«Nelle fosse comuni restituisco dignità ai morti della guerra civile»

Paesi Baschi

Caterina Raffone è partita dalla Sicilia e oggi lavora come antropologa forense nei Paesi Baschi, in Spagna: «Dagli scheletri risalgo al nome delle vittime»


Le mareggiate che s’infrangono sulle coste di San Sebastian, nei Paesi Baschi, creano spettacoli da togliere il fiato. I turisti li guardano assorti e riprendono con lo smartphone, seduti su panchine di ferro congelate dai termometri invernali. Caterina ha 26 anni e capelli corti, il fisico minuto non rende giustizia a una personalità straripante. L’oceano le ricorda la Sicilia, quando lo scirocco riempie l’aria e le onde spaccano gli scogli: «Ho bisogno del mare, a Messina vivo praticamente sulla spiaggia». La Guipuzkoa è diventata la sua seconda casa, un posto di cui ci s’innamora: «Dopo l’Erasmus, sono stata in Catalogna, ma alla prima occasione sono tornata».

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Questioni professionali, attitudini lontane dallo stereotipo di ragazza imposto dalla società: «Identifico le vittime della guerra civile spagnola – risponde secca – Trascorro le giornate all’interno delle fosse comuni sparse per la regione, dove attraverso l’analisi degli scheletri e la comparazione del Dna con probabili famigliari, proviamo a restituire un nome, ma soprattutto, dignità alle vittime». Una decisione curiosa e una telefonata per tuffarsi in un universo sconosciuto: «Mi chiamò mio padre e mi disse di un progetto all’Università di Ravenna. Passai i cinque mesi successivi in laboratorio e studiai tantissimo per colmare le mie lacune. La laurea triennale in criminologia non bastava per il percorso che stavo intraprendendo, così, contemporaneamente, presi la magistrale in biologia. Oggi sono qui e sono felicissima». Altro che luoghi comuni sui siciliani conservatori: «Mamma è la mia spalla, l’aiuto nei momenti difficili, lo stimolo a non mollare quando il lavoro presenta il suo lato oscuro».  Anche le amiche se ne sono fatte una ragione: «Le ho abituate a scelte particolari, hanno soltanto allungato la lista delle stravanganze».

IL QUADRO Una sorta di missione, perché a scrutare la cartina non si finirebbe mai: «La Spagna è la seconda nazione del mondo per numero di IMG_7091sparizioni forzate, solo la Cambogia è messa peggio – prosegue Caterina –Parliamo di circa 200mila persone, per un periodo che arriva fino agli anni ’70». Proprio questo è, forse, il dato più sconcertante: «Le operazioni di ricerca sono partite con l’avvento del nuovo millennio. La prima fossa è stata scoperchiata  nel 2000, dentro c’erano i resti di tredici individui assassinati nel 1936». Merito delle famiglie, intenzionate a far luce su una vicenda coperta da una folta coltre di mistero, sulla quale la dittatura di Francisco Franco aveva posto a lungo il veto: «L’attività di perlustrazione rientra nel progetto “Memoria Historica”, finanziato da “Direccion de Derechos Humanos del Departamento de Justicia del Gobierno Vasco”. Ci collaborano medici legali, antropologi, geologi, genetisti, chimici, storici, archivisti, volontari e studenti. Il contributo reciproco è fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo».

GLI OSTACOLI In questo scenario, è proprio il tempo a recitare la parte del tiranno: «Più ne passa, minori sono le probabilità di trovare parenti di prima generazione, necessari per effettuare i confronti. Poi ci sono l’umidità e le condizioni nelle quali si trovano gli scheletri: le alterazioni dei resti complicano l’estrazione del Dna e possono dipendere da qualsiasi fattore – sospira – Per fortuna esistono le tecnologie». Difficile, comunque, tracciare una percentuale di riuscita: «Aumentano se le vittime possedevano la targhetta identificativa o i famigliari ci indicano la fossa in cui è avvenuta la sepoltura» E in caso contrario?: «I dati ricavati vengono inseriti in un database. Tutte le Comunità Autonome hanno il loro, ma si sta ancora lavorando a uno che raggruppi i cadaveri dell’intera Spagna».

La fine è prevista per il 2020, e chissà che il futuro non parli italiano: «Mi piacerebbe dedicarmi ai resti delle Foibe, ma il Governo riuscirà ad approvare un progetto per aprire queste fosse e chiudere le ferite?». L’interrogativo resta, mentre Caterina guarda il mare e sogna casa.

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