Venezuela. L’America punta sulle sanzioni. Guaidò o Maduro, a Caracas è caos

epa07322235 Supporters of the president of the National Assembly of Venezuela and self-proclaimed interim president of Venezuela, Juan Guaido, attend a meeting at a town hall, in Caracas, Venezuela, 26 January 2019. According to reports, Guaido is expected to attend the gathering and present the position of Spain, France and Germany on Venezuela, which have announced that if the ruling President Nicolas Maduro does not call elections in the next eight days, they will recognize Guaido as interim president.  EPA/MIGUEL GUTIERREZ

Washington annuncia nuove sanzioni alla principale compagnia petrolifera venezuelana. In sintonia con il neopresidente Juan Guaidò, si punta ora all'isolamento economico di Maduro. Ma secondo alcuni analisti, a fare le spese del blocco dei petrodollari potrebbe essere la popolazione.


Nel giorno dopo la decisione dell’autoproclamato presidente Juan Guaidò di congelare i beni venezuelani all’estero, l’America annuncia nuove sanzioni al regime di Maduro.

A finire nel mirino è la compagnia petrolifera statale Pdvsa, che possiede un grosso giacimento negli Stati Uniti. Si tratta di un asset che vale circa 7 miliardi di dollari, il cui congelamento farà perdere a Caracas oltre 11 miliardi di ricavi petroliferi.

Non si è fatta attendere la risposta di Maduro, che ha dichiarato di avere pronte misure legali contro gli Stati Uniti. Insieme a Canada ed Arabia Saudita, il Venezuela è uno dei maggiori fornitori di greggio degli Stati Uniti. Il 96 per cento dei petrodollari che entrano a Caracas vengono dalle vendite di petrolio. E’ anche per questo che Washington ha scelto di non fermare gli acquisti ma solo i pagamenti, dato che la sospensione totale delle attività avrebbe un impatto negativo anche sull’economia del Texas, dove il giacimento ha sede.

A gestire il patrimonio della compagnia, al momento bloccato in un fondo, sarà così Guaidò, che intanto continua a lavorare all’isolamento economico del regime bolivarista. Il neopresidente ha scritto alla premier Theresa May per chiedere il blocco delle riserve aureee depositate nella Banca Centrale d’Inghilterra da Maduro: in tutto 31 tonnellate d’oro, pari ad oltre 1,2 miliardi di dollari.

«D’ora in poi inizieremo la graduale e ordinata acquisizione di questi beni per evitare che l’usurpatore Maduro e la sua banda tentino di raschiare il fondo del barile» ha scritto Guaidò in un post su Twitter, dal quale ha anche invitato la popolazione a scendere in piazza sia mercoledì che sabato, quando scadrà l’ultimatum inviato dall’Unione Europea per nuove elezioni libere e trasparenti, senza le quali il 35enne sarà riconosciuto legittimo presidente.

Intanto la conta delle vittime, riferisce la Ong Provea, sale a 32 morti e la popolazione versa sempre più in condizioni terribili. Secondo alcuni analisti, il blocco dell’entrata dei petrodollari potrebbe portare al collasso definitivo dell’economia venezuelana. A pagare per prima le conseguenze della decisione americana, potrebbero essere i cittadini piuttosto che i gerarchi di Maduro.

Tra svalutazioni e prezzi galoppanti, sono anni che Caracas vive una grave crisi economica che ha portato l’inflazione all’1 milione per cento, stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale. Una bibita gasata costa il 12 per cento del salario minimo.

Con un’economia che si è sempre sorretta solo sui ricavi petroliferi, Il crollo del prezzo del greggio ha praticamente strangolato Caracas. Precipitate le importazioni, sono venuti a mancare generi alimentari primari e medicine, nonostante l’immissione di un nuovo bolivar con 5 zeri in meno, che altro non ha fatto che far impennare ulteriormente i prezzi.

Eppure il Venezuela, un tempo, era un’economia ricca. Non sono pochi gli analisti che per spiegare le ragioni della crisi confrontano Caracas con la Norvegia. Entrambi i paesi sono tra i principali produttori di petrolio del mondo. Oslo è l’esempio perfetto di come la presenza del greggio non sia un male assoluto per l’economia. Di anno in anno, il paese scandinavo ha accumulato i ricavi petroliferi investendoli in azioni, obbligazioni, proprietà immobiliari. In poche parole: ha diversificato, puntando su istruzione e addirittura green economy. Una cosa che Caracas non ha mai fatto, rendendosi totalmente dipendente dalle esportazioni petrolifere.

Così, quando il prezzo del petrolio è crollato, gli scandinavi sono stati capaci di fronteggiare la crisi senza troppe difficoltà. Il Venezuela, invece, è sprofondato nella fame. Mentre Oslo faceva la formica, a Caracas c’erano parecchie cicale.

 

 

 

 

 

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