Facebook non può perdere le elezioni europee

EPA/ETIENNE LAURENT

Dopo un anno difficile in cui ha perso reputazione in conseguenza delle inchieste sulla disinformazione nelle elezioni USA del 2016, il social network vuole evitare di subirre altri contraccolpi dalle elezioni europee del prossimo maggio, annunciando nuove misure di contrasto alle fake news. La sua strategia non ha convinto la Commissione europea, ma in borsa le azioni della società continuano a crescere


Il giorno dell’audizione di Mark Zuckerberg di fronte al Senato degli Stati Uniti, il 10 aprile 2018, qualcuno ha scritto che il segno più evidente della sua preoccupazione fosse il fatto che l’amministratore delegato di Facebook indossasse giacca e cravatta. Famoso per le sue t-shirt (il motivo, ha detto una volta, è che non ha tempo per concentrarsi sul vestiario, ma in realtà i suoi capi sono griffati Cucinelli), Zuckerberg sta cercando di evitare di doversi mettere di nuovo quella giacca e quella cravatta, in particolare dopo le elezioni europee del prossimo maggio.

Lunedì scorso Facebook ha annunciato l’arrivo di nuovi strumenti per il contrasto alla disinformazione sulla piattaforma. Entreranno in funzione da febbraio e mireranno a rendere più trasparenti gli annunci sponsorizzati a carattere politico. «Gli inserzionisti avranno bisogno di un’autorizzazione per acquistare annunci politici e gli utenti potranno vedere molte più informazioni», si legge nel comunicato firmato dalla responsabile per le policy europee Anika Geisel. In particolare, attraverso la nuova funzione “pagato da” sarà possibile vedere chi, come e quanto ha pagato per ogni annuncio politico, oltre ad alcuni dati di chi lo ha visualizzato.

Oltre a queste misure l’azienda di Menlo Park ha annunciato di voler istituire “nuovi centri operativi” specializzati in contrasto alle fake news. La prima ad essere annunciata è quella di Dublino, una war room contro le fake news, come l’ha definita il nuovo responsabile della comunicazione di Facebook Nick Clegg.

La strategia di comunicazione è così serrata da portare lo stesso Zuckerberg a spendersi personalmente in un editoriale sul Wall Street Journal del 24 gennaio, ripreso da Repubblica: «Clickbait e altre robacce simili possono portare engagement nel breve termine, ma sarebbe folle per noi mostrare intenzionalmente questi contenuti, perché non sono ciò che la gente vuole. Un’altra domanda che ci viene posta è se lasciamo online contenuti dannosi, o che creano divisione, solo perché generano interazioni. La risposta è no. […] L’unica ragione per cui questi contenuti restano online è perché le persone e i sistemi di intelligenza artificiale che utilizziamo per rivederli sono ancora in evoluzione e in miglioramento, e non perché abbiamo incentivi di alcun tipo ad ignorarli».

L’assunto che è al cuore del suo ragionamento è che “se devono vedere una pubblicità, le persone preferiscono gli annunci personalizzati”, ma l’idea è stata contestata sulle colonne del New York Times da uno dei massimi esperti di digitale e privacy, il professor Joseph Turow dell’Università della Pennsylvania. «Con l’aiuto di importanti studi di sondaggi, nel 2012 e nel 2009 abbiamo condotto due sondaggi telefonici nazionali di americani. Quando chiedevamo alle persone se volevano i siti web visitati per mostrare loro annunci pubblicitari, notizie o annunci politici “su misura per i vostri interessi”, la maggioranza ha detto di no», ha scritto in un editoriale sul New York Times.

Anche senza prendere sul serio la questione del vestiario, il fatto che Facebook si stesse della sua immagine rispetto al tema della privacy si poteva dedurre proprio dalla scelta di Nick Clegg. Assunto a ottobre 2018, l’ex leader del partito Liberaldemocratico britannico, vicepremier tra il 2010 e il 2015 durante il governo conservatore di David Cameron e più tardi sostenitore di una soft Brexit, Clegg ha trasmesso il suo annuncio in streaming proprio su FacebookTuttavia, le misure annunciate non hanno convinto gli analisti della Commissione Europea, che proprio ieri ha ospitato a Bruxelles un convengo  intitolato Countering Online Disinformation, cui hanno partecipato anche esponenti di Google e Facebook.

L’approccio è stato giudicato “disomogeno, opaco e arbitrario” da Julian King, commissario europeo alla sicurezza dell’Unione, presentando la relazione sullo stato di avanzamento della repressione di notizie false in Europa. In realtà, il giudizio è ufficialmente (e genericamente) esteso a tutte le aziende cosiddette big tech, ma la compagnia di Mark Zuckerberg, uno dei quattro principali firmatari di un nuovo codice di condotta, è stata quella più presa di mira dai relatori della conferenza europea.

Probabilmente dovremo aspettare la fine della campagna elettorale europea per sapere se e quanto la strategia di Facebook è stata efficace. Al momento, però, si può guardare alle inchieste sul ruolo della disinformazione durante le elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti hanno dimostrato che gli annunci pubblicitari su facebook non sono la principale fonte di diffusione delle fake news. Infatti, come ha spiegato il report della società statunitense di cybersecurity New Knowledge (Reporter Nuovo se n’è occupato con un’intervista a Renée Di Resta), la disinformazione nasce su siti web ambigui e video complottisti su youtube, che finiscono e vengono promossi sui social principalmente grazie a una rete di falsi profili personali, e in misura molto minore con pagine che sponsorizzano falsi contenuti.

Inoltre, a mettere in dubbio la versione di Zuckerberg è arrivata una nuova tegola sulla politica di gestione dei dati di Menlo Park. Il sito di informazione americano specializzato in tecnologia Techcrunch ha rivelato che dal 2016, Facebook ha pagato alcuni utenti tra i 13 e i 35 anni anche 20 dollari al mese per tenere nel cellulare un’app chiamata “Facebook Research” che acquisiva tutti i dati contenuti nei dispositivi violando le policy di Apple. Dopo la pubblicazione del report, l’azienda ha risposto che chiuderà la versione iOS dell’app, ma sembra che il programma di ricerca continuerà a funzionare su Android.

Ma tutto questo non sembra interrompere la carica di Facebook in borsa. Solo ieri la società ha registrato un aumento del 65% degli utili rispetto all’anno precedente. I ricavi, la maggior parte dei quali provengono dalla pubblicità, sono cresciuti a 16,9 miliardi di dollari nel quarto trimestre, sopra le stime degli analisti. La maggior parte del boom si deve all’aumento della vendita di pubblicità, cresciute del 30% su base annua. Le azioni su Facebook ne hanno beneficiato, crescendo dell’11,4%.

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