Iscriversi a Facebook a 27 anni, confessioni di un utente riluttante

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«Son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale, son scappato via ma ti ritrovo qua!» cantava Roberto Vecchioni nella sua “Samarcanda” per sottolineare l’ineluttabilità del destino. Come il soldato della canzone, anch’io ho cercato inutilmente di fuggire da Facebook per 14 anni («corri come il vento che mi salverò»), salvo poi ritrovarmi costretto ad accettare la “f biancoblu” («stanco di fuggire la sua testa chinò»). L’aver equiparato l’iscrizione a Facebook all’incontro con la morte a Samarcanda potrebbe far intuire che chi scrive non ha un’opinione positiva del social network più famoso al mondo. Al di là dei toni melodrammatici, ho sempre guardato a Facebook e ai suoi proseliti con sdegnata superiorità, ma anche con una sorta di soggezione.

Quando nasce, nel 2004, il social media di Mark Zuckerberg fa colpo principalmente tra il pubblico adolescenziale. Facebook diventa ben presto un must e, come per tutte le mode, si crea una minoranza di persone che vi si oppone fieramente. Io ero tra questi, anche se la mia decisione non era maturata dopo una disamina dei pro e dei contro di Facebook, ma era stata dettata dal gusto di fare una scelta controcorrente. Si trattava di un modo per ostentare una certa differenza rispetto agli altri, differenza animata da un sentimento di vanità non inferiore a quello che spinge a condividere una foto riuscita.

Dopo averne compreso il funzionamento, la diffidenza che provavo verso il social media si è amplificata. Ho capito che Facebook è uno specchio, e come ogni specchio restituisce un’immagine deformata di sé e della propria vita sociale. E’ chiaro a tutti gli utenti che le foto postate sublimano la realtà e che i nostri amici reali non corrispondono all’impero di follower virtuali, ma altri meccanismi dei social sono meno intuitivi da comprendere. Ad esempio, quelli che ci illudono di essere ascoltati (tutti ci compiacciamo per un post con tanti commenti), di avere consenso (likes), di poter mantenere buoni rapporti con gli altri assolvendo ad alcuni sporadici riti formali (come fare gli auguri di compleanno sul diario). In alcuni casi la “f più famosa del mondo” può addirittura amplificare la percezione della propria solitudine (ho visto amici rifiutare inviti a uscire perché afflitti per una bacheca senza notifiche).

Sono questi i motivi che mi hanno spinto a tenermene alla larga per così tanto tempo, prima di intraprendere il percorso da aspirante giornalista. Un anno e mezzo fa, con l’inizio del master, ho capito che la mia analisi sugli effetti psicologici dei social era del tutto irrilevante nel caso di un uso dettato da esigenze professionali. Certo, si potrebbero intavolare discussioni infinite sull’utilità e sulle ripercussioni della creatura di Zuckerberg per la professione giornalistica, ma non mi sembra questa la sede per farlo. Mi sono iscritto a Facebook senza provare disagio e i miei amici hanno accolto con soddisfazione il mio cedimento. Io ho lasciato che si illudessero e che mi accostassero al popolo di vanesi che si esalta per una foto con la luce giusta o per una battuta arguta, ma dentro di me continuo a ripetere con stoica rettitudine il mio credo: «Non farlo, Angelo, non postare quella foto, non sei qui come consumatore di socialità virtuale ma come giornalista». Dura la vita per chi è superiore. E ora, se vi è piaciuto l’articolo, condividete e mettete like.

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