Auto a gasolio, cresce la domanda dell’usato: la seconda vita dei vecchi diesel nell’Est Europa

Uno dei cartelli stradali che delimitano l'Area B, allestito in uno dei varchi d'accesso a Milano, 16 gennaio 2019. L'Area B, corrisponde al 72% del territorio cittadino e vieterà l'accesso alle auto inquinanti fino agli euro 3 diesel in tutta la città dalle ore 7.30 alle ore 19.30, dal lunedì al venerdì, sarà presidiata da 185 telecamere ed entrerà in vigore il prossimo 25 febbraio. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Le normative anti-inquinamento stanno costringendo migliaia di automobilisti ad abbandonare i motori diesel. Ma sul mercato dell'usato il gasolio continua ad essere molto richiesto, soprattutto nei paesi dell'Est Europa, dopo finiscono molte delle auto che le grandi capitali europee non vogliono più


I blocchi del traffico che colpiscono i vecchi motori diesel non sembrano scoraggiare gli automobilisti italiani. La domanda di auto a gasolio, che nel primo decennio del duemila sono state le più vendute in Europa, non si è ancora del tutto esaurita ma si sta spostando sul settore dell’usato e sta prendendo la direzione delle aree geografiche dove le norme anti-inquinamento sono meno stringenti. Secondo i dati diffusi dall’Aci la richiesta dei diesel è cresciuta nel 2018, con un aumento sia dei passaggi di proprietà (+7,3%) sia della quota di mercato (+1,1), che oggi è passata dal 52,7 del 2017 al 53,8 del 2018. Anche AutoScout24 conferma questo trend: il centro studi del portale di auto usate fa sapere che nel 2018 il 65% delle domande totali ha riguardato i veicoli diesel. Gli automobilisti che rimangono maggiormente fedeli al gasolio sono quelli calabresi e siciliani con il 69% delle richieste, a conferma di come le limitazioni alla circolazione non stiano condizionando le scelte degli utenti nelle regioni meridionali.

Ad oggi ad aver siglato accordi per la qualità dell’aria con il ministero dell’Ambiente, sono esclusivamente Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Lazio. Tali restrizioni, che si applicano ai comuni con più di 30mila abitanti e riguardano le autovetture ad alimentazione diesel di categoria inferiore o uguale ad Euro 3 (entro l’1 ottobre 2020 verranno estese agli Euro 4 e entro il 2025 agli Euro 5), stanno avendo invece una forte ripercussione negativa sulle vendite di auto nuove. Gli ultimi dati dell’Unione Rappresentanti di Veicoli Esteri (Unrae), relativi al mese di dicembre, parlano infatti di un 2018 nero per le auto a gasolio, le cui immatricolazioni sono scese del 12,3%, con una quota di mercato del 51,5% (-5 punti percentuali rispetto al 2017).

«L’Osservatorio di AutoScout24 registra un mercato dell’usato vivace e in costante crescita, che ha superato i 3 milioni di passaggi nel 2018 – afferma Tommaso Menegazzo, responsabile del Centro Studi di AutoScout24 -. La combinazione di elevata età media delle auto e prezzi medi stabili confermano come l’usato sia sempre più una valida alternativa al nuovo per individui e famiglie. Nonostante stia crescendo la sensibilità verso le auto “green”, contestualmente alle preoccupazioni legate alle limitazioni di traffico e di emissioni di CO2, gli italiani continuano a preferire vetture diesel. È un’apparente contraddizione tipica di un sistema auto sempre più complesso, in cui scegliere l’alimentazione giusta per l’immediato futuro non è semplice ed il fattore prezzo continua a giocare un ruolo importante. Nella scelta dell’auto usata gli italiani continuano a orientarsi su vetture alimentate in modo tradizionale soprattutto per una questione di costi, dato che le “green” sono al momento ancora più care, e scelgono il diesel perché consuma meno e ha una durata maggiore rispetto al benzina. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, due fattori sembrano in grado di invertire questa tendenza: gli investimenti in ricerca e sviluppo delle case auto, orientate verso soluzioni di mobilità sostenibile ed accessibile, e i programmi di incentivi all’acquisto di veicoli sempre meno inquinanti da parte dello Stato.»

Più che risolvere il problema dei vecchi diesel, le limitazioni al traffico starebbero spostando grandi quantità di veicoli inquinanti dal nord al sud Italia e, soprattutto, dall’Europa occidentale ai paesi dell’Est. Ad adottare divieti di circolazione per migliorare la qualità dell’aria sono state le grandi capitali europee, come Parigi, Madrid, Oslo, Amsterdam e Atene, mentre nell’Europa centrale e balcanica la tematica è meno sentita. Di conseguenza, le vecchie vetture a gasolio di migliaia di automobilisti italiani, francesi e tedeschi, vendute alle concessionarie in favore di alternative più ecologiche, prendono la direzione dell’est, dove vi è ancora una florida domanda per questo tipo di motorizzazione. Un flusso confermato dai dati di Transport & Environment, una federazione che raccoglie 53 ong ambientaliste, la quale ha calcolato che in Europa circolano ancora 37 milioni di veicoli diesel “sporchi”. Il paese che assorbe il numero maggiore di auto inquinanti è la Bulgaria, che nel 2017 ha importato 35.713 vecchi diesel. Oltre la metà di questi veicoli ha più di 10 anni di età e non è dotata del filtro antiparticolato (Fap), che riduce drasticamente le emissioni di polveri sottili, divenuto obbligatorio solo dopo il 2011.

Una situazione che per la Bulgaria si sta traducendo in un aumento delle patologie a carico delle vie respiratorie, con oltre 13.000 morti premature ogni anno. Per quanto riguarda il biossido di azoto (NOx), sostanza al centro dello scandalo dieselgate, i diesel esportati in Bulgaria lo scorso anno hanno prodotto una media di emissioni pari a 1.030 mg / km, ovvero 12 volte superiori rispetto all’attuale limite imposto dall’Unione Europea (80mg/Km). Secondo Transport & Environment, la maggior parte delle auto usate provenivano dall’Italia ed erano modelli prodotti dal gruppo Fca. Si tratta infatti di un momento florido per gli esportatori di auto di seconda mano, che possono acquistare a prezzi stracciati i vecchi diesel svalutati dagli automobilisti dell’Europa occidentale e rivenderli nella penisola balcanica, dove questi veicoli sono molto richiesti e ben pagati dai consumatori, grazie ai bassi consumi e alla loro robustezza. Il risultato è una nuova cortina, non di ferro ma di smog, che rischia di spaccare il continente e aumentare il divario sulla qualità dell’aria tra est e ovest.

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