Messico – Usa: il muro della discordia

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Il confine tra due Paesi continua a essere oggetto di dibattito pubblico, ma in pochi sanno che una barriera esiste già e sulla sua costruzione anche i democratici hanno ricoperto un ruolo importante


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«Noi non pagheremo per nessun motivo questo monumento razzista e inutile», parola di Vicente Fox, ex presidente messicano. Trump, invece, lo ha ribadito più volte: il muro tra il Paese centramericano e gli Stati Uniti si farà. Facile a dirsi, un po’ meno passare dalle parole alle azioni concrete. Il confine tra i due Stati scorre su una linea lunga oltre 3mila chilometri, l’equivalente della distanza tra Lisbona e Varsavia. In realtà qualcosa di simile esiste già e un terzo della frontiera è delimitato da barriere artificiali. A queste si aggiungono il deserto di Sonora e il monte Baboquivari, ostacoli naturali che rendono impervio il passaggio.

La costruzione del muro, di lamiera e plastica sagomata, è iniziata nel 1993 sotto la presidenza di Bush senior, estendendosi per 22,5 Km tra San Diego e Tijuana. Da allora si sono registrati progressivi ampliamenti, e nel 2006 la risoluzione 6061 – votata tra gli altri dai democratici Hillary Clinton e Barack Obama, all’epoca senatore dell’Illinois – ha dato alla barriera la conformazione odierna. Per converso e quasi paradossalmente, era stato il repubblicano George W. Bush, nel 2007, a proporre una riforma che avrebbe regolarizzato e favorito l’ottenimento della cittadinanza per gli oltre 12 milioni di clandestini presenti negli Stati Uniti. Il progetto, tuttavia, si è arenato per il dissenso del suo stesso partito.

LE RELAZIONI USA-MESSICO

Nonostante le oggettive difficoltà per attraversare il confine, attualmente dei 44 milioni di immigrati presenti negli Usa, circa 11 provengono dal Messico e la metà sono irregolari. Sebbene rimangano meno alfabetizzati del resto della popolazione e abbiano, in generale, una scarsa conoscenza dell’inglese, contribuiscono in maniera decisiva alla crescita dell’economia. Vivono soprattutto a Los Angeles, Chicago e Houston, svolgendo per lo più lavori manuali. Pagano le tasse, pur permanendo nella condizione di clandestini. A livello macro-economico i rapporti, se possibile, sono ancora più fitti. Gli States sono per il Messico il primo partner commerciale: l’80% delle esportazioni del Paese centramericano vira verso Washington, il 13% sul totale delle importazioni a stelle e strisce. A parti inverse, le importazioni del Messico provengono quasi per la metà dagli Stati Uniti.

La questione diventa drammatica se affrontata da una prospettiva sociale. Analizzando gli ultimi anni, dal 2014 sono 1876 i morti nel tentativo si superare la frontiera, con il 2017 a vantare il triste primato di 416 vittime. Nello stesso lasso di tempo (2014-2018) i minori deceduti sono 76. Incrociata con la prospettiva della clandestinità, la vicenda assume dimensioni ancora peggiori. Molti migranti non possono essere schedati, poiché irregolari e totalmente sconosciuti a qualsiasi registro. Per ricordare queste tragedie, numerosi artisti hanno decorato il muro con dipinti e altre opere d’arte. Il francese Jr, in particolare, nel settembre 2017 a Tecate – sud est di San Diego – ha ricreato un bimbo gigante che guarda curioso al di là del confine.

L’ATTUALITA’

La carovana di migranti, partita dall’Honduras nell’ottobre 2018, ha rinvigorito i propositi di divisione del Presidente Trump, contro cui si è schierato il Senato che ha posto lo shutdown più lungo di sempre. Lo stop alla legge di bilancio ha come diretta conseguenza il blocco di tutte le attività statali ritenute non essenziali e il congedo non retribuito per oltre 800mila dipendenti pubblici.

Il prezzo dell’operazione-muro, stimato 5,7 miliardi di dollari, è stato il pomo della discordia dell’ultima legge di bilancio, incontrando la prevedibile bocciatura della rinnovata camera a maggioranza democratica. Di fronte al diniego, il numero uno di Washington non si è arreso e ha presentato una controfferta. Donald Trump, insieme all’aumento di agenti alla frontiera e nuovi finanziamenti per l’assistenza umanitaria, ha così avanzato due proposte. Un prolungamento del soggiorno a tre anni per i dreamers – figli di immigrati entrati irregolarmente – e una protezione di tre anni per i migranti con Tps – status di protezione temporaneo, necessario per trovare lavoro e accedere alla sanità. I democratici, però, hanno declinato l’offerta. Litigi a parte, si calcola che dal 1993, fra sorveglianza, ampliamenti vari, manutenzione e forze dispiegate, il muro sia  costato agli States 132miliardi di dollari.

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