La guerra infinita dell’occidente nella polveriera afghana

epaselect epa07271310 An Afghan soldier takes a position during an operation against IS militants in Mohmand Dara district of Nangarhar province, Afghanistan, 09 January 2019. Since the end of the NATO combat mission in Afghanistan in 2015, the Afghan government has steadily lost territory to the Taliban and currently controls just 56 percent of the country, according to the United States Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction.  EPA/GHULAMULLAH HABIBI

Dopo 18 anni di guerra, migliaia di morti e oltre 800 miliardi di dollari spesi dai soli Stati Uniti, la guerra in Afghanistan è ancora lontana dal concludersi, tanto che la fine del conflitto sembra ormai affidata al raggiungimento di un compromesso politico con i talebani


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18 anni, da tanto dura una delle guerre più lunghe dei nostri tempi, quella in Afghanistan. Un conflitto che vede i militari di una coalizione guidata dagli Usa e composta da oltre 30 paesi contrapporsi alla guerriglia messa in atto dalla setta fondamentalista dei talebani. Una guerra costosissima, sia sul piano economico sia in termini di vite umane, e ormai da anni in una fase di stallo: dopo 23.000 caduti tra i combattenti di entrambi gli schieramenti, circa 50.000 vittime civili, e un costo medio per i soli Stati Uniti di 120 milioni di dollari al giorno, i talebani sono tornati a controllare circa 10 milioni di afghani. Si tratta di un terzo della popolazione del paese, una cifra pari a quella di uno stato americano medio come il Michigan.

LA TOMBA DEGLI IMPERI

Afghanistan_–_Soviet_tank_at_the_firing_positionUn paese poverissimo e dal territorio ostile, costituito per la maggior parte da deserti e catene montuose, l’Afghanistan è storicamente al centro delle mire espansionistiche di grandi potenze e attori regionali, a causa della sua posizione di cerniera tra Iran, Pakistan, Russia e Medio-Oriente. Mire a cui gli afghani sono sempre riusciti a tenere testa con grande spirito guerriero. I primi che provarono inutilmente a sottomettere il paese furono i britannici sul finire dell’800, Nel 1979 fu la volta dei sovietici, che invasero l’Afghanistan per mantenere al governo il locale partito comunista; si trattò del Vietnam sovietico, un’occupazione durata 10 anni che causò all’Armata Rossa uno stillicidio di vittime in seguito alla logorante guerriglia dei Mujaheddin. L’ invasione e la successiva disfatta in Afghanistan inasprì il clima di competizione con gli Usa, causò un forte scontento tra la popolazione e mise in evidenza la debolezza militare dell’Urss, accelerandone la dissoluzione. Episodi che valsero all’Afghanistan il soprannome di “tomba degli imperi”.

Nel 2001 venne scritta una nuova pagina della storia di questo paese tormentato dalla guerra. La mattina dell’11 settembre tre boeing 747 si schiantarono contro le Twin Towers a New York e il Pentagono a Washington. All’indomani degli attentati condotti dal gruppo terroristico Al-Qaeda, capeggiato da Osama Bin Laden, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush si appellò alla solidarietà dei suoi alleati più stretti, tra cui il Primo Ministro britannico Tony Blair e il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, e diede il via all’Operazione Enduring Freedom, ovvero l’invasione dell’Afghanistan. Il paese era retto all’epoca dal regime islamista dei talebani guidati dal Mullah Omar, i quali fornivano appoggio e copertura alle attività di Al-Qaeda.

UN TRAVAGLIATO DOPOGUERRA

downloadDopo una breve campagna militare, i talebani furono sconfitti e dovettero ritirarsi in Pakistan. Nel dicembre 2001 la guerra sembrava ormai finita e venne varata la missione Isaf sotto l’egida delle Nazioni Unite, un’operazione che aveva il compito di mantenere l’ordine nel paese e facilitarne la ricostruzione post-bellica. Il comando dell’operazione venne affidato alla NATO, che ben presto dovette prendere atto di come la pace fosse ancora lontana: sin dalla primavera del 2002, infatti, le formazioni talebane sopravvissute si riorganizzarono e lanciarono una sanguinosa guerriglia contro le truppe occupanti. Isaf divenne un’operazione finalizzata a mantenere il controllo del paese ed evitare il ritorno al potere dei talebani.

Nel frattempo, gli Usa e i loro alleati cercarono di ricostruire le istituzioni politiche, economiche e militari del paese. L’Afghanistan venne trasformato in una repubblica la cui costituzione si ispirava a principi occidentali, come la separazione tra Stato e religione, e nel 2004 si svolsero le prime elezioni libere, vinte da Hamid Karzai. Venne rifondato da zero il corpo di polizia e l’esercito, venne abolito il divieto per le donne di andare a scuola e si cercò di diffondere nel paese il senso della Stato, scontrandosi tuttavia con una società basata ancora su logiche di appartenenza etnica e tribale.

Anno dopo anno le ostilità aumentarono, fino a raggiungere il culmine nel 2010, quando nel paese erano presenti 150.000 militari occidentali e le perdite della coalizione internazionale furono 711. Le similitudini con l’esperienza vissuta dai sovietici divennero palesi e il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che aveva incentrato la campagna elettorale proprio sulla conclusione del conflitto in Afghanistan, diede il via al disimpegno americano dal paese a partire dal 2012. Nel 2015 il ritiro delle truppe occidentali venne completato e l’operazione Isaf terminò. Non si trattò tuttavia di un ritiro totale: il controllo del paese passò all’esercito afghano ma la Nato diede il via ad una nuova missione, Resolute Support, tuttora in corso, finalizzata ad addestrare le forze di sicurezza afghane.

IL RITORNO DEI TALEBANI

Former_Taliban_fighters_return_arms 2Dopo la fine di Isaf i talebani diedero nuovo slancio alla guerriglia e ripresero il controllo di numerosi distretti del paese. La situazione si aggravò anche in seguito alla nascita di una cellula dello Stato Islamico, responsabile di sanguinosi attentati a Kabul e nelle aree di confine con il Pakistan. E’ in questa situazione di instabilità che il paese è arrivato ai giorni nostri. Attualmente il governo controlla 143 distretti del paese, mentre 53 sono sotto l’autorità dei talebani. Gli altri 200 distretti, la maggior parte del territorio afghano, sono in aree contese in cui infuriano quotidianamente combattimenti e attentati. La roccaforte degli insorti è nelle province sud-orientali. Qui, dove il movimento del Mullah Omar è nato, il governo di Kabul non è mai stato visto come un potere legittimo e gran parte della popolazione appoggia i talebani, anche per via di una comune appartenenza all’etnia pashtun. Gli insorti hanno dimostrato tutta la loro forza lo scorso ottobre, quando in un attacco ad una caserma di Kandahar sono andati vicini ad uccidere il generale Scott Miller, comandante delle forze americane in Afghanistan. Pochi giorni fa uno degli attentati più sanguinosi mai registratisi: i talebani hanno assalito un campo di addestramento delle forze di sicurezza afghane a Maidan Shahr, provocando 126 vittime.

Gli analisti sono ormai convinti dell’impossibilità di sconfiggere militarmente i talebani e della necessità di raggiungere un accordo politico. Sembra andare in questa direzione anche Washington: lo scorso dicembre Donald Trump ha annunciato il dimezzamento del contingente Usa nel paese, mentre proprio in questi giorni sono ricominciati i colloqui tra gli ufficiali americani e i talebani nella loro sede diplomatica in Qatar. La principale incognita per i negoziati rimane il governo di Kabul, che continua a rifiutare l’ipotesi di scendere a patti con gli insorti. A preoccupare gli Usa sono anche le elezioni presidenziali del prossimo luglio: le rivalità tra i due principali candidati, l’attuale presidente Ashraf Ghani e il capo dell’esecutivo Abdullah Abdullah, già nel 2014 rischiarono di far precipitare il paese nel caos. Un clima di anarchia che è l’ultima cosa che Washington si augura e che rafforzerebbe militarmente e diplomaticamente i talebani.

IL RUOLO ITALIANO

Hanno lasciato definitivamente l'Afghanistan 400 militari italiani della Transition Support Unit South (TSU-S), dopo aver concluso il processo di transizione della provincia meridionale di Farah alle forze afghane, 24 novembre 2013. Prosegue il ridimensionamento del contingente italiano che proseguirà fino a fine 2014:da inizio anno mille uomini in meno. Nella foto, controllo del territorio. ANSA/ UFFICIO STAMPA ESERCITO +++ HO - NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

Dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, l’Italia è stato il paese più esposto in Afghanistan. Roma ha partecipato attivamente a tutte le fasi del conflitto, a partire dall’Operazione Enduring Freedom, per cui nell’autunno 2001 ha inviato al largo del Mar Arabico la portaerei Garibaldi con una squadriglia di velivoli Harrier. I militari italiani sono stati ampiamente utilizzati anche all’interno dell’operazione Isaf. Al contingente italiano è stata affidata la gestione della provincia occidentale di Herat, un territorio molto vaso che corrispondeva ad uno dei quattro settori in cui la Nato aveva suddiviso il territorio del paese. Quello in Afghanistan, con i suoi 13 anni di durata (il coinvolgimento italiano in operazioni di combattimento si considera concluso con la fine di Isaf nel 2015), costituisce il conflitto più lungo a cui le forze italiane abbiano mai preso parte. Alla notevole esposizione dell’Italia sono seguiti dei pesanti costi per il nostro paese: in Afghanistan hanno perso la vita 53 militari italiani, di cui 31 in azioni ostili. Un numero di caduti che ha fatto di quella in Afghanistan l’operazione militare più sanguinosa a cui l’Italia abbia mai preso parte dopo il 1945. Anche i costi economici della partecipazione alla missione sono stati pesanti: in totale, tra il 2001 e il 2015, sono stati spesi circa 5 miliardi di euro, escludendo gli aiuti per la ricostruzione e quelli umanitari, consegnando a quella in Afghanistan anche il primato di operazione militare più costosa dalla fine della seconda guerra mondiale. Al momento nel paese centoasiatico è presente ancora un numero consistente di militari italiani con il compito di addestrare i colleghi afghani. Per la missione Nato Resolute Support il Parlamento ha autorizzato, per i primi 9 mesi del 2019, un impiego massimo di 900 militari.

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