El Chapo condannato: rischia l’ergastolo

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L'ex capo del cartello messicano di Sinaloa è stato condannato da un tribunale di New York. Il 25 giugno la lettura della sentenza: rischia il carcere a vita, ma non la pena di morte


Fine pena mai. Il processo al messicano Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera, tra i principali signori della droga al mondo, si è concluso ieri a New York con una condanna per i dieci capi d’accusa a suo carico. Durato sei mesi, costato in termini di sicurezza la totale copertura – con scorta – per i dodici giudici popolari e la chiusura del ponte di Brooklyn per due volte al giorno – al passaggio del Chapo verso e dal tribunale – il processo si è concluso senza sorprese. Per i dettagli della pena si dovrà aspettare il 25 giugno, quando si saprà dove il narcotrafficante sarà recluso e che regime gli sarà applicato: si va verso l’ergastolo con isolamento in un carcere di massima sicurezza.

epa05732473 (FILE) - A file picture dated 08 January 2016, shows the drug lord Joaquin the "Chapo" Guzman with members of the Mexican Army after his recapture in the city of Los Mochis, Sinaloa, Mexico. The Mexican Government have handed over 'Chapo' Guzman to the US authorities, the leader of the Sinaloa cartel, according to a statement the Secretariat of Foreign Relations on 19 January 2017 .  EPA/José Méndez

Guzman è stato per oltre trent’anni il boss del cartello di Sinaloa, il clan messicano che ha raccolto l’eredità di quello di Guadalajara di Félix Gallardo. Gallardo, un ex poliziotto, riunì sotto un’unica egida i diversi capi delle città messicane, dedicandosi prima al traffico di marijuana, poi a quello della cocaina colombiana. Mercato di riferimento il nord, gli Stati Uniti. Per anni il circolo di corruzione che legava i trafficanti a politici e forze dell’ordine ha consentito ai cartelli una quasi totale immunità, nonostante gli omicidi, le estorsioni e, ovviamente, lo spaccio di tonnellate di droga oltreconfine. Al suo arresto si aprì una sanguinosa lotta al trono vinta proprio dal “Chapo” (“Il Corto”), che grazie agli affari negli Usa ha guadagnato, negli anni, più di 14 miliardi di dollari.

Arrestato per tre volte, Guzmán è evaso da due carceri messicane nel 2001 e nel 2015. La prima, nascondendosi in un carrello dei panni sporchi, la seconda utilizzando un tunnel scavato nel bagno della sua cella. Tunnel che hanno sempre costituito il principale strumento di lavoro per El Chapo, che ne ha fatti scavare tanti sia in entrambi i lati del confine Messico-Usa (per trasportare la droga senza passare dalle dogane), sia nelle abitazioni usate come nascondiglio, per sparire nel nulla all’arrivo delle forze dell’ordine.

La seconda evasione, ripresa dalle telecamere di sicurezza del carcere di Altiplano, è stata fatale per le autorità messicane: alla sua cattura nel gennaio del 2016, infatti, è seguita dopo un anno l’estradizione negli Stati Uniti, vista l’impossibilità di Città del Messico di mantenere il boss sotto controllo. A poco più di due anni dall’arrivo negli Usa, El Chapo è stato infine dichiarato colpevole ma, per gli accordi bilaterali tra i due Paesi, non sarà condannato a morte.

Nei sei mesi di processo sono stati ascoltati più di cinquanta testimoni, quattordici dei quali pentiti una volta a busta paga del boss. Tra i momenti più importanti, la testimonianza del boss colombiano Alex Cifuentes, che ha accusato l’ex presidente messicano Enrique Pena Nieto di aver intascato una tangente di 100 milioni di dollari proprio dal cartello di Sinaloa. Alla lettura della sentenza Guzman non ha battuto ciglio. Gli avvocati hanno già annunciato che ricorreranno in appello, ma il destino è ormai segnato: per l’ex autista la corsa è giunta al termine.

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