Da “Farmville” ai selfie. Come è cambiato il mio Facebook in 10 anni

All'inizio lo usavo per i giochi, poi per scambiarsi i compiti in classe. Dieci anni fa mi iscrivevo a Facebook. Mai capito e mai usato del tutto


«E che ci faccio?». Questa fu la mia risposta quando, ormai più di dieci anni fa, una mia cara amica mi disse di iscrivermi a Facebook. «Ma dai, ce l’hanno tutti. Non vorrai essere da meno» continuava lei imperterrita. L’idea di iscrivermi ad una piattaforma in cui tante persone venivano messe in contatto l’una con l’altra non mi entusiasmava. Sono sempre stato un tipo timido. All’inizio rifiutai calorosamente. Poi, vedendone i molti usi divertenti, decisi di iscrivermi anche io. Anzi, fu la mia amica ad iscrivermi quasi a forza.

Scelsi come immagine del profilo un personaggio dei cartoni animati e, dopo aver inserito alcune informazioni base, mi ritrovai pronto ad usare Facebook, l’ultima meraviglia tecnologica atta a rendere ancora più fragili i già fatui rapporti umani. «Adesso che succede?» dissi con fare interrogativo alla mia amica. «Adesso devi chiedere l’amicizia a tutti quelli che conosci», «Ma se già li conosco a che serve chiedergli l’amicizia qui?» risposi con aria sempre più dubbiosa. «Se non chiedi l’amicizia non puoi chattare o vedere le foto dell’altra persona. In più non ti può aiutare nei giochi a cui partecipi».

All’epoca infatti uno dei motivi principali che spingeva i ragazzini ad iscriversi a Facebook era un gioco, piuttosto banale invero, chiamato “Farmville”. Il giocatore possedeva una fattoria e doveva piantare ed innaffiare le sue piantagioni, oltre che curare gli animali per ricavarne i prodotti da scambiare con lauti premi. Ci giocavano tutti. Però potevi aiutare gli amici solo se avevi la loro amicizia su Facebook. Posso dire con assoluta certezza che il mio chiedere l’amicizia agli altri ebbe, almeno all’inizio, un obbiettivo prettamente utilitaristico, ossia guadagnare più punti su Farmville. E così andò per diversi mesi. Poi però, come spesso accade in questo tempo, ci si stanca facilmente di una cosa e la si sostituisce con altro. Nel mio caso furono le chat di gruppo con i compagni di scuola.

Non amavo particolarmente i miei compagni di scuola, ma sul gruppo Facebook si era soliti scambiarsi versioni di greco e latino tradotte (malamente) da utilizzare per la verifica in classe, esercizi svolti e compiti per gli assenti. Ancora una volta puro utilitarismo. Inoltre si poteva parlare male dei professori liberamente. Il turpiloquio, anche quello più volgare e spinto, era assolutamente consentito. Tutto ciò mi divertiva abbastanza. All’epoca le foto non avevano così tanta importanza. Il potere delle immagini era inferiore rispetto ad oggi e il dialogo conservava ancora, seppur nella sua forma più triviale, un po’ di importanza.

Poi venne il tempo dei selfie, delle foto al mare, delle foto al piatto ricolmo di cibo. Le fotografie sgranate dei tramonti dal terrazzo di casa o dalla sdraio al mare. Tutto divenne immagine. Se non pubblicavi delle foto il tuo profilo aveva ben poco senso di esistere. Personalmente, ritenendomi poco fotogenico, ho sempre evitato di esibire me stesso attraverso il filtro del web. Così mi sono progressivamente allontanato da Facebook, almeno per quanto concerne l’uso utilitaristico che ne facevo. Oggi mi limito a guardare. Ad osservare gli altri e, qualche volta, a leggere qualche notizia (per lo più falsa o manipolata) che viaggia attraverso il social, ormai veicolo principale di trasmissione per i contenuti dei siti web d’informazione.

Chi l’avrebbe detto che saremmo passati dal giocare a Farmville a leggere l’Huffington Post su Facebook? Oggi ci sono altri social più popolari di Facebook da cui, non ravvisandone l’utilità diretta per me stesso, mi tengo ben lontano. Fuggo, invano, dalla dittatura dell’immagine.

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