Le medicine fantasma nel Venezuela di Maduro

Foto di EPA/OSCAR RIVERA

Una portavoce dell'Associazione Latinoamericana in Italia, che da anni fa arrivare nel Paese pacchi di farmaci e presidi medico-chirurgici, racconta l'emergenza sanitaria in corso: «un olocausto»


Foto di EPA/Miguel Gutiérrez
Foto di EPA/Miguel Gutiérrez

Washington e Juan Guaidó stringono di un giro la morsa economica sul governo di Nicolas Maduro. Sostenuto da Usa, Canada e buona parte degli Stati latinoamericani, Guaidó ha preso il controllo dei ricavi prodotti dalla Pdvsa, importante compagnia petrolifera statale, di cui nominerà i vertici. Stessa sorte per l’altra principale azienda petrolifera nazionale, la Citgo. L’intento del presidente del Parlamento di Caracas è anche quello di evitare il fallimento della seconda (di proprietà venezuelana ma operativa negli Stati Uniti), che si tradurrebbe nel suo passaggio in mani americane. Con questa mossa, Guaidó sbarra di fatto l’accesso a più del 70% dei fondi a disposizione dell’esecutivo chavista. Dall’altro lato del Mar dei Caraibi, gli Usa danno manforte. Il dipartimento del Tesoro americano ha annunciato il congelamento di tutti i conti e il patrimonio monetizzabile della Pdvsa e della Citgo, sua filiale negli States. La replica di Maduro, che ha anticipato l’intenzione di prendere «tutte le misure» per difendere gli interessi del Paese, fa presagire ore poco distensive in zona Venezuela.

L’endorsement via Twitter di Donald Trump al Presidente dell’Assemblea nazionale era stato praticamente immediato, il giorno stesso in cui il leader dell’opposizione, uno dei pochi rimasti in libertà, si era proclamato pubblicamente Presidente ad interim del Venezuela. L’annuncio risale al 23 gennaio, durante una grande manifestazione che aveva radunato nella capitale Caracas e in altre città migliaia di cittadini esasperati dalla crisi economica che sta mettendo a durissima prova la popolazione. Una decisione estrema ma permessa dalla Costituzione, che all’articolo 233 dà al vertice del Parlamento la facoltà di prendere temporaneamente le redini del Venezuela nel caso in cui qualche minaccia alla democrazia renda necessarie nuove elezioni libere.

Foto di EPA/MIRAFLORES PRESS
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L’escalation di tensione internazionale si innesta in un contesto provato da anni di crisi economica, finanziaria e sociale. Alla guida del Paese dal 2013, Nicolas Maduro è stato riconfermato a maggio 2018 con votazioni che alcuni Stati non hanno riconosciuto e che sono state denunciate per carenze di trasparenza dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Secondo molti, è lui il responsabile principale della catastrofe vanezuelana.

 

A parte la speranza, nel Paese ciò che più scarseggia da anni a questa parte sono i medicinali. Una situazione che Ali, l’Associazione Latinoamericana in Italia, conosce bene. Fondata nel 2004 con finalità di divulgazione artistica e culturale, due anni dopo l’organizzazione ha deciso una decisa sterzata delle sue attività per far fronte all’emergenza sanitaria. È stata questa la genesi del progetto Ali per Venezuela, con cui la rete ha deciso di aderire al Programa de Ayuda Humanitaria para Venezuela Inc. per raccogliere pacchi di farmaci e presidi sanitari da spedire in madrepatria destinati a Caritas, ospedali e associazioni di volontariato. Le forze su cui Ali riesce a portare avanti la sua missione sono più di 120 volontari di origini venezuelane organizzati in 27 centri di raccolta in tutta Italia.

Foto di EPA/LEONARDO MUNOZ
Foto di EPA/LEONARDO MUNOZ

MariMar Gomez fa parte del team che si occupa della comunicazione. «Spediamo medicinali di tutti i tipi, soprattutto quelli più comuni. Per la pressione, aspirina, tachipirina. Ci mancano tantissimo tutte le medicine per i problemi più gravi, come gli psicofarmaci e quelle per i malati di cancro. Attualmente anche le persone che soffrono di diabete si trovano molto in difficoltà. L’insulina è introvabile da due anni, quando ha chiuso l’ultima ditta che la produceva. I malati di diabete hanno dovuto rinunciare a qualsiasi tipo di controllo della glicemia, ricette e misurazioni». Senza la distribuzione sul territorio resa possibile dal lavoro della ong P.A.H.P.V. Inc, i venezuelani non avrebbero nemmeno un luogo da cui tornare a mani vuote. «Molte farmacie, quelle private, sono chiuse. Alcune rimangono aperte per provare a garantire il servizio, ma l’80% degli scaffali sono vuoti. Come gli ospedali. Se ti tagli con il vetro di un bicchiere devi portare con te all’ospedale anche ago e filo. Sempre che tu riesca a trovarlo, ovviamente».

L’assistenza sanitaria è stata praticamente neutralizzata dal collasso economico, il lavoro dei medici rimane congelato in attesa del primo rifornimento utile di materiale. «Ognuno deve fare da sé, la gente è costretta a mendicare per qualunque cosa. Mio padre doveva operarsi alla cataratta e si è dovuto comprare di tasca sua le lenti intraoculari. Per fortuna che aveva me, perché con l’inflazione così alta non se le sarebbe potute permettere». L’emergenza non fa distinzione fra centro urbani e zone rurali. «Stando a quello che ci raccontano i nostri connazionali è molto dura sia nelle città che nelle campagne e nell’Amazzonia. A Caracas si trova un po’ di tutto, tranne i medicinali, perché lì c’è l’aeroporto internazionale più frequentato del Paese. Il trasporto delle merci (compresi farmaci e alimenti) è molto complicato sia verso est che verso ovest. Questa crisi esiste da tanti anni, noi con i mezzi siamo fermi ai modelli degli anni ’90. Le macchine, gli autobus, i camion sono fermi perché non si trovano pezzi di ricambio, le gomme. Non c’è nemmeno la benzina, e viaggiare è difficile».

Foto di EPA/Miguel Gutierrez
Foto di EPA/Miguel Gutierrez

Per MariMar è ancora troppo presto per guardare al futuro con vere e proprie previsioni. «La speranza è l’ultima a morire. Confidiamo che il nuovo governo interinale riesca ad attivare l’aiuto umanitario che l’esecutivo di Maduro ha sempre negato. Noi siamo totalmente apolitici, non abbiamo contatti o protezione né dal governo italiano né da quello del Venezuela. Siamo semplicemente volontari che finora hanno aggirato il divieto per decreto presidenziale di transito di medicine e alimenti voluto da Maduro per impedire l’invio di medicine, anche all’interno del Paese. Leggi attualmente in vigore e che dovranno essere modificate». Quali sarebbero le ragioni alla base di un provvedimento del genere? «Non ci sono spiegazioni per questo provvedimento. Non si tratta solo di malgoverno, è un potere maligno che ha ancora il totale controllo dei medicinali e dei prodotti alimentari e che continuerà a difendere con le armi quella che chiama “rivoluzione”. Hanno fucili, i missili e gli aerei caccia. Non si tratta di un gioco: quando parliamo di olocausto, è a questo che ci riferiamo».

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