Diffidenza, dipendenza, tregua: odi et amo ai tempi di Facebook

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Il primo approccio a metà adolescenza, l'abbuffata durante l'università. Se il social più popolare non strega, lo "stretto indispensabile" è la strada


Facebook è una rivoluzione discreta: come per un grande amore, non è indispensabile il colpo di fulmine. Nella comunicazione digitale “teen-to-teen” gerarchie e preferenze degli utenti sono uscite stravolte dall’ultimo decennio. Anni fa spopolavano soprattutto sistemi di messaggistica istantanea pensati per essere usati da computer fisso o pc (MSN uno per tutti), abbinati per i più ingordi a piattaforme online nate essenzialmente per cuccare o tenere d’occhio ex-qualcosa. Quando Facebook ha cominciato a prendere piede, un paesone come Arezzo non gli ha riservato un’accoglienza calorosa. A parte che ci-si-conosce-tutti, avere “Faccialibro” era guardato dai più come uno sfoggio inutile di socievolezza. Gli aretini sono gente diffidente: se gli amici sono quelli con cui passi il tempo libero, quelli su Facebook chi sono? A cosa servono? Questa novità social non appariva poi così desiderabile: chi si creava un profilo probabilmente voleva strafare o nascondeva qualcosa.

John Lennon diceva che «la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi»: Facebook ha la natura perfetta per diventare un accessorio permanente della nostra routine, per abituarci e nascondersi nella nostra distrazione. Il mondo di Zuckerberg fornisce mete eccezionali per un’adolescente in cerca di evasione. Pagine dal titolo “leggere tutte le etichette dei detersivi mentre si è seduti sul water” o “scopri quale sarà il tuo lavoro ridicolo da adulto” (tra i risultati del sondaggio anche qualcosa di simile alla “tiratrice agonistica di coriandoli”) si alternavano a post pieni di citazioni straniere tese immancabilmente a livelli di cripticità che neanche la Sfinge. Al netto dei vari spionaggi sentimentali, fino alla fine del liceo la vita quotidiana poggiava i piedi ancora molto di più sulla Terra che sul pianeta Facebook.

Con l’università, le cose sono cambiate. Se la memoria rimuove tutto, le amiche accorrono in soccorso: «C’è stato un periodo in cui ti lamentavi perché stavi fissa al computer guardando stupidaggini e perdendo un sacco di tempo. Poi hai detto che ti era presa la mania di stalkerare la gente, di vedere cosa facevano questo o quello. La cosa ti rendeva le giornate invivibili». La prima testimonianza parla di una specie di dipendenza. Di che tipo di utente stiamo parlando? «Io mi ricordo che mettevi Mi piace alle pagine più stupide e aggiornavi il tuo profilo con tutti i libri che leggevi e i film che vedevi. Ma le pagine erano sicuramente la cosa più importante!». La seconda voce corregge il tiro. Forse è successo un mix di tutto questo. Una volta fuori dalla terra natia, Facebook era diventato una sorta di diario di bordo, personale ma non segreto, in cui finivano i residui di una vita bolognese fatta di molto studio e poche conoscenze stimolanti. Quella f bianca su sfondo blu nei periodi di maggiore stress prendeva l’identità di una “sigaretta digitale”: un diversivo che non fa bene ma che per abitudine non puoi più fare a meno di concederti. Senza contare che il livello di aggressività dei miei amici facebookiani era improvvisamente schizzato alle stelle e nell’home page si affollavano contenuti molto tristi o molto sarcastici sulla piega che avevano preso le vite altrui. Tutti erano profondamente arrabbiati e insoddisfatti per ragioni che a me suonavano futili, o lontane anni luce.

La prima a notarlo è stata un’amica. «Oh ma che fine hai fatto? L’altro giorno volevo taggarti in una foto ma non riuscivo a trovarti. Mi sa che il tuo profilo ha un problema. Mica ti sarai cancellata?!». Le prime settimane non sono state facili. Il tabagismo ne ha risentito in negativo: avete mai provato a cronometrare quanti minuti dedicate di media a consultare i vostri cellulari, durante una cena o una bevuta? Il tempo improvvisamente dilatato all’inizio disorienta e non c’è modo di scansare la pioggia di «perché???» che ti si abbatte addosso appena la notizia arriva a orecchie nuove.

Due anni dopo, l’ammissione alla Luiss. Prima la ricerca della casa da fuori sede, poi i laboratori in classe: googlare quella parola non è mai tornato piacevole, ma la tregua regge. Si è mai vista una giornalista senza Facebook? Non c’è accanimento, semplicemente l’invenzione di Zuckerberg non mi ispira fiducia e sotto sotto non mi è mai piaciuta. Per cercare di sfruttarla al meglio come una vetrina professionale forse servirebbe una convinzione che per ora scarseggia: questa parentesi di distacco british è il compromesso più duraturo finora raggiunto. Lavorarci su, si deve.

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