La maratona più lunga della Grecia, luce in fondo al tunnel della crisi

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Dai primi segnali del tracollo economico al referendum del 2015. Sotto la guida di Alexis Tsipras, a quasi quattro anni dal no all'austerity Atene sta lentamente recuperando il suo ruolo nell'Ue


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Foto di EPA/YANNIS KOLESIDIS
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Nelle stesse ore in cui Stefano Tsitsipas, giovane promessa greca, batteva Roger Federer, il più forte tennista della storia, agli Australian Open, in piazza Syntagma ad Atene la folla si radunava. Ma non per festeggiare il suo beniamino.

Decine di migliaia di persone si sono date appuntamento domenica 20 gennaio davanti al parlamento nazionale per manifestare contro l’accordo raggiunto lo scorso giugno dal premier ellenico Alexis Tsipras e il primo ministro macedone Zoran Zaev per cambiare il nome della Macedonia in “Repubblica della Macedonia settentrionale”. Accordo che ha portato alle dimissioni del ministro della Difesa Panos Kammenos e ha costretto Tsipras a superare un voto di fiducia la scorsa settimana.

Ripresa economica e scuse europee

Foto di EPA/STEPHANIE LECOCQ
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Le turbolenze nei rapporti con la Macedonia raggiungeranno il culmine al termine di questa settimana, quando il parlamento greco, dopo che quello macedone si è già pronunciato a favore, si troverà a ratificare l’accordo.

A rasserenare l’orizzonte del leader di Syriza c’è però il nuovo posto occupato dalla Grecia nello scenario internazionale. Il Pil dello Stato affusolato ai confini della regione balcanica cresce più dell’Italia, al ritmo di circa due decimali all’anno. Il 15 gennaio il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha detto di essere felice del ritrovato ruolo di Grecia e Portogallo nel novero delle antiche democrazie europee, ma ha anche chiesto scusa. La Grecia andava trattata con maggiore tatto e solidarietà e non andava esposta ai dettati del Fondo Monetario Internazionale, secondo Juncker.

Il terremoto finanziario

Foto di EPA/JUSTIN LANE
Foto di EPA/JUSTIN LANE

Nell’autunno del 2009 era stato il primo ministro George Papandreu, fresco di elezione, a soffiare il fischio d’inizio della crisi economica. L’annuncio che negli ultimi anni i bilanci greci erano arrivati a Bruxelles truccati fu un fulmine a ciel sereno per l’Europa. Una scelta dei governi precedenti, per assicurare alla Grecia un posto nella zona euro. Alle radici del debito allarmante, un apparato pubblico molto costoso, sprechi e evasione fiscale da record. Il colpo di grazia era arrivato dalle spese sfrenate volute dal governo di Costas Karamanlis per ospitare le Olimpiadi del 2004. I giochi tracciarono la crepa decisiva nelle finanze già pericolanti di Atene. Con un deficit pari al 14% del Pil, il rischio di bancarotta è l’elefante nella stanza di cui anche le agenzie di rating si accorgono, dopo la rivelazione choc di Papandreu. Gli investitori temono che la Grecia non riesca più a ripagare i titoli statali in mano a creditori di tutta Europa. È crisi di fiducia, cominciano i declassamenti e lo spread nazionale si allontana dalle cifre rassicuranti di quello tedesco.

Un Paese in ginocchio

Foto di EPA/PANTELIS SAITAS
Foto di EPA/PANTELIS SAITAS

A maggio del 2010 il primo prestito di salvataggio ammonta a 110 miliardi di euro. Dalla parte dei creditori, Fondo Monetario Internazionale e Paesi dell’Eurozona. Il prezzo da pagare è l’austerity: tagli, privatizzazioni. Cominciano le proteste e gli scioperi; la rabbia della folla fa 3 morti in un incendio appiccato a una banca, dove le vittime restano intrappolate. Ottobre 2011: stesso copione, stavolta sull’assegno staccato dell’Europa si legge 130 miliardi. Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione europea, le tre teste della troika, chiedono sacrifici ancora più duri che fanno impennare la disoccupazione e i suicidi. La gente torna per strada. Mentre chiudono i negozi, si affollano gli studi psichiatrici e i caffè. Nei bar si fuma molto: il popolo è schiacciato dal peso delle rinunce ma nessuno si azzarda a toccare il pezzo del tabacco. Nelle farmacie alcuni medicinali non si trovano più a causa dello stop dei rifornimenti voluto dalle case produttrici, che lo Stato non paga da troppo tempo. Nel frattempo, oltre alla crisi finanziaria la nazione ellenica deve fronteggiare anche l’inizio di un’ondata migratoria che negli anni successivi si estenderà anche al resto d’Europa. L’inaugurazione della rotta balcanica  porta un’abbuffata di consensi ad Alba Dorata: i nazionalisti ellenici si rafforzano fino a diventare nel 2013 il terzo partito nel Paese. Il terremoto politico arriva da sinistra nel 2015, con la vittoria elettorale di Syriza. A giugno, la Grecia salta una rata del prestito da rimborsare all’Fmi e scatta la controffensiva del neopremier Alexis Tsipras: chiamare il popolo alle urne per giudicare il piano di aiuti proposto dalla troika. Nei giorni prima del referendum, le banche chiudono e la corsa al prelievo prosciuga gli sportelli automatici.

L’Oxi del popolo e la convalescenza

Foto di EPA/KAY NIETFELD
Foto di EPA/KAY NIETFELD

Il 5 luglio 2015, i Greci che votano no all’austerità sono il 62%. Una manciata di giorni dopo, il colpo di scena della firma notturna dell’accordo tra Tsipras e i creditori spacca Syriza, ma il compromesso è fatto e il governo tiene. Il 3° piano di aiuti dà la spinta giusta all’economia greca, che nel 2016 torna a crescere. L’irritazione del governatore della Banca centrale greca sull’altalena finanziaria causata dallo stallo sulla manovra italiana parla di una ripresa lenta ma graduale. Più ufficiale della dichiarazione dei leader europei, che l’estate scorsa hanno raggiunto con la Grecia un accordo generale sulla fine del programma di aiuti. Da qualche mese la Grecia cammina sulle sue gambe di ex malato d’Europa.

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