Boateng, l’ultima sfida di chi odia stare fermo

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Tutte le tappe di Prince, da Sassuolo al Barcellona: è cresciuto giocando in una 'gabbia' di Berlino insieme ai fratelli, a 31 anni arriva in uno dei club più forti del mondo


I tatuaggi di Kevin Prince Boateng raccontano chi è. Sul braccio c’è la mappa del Ghana, il paese di papà, anche se lui è nato a Berlino nell’87 e non parla la lingua: «Sono stato ad Accra nel 2010 per la prima volta». Prima di giocare i Mondiali in Sudafrica con la Nazionale e segnare un gol agli Stati Uniti. Sulla spalla c’è il nome del suo primo figlio, mentre sul collo c’è una corona, il simbolo del passaggio da Kevin Prince a Kevin King. Da oggi chiamatelo re di Barcellona.

Boateng è un giramondo del pallone, poliglotta che parla sei lingue e nipote di Helmut Rahn, l’eroe tedesco ai Mondiali del ’54. A 18 anni se ne andò di casa con 500 euro, nei tre successivi spenderà tutto in auto, orologi e discoteche. Dopo aver giocato in tre paesi vola al Barcellona: «Voglio segnare un gol al Real». La squadra tifata «fin da bambino».

Chissà come l’avranno presa i tifosi blaugrana, a cui Boateng segnò anche un super gol ai tempi del Milan. Trasferimento clamoroso, Kevin Prince lascia il Sassuolo e vola al Camp Nou, era tornato in Italia per una scelta di vita stupendo tutti, anche in campo (4 gol), ora dice nuovamente addio per una sfida arrivata all’improvviso, la migliore di una carriera unica.

Boateng è cresciuto nella “gabbia” di Wedding – quartiere multiculturale di Berlino – insieme ai suoi fratelli, Jerome e George. Giocavano insieme sfidandosi nel dribbling. I primi hanno sfondato (Jerome gioca nel Bayern), l’ultimo no, e dopo un periodo in prigione oggi fa il cantante hip-hop. Si diceva che fosse il più forte dei tre.

La loro storia è finita in un libro, I fratelli Boateng di Michael Horniquel libro è diventato uno spettacolo teatrale, dove Nicole Oder ha raccontato la loro infanzia. Jerome e Kevin hanno giocato contro al Mondiale del 2010. Germania-Ghana. L’ennesimo colpo di scena di una vita thriller.

Kevin era un tipo ribelle cresciuto nel nulla, quando gli chiedono di definire la sua esperienza al Milan lui la sintetizza con «rock ‘n roll e adrenalina». La sua vita.

Il suo momento più bello è stato lo Scudetto rossonero del 2011, il più brutto quello perso l’anno successivo a causa del gol non dato a Muntari. Ha già le idee chiare su cosa fare da grande: «Mi occuperò dei giovani calciatori, quando ero giovane nessuno si è occupato di me». Kevin era un po’ ‘matto’, voleva fare tutto, è riuscito a vincere tre trofei. Forse un po’ meno rispetto alle aspettative. Si definisce «un personaggio», e dopo averlo visto imitare il Moonwalk di Michael Jackson ci crediamo. Guai a chiamarlo finito però, l’anno scorso ha vinto la Coppa di Germania con l’Eintracht Francoforte e ora si rimette in gioco al Barcellona. Del resto l’ha detto lui: «Odio stare fermo».

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