i fondi illeciti non entrino nel nostro sistema finanziario da altre nazioni» ha affermato Vera Jourova, Commissario europeo per la giustizia, che ha curato la stesura della lista. «Il denaro sporco è la linfa vitale delle organizzazioni terroristiche e criminali, dobbiamo fare in modo che anche i paesi esterni all’Unione risolvano presto le loro carenze in questo ambito» ha aggiunto la politica ceca.

I 28 stati membri ora hanno un mese, estendibile a due, per approvare la lista, che può essere respinta solo a maggioranza qualificata. La blacklist non implica l’applicazione di sanzioni economiche nei confronti dei paesi iscritti, ma obbliga gli istituti bancari degli stati membri ad effettuare procedure di controllo più stringenti sulle transazioni con clienti e istituzioni di tali paesi. Gli altri stati che erano già presenti nella lista sono l’Afghanistan, la Nord Corea, l’Etiopia, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, lo Sri Lanka, la Siria, Trinidad e Tobago, Tunisia e Yemen. Sono stati rimossi invece Bosnia Erzegovina, Guyana, Laos, Uganda e Vanuatu. «Sono stati fatti importanti passi avanti, tuttavia alcune delle più grandi macchine per il riciclaggio di denaro sporco continuano ad essere ignorate. Sto parlando della Russia, della city finanziaria di Londra e dell’Azerbaigian» ha commentato Sven Giegold, eurodeputato che siede tra le fila dei verdi ed è membro della commissione speciale del Parlamento Europeo sui crimini finanziari.

«Quando si parla di finanziamento del terrorismo bisogna chiarire un aspetto: se dicessimo che esistono degli stati che finanziano in maniera diretta il terrorismo, quindi che hanno in funzione dei canali più o meno ufficiali, esporremmo questi paesi al pubblico ludibrio e al rischio di sanzioni e ripercussioni militari. – precisa Marco Di Liddo, analista del Ce.S.I. – Se l’Arabia Saudita venisse inserita in una lista dei paesi sponsor del terrorismo la comunità internazionale dovrebbe reagire di conseguenza. Ad esempio, alcune delle sanzioni americane nei confronti della Russia erano giustificate dal fatto che vi fosse un’ingerenza diretta di Mosca nelle questioni interne ucraine con il supporto ai separatisti del Donbass. Non si può affermare che l’Arabia Saudita finanzi il terrorismo, quello che si può dire è che esistono delle personalità saudite, del mondo della finanza, del sottobosco istituzionale o che appartengono alla famiglia reale ma non hanno compiti di governo, che per scopi personali finanziano certi tipi di attività».

«C’è un’agenda da parte di alcune monarchie del golfo tesa a diffondere un’ideologia islamica di tipo wahhabita, quindi estremamente conservatrice, che quando si sposa con determinate circostanze politiche può generare movimenti jihadisti – aggiunge Di Liddo – E’ tutto ciò che si può affermare con ragionevole affidabilità scientifica, il resto a livello analitico non ha riscontro. Lo stesso discorso si può fare per la Turchia, che è stata accusata di non aver mostrato abbastanza zelo nel contrasto al traffico di petrolio dell’Isis. C’erano membri dell’entourage di governo turco che chiudevano un occhio, permettendo ai contrabbandieri di operare in tranquillità. Sono inefficienze, però non permettono di accusare direttamente un paese perché manca la volontà esplicita dal punto di vista politico. Alcuni governi presentano al loro interno delle fazioni che cercano di sfruttare i movimenti jihadisti per i propri scopi di politica estera. Tuttavia, in nessun paese esistono prove evidenti di queste dinamiche, perché indagini in tal senso sono difficili da portare avanti per ovvi motivi».

 

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