Una storia yemenita

Foto di EPA/YAHYA ARHAB

Il conflitto scoppiato nel 2015 è solo la punta dell'iceberg della crisi che dilania il Paese ai piedi della penisola arabica. Economia agonizzante, bombardamenti, emergenza umanitaria a spese soprattutto dei bambini. Reportage sull'inferno che i media italiani non raccontano


Amal Hussain aveva la carnagione chiara e i capelli biondi. L’espressione da adulta, rassegnata, assente nei suoi occhi avrebbe stonato con la sua età anche se Tyler Hichs avesse scelto un’inquadratura più stretta nella foto che l’ha resa famosa in tutto il mondo. La pelle attaccata alle ossa come una muta da sub, clavicole e costole in rilievo sembravano il make-up di un truccatore di cinema. La bambina simbolo del collasso dello Yemen è morta di fame a sette anni il 26 ottobre scorso, tre giorni dopo essere stata dimessa dall’ospedale in cui era ricoverata in stato di grave malnutrizione per lasciare posto a nuovi pazienti. Considerando solo i minori, allora erano 1 milione e 800mila quelli nelle stesse condizioni di Amal di cui si conosce l’esistenza.

Dalla fede alle armi: chi sono gli huthi

La storia dello Yemen somiglia a una partita giocata a un tavolo d’azzardo a colpi di bluff e alleanze che saltano di continuo. Gli huthi, per esempio, sono un enigma. Seguace dello zaidismo, una corrente dell’islam sciita, questo gruppo nei suoi 30 anni di vita è stato molto potente nel Nord del Paese. La militarizzazione interna ha preso il via negli anni ‘80, portando il movimento lontano dalla sua genesi religiosa. All’epoca infatti il salafismo sunnita proveniente dall’Arabia Saudita aveva cominciato ad attecchire in Yemen e i leader zaiditi decisero che fosse arrivato il momento di dare ai loro fedeli armi e un addestramento adeguato: lo scontro coi vicini avrebbe potuto accendersi da un momento all’altro. Un buon termometro per misurare il cambio di dna del gruppo è la sarkha, l'”urlo” di guerra degli huthi. «Dio è grande, morte all’America, morte a Israele, maledetti gli ebrei, vittoria all’islam»: politica e religione, il solito abbraccio letale che soffoca il Medio Oriente.

Foto di EPA/YAHYA ARHAB
Foto di EPA/YAHYA ARHAB

In origine c’era (sempre) il caos

Quando nel 1990 il Nord e il Sud si unificarono in un unico Stato, Ali Abdullah Saleh, già a capo delle regioni settentrionali dal 1978, salì al potere del nuovo Yemen. La sua era una dittatura condotta sotto mentite spoglie, la corruzione dilagava. Il malcontento yemenita salì sul carro della primavera araba, con le rivolte del Sud che nel 2012 costrinsero Saleh alle dimissioni. Il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, che lo sostituì, aveva in mano un mandato di un paio d’anni e la missione di traghettare il Paese alle elezioni. Gli huthi non si fidarono e decisero di giocare d’anticipo. Le mosse successive furono l’occupazione della capitale Sanaa e la cacciata di Hadi. È a questo punto che lo Yemen si è spezzato di nuovo: al Nord gli huthi, che recuperano Saleh e governano su Sanaa; al Sud, l’unico governo riconosciuto dall’Onu e capitanato da Hadi, fuggito in fretta e furia ad Aden.

La polveriera è già accesa quando entra in scena ufficialmente l’Arabia Saudita. Nel marzo del 2015 una lega di 9 Paesi arabi, con la regia di Ryad, comincia a bombardare il Nord. Gli stessi sauditi che un tempo erano stati alleati dell’ex presidente Saleh, per contenere qualsiasi forza politica che potesse diventare una minaccia ai confini. L’effetto domino del conflitto è immediato. Il primo annuncio ufficiale della guerra in atto viene lanciato a Washington dall’ambasciatore saudita, quando sono già iniziati i bombardamenti. A Ryad (dove nel 2015 Hadi aveva trovato rifugio) il principe ereditario Mohammed bin Salman – alleato di Donald Trump e fortemente sospettato di aver ordinato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – osserva il suo progetto bellico che prende forma. Nel Sud e nell’Est dello Yemen, le zone sotto il controllo del governo ufficiale, comanda un magma indistinto di forze, finanziate dai regnanti Al Saud e dagli Emirati Arabi Uniti. Si dà per scontato che anche i jihadisti, soprattutto Al Qaeda, si siano accaparrati una fetta della torta del potere. Dalla loro, gli huthi hanno l’appoggio ideologico, militare e finanziario dell’Iran sciita e degli Hezbollah libanesi, che rimangono defilati.

Foto di EPA/YAHYA ARHAB
Foto di EPA/YAHYA ARHAB

Una storia complicata e per certi versi molto incoerente. Se si studia il passato degli huthi, le ambiguità abbondano. Prima, tra il 2004 e il 2010 per più volte in conflitto aperto con Saleh, che li aveva bollati come nemici di stato. Poi, dal 2012, suoi alleati: all’ex presidente servivano forze per stroncare le proteste di piazza dell’opposizione montante; in cambio, gli huthi ottenevano finanziamenti e soldati ben addestrati dell’esercito nazionale. Nel dicembre 2017, l’omicidio del vecchio dittatore è l’ultima giravolta politica degli huthi. Fatto fuori Saleh, che aveva tentato la fuga oltre confine, la loro furia travolge anche i suoi seguaci per poi passare a distruggere università, ospedali, stazioni di servizio, scuole, ristoranti. Sul curriculum dei “partigiani di Dio” ci sono vari crimini di guerra. Gli oppositori vengono incarcerati, torturati o uccisi. La fame è sistematicamente impiegata come arma.

La sanità spazzata via dal conflitto

Se il ricovero di Amal fosse avvenuto in un altro Paese, nessun medico avrebbe autorizzato le sue dimissioni. Con lo Yemen però i parametri della normalità non valgono. La dottoressa che la seguiva, Mekkia Mahdi, ha spiegato al New York Times come la bimba «era una profuga che soffriva per la malattia e per la sua condizione di sfollata. Abbiamo molti casi più gravi di lei». Mariam Ali, la madre di Amal, una volta dimessa insieme alla figlia dal centro sanitario di Aslam (non lontano da Sanaa), non ha potuto seguire il consiglio dei medici. Per portare la ragazzina alla struttura di Medici Senza Frontiere di Abs, a 15 miglia di distanza, serviva la benzina o un passaggio a pagamento. «Non avevo soldi, così l’ho tenuta a casa», ha dichiarato la donna.

Yemen, Hajjah, 15 novembre 2018. Foto di WFP/Marco Frattini
Yemen, Hajjah, 15 novembre 2018. Foto di WFP/Marco Frattini

Per Medici Senza Frontiere le cose non vanno meglio. Sono più di 2200 i suoi operatori umanitari in territorio yemenita. Da marzo 2015, gli ospedali in cui Msf è presente sono diventati bersaglio della coalizione a guida saudita per ben 5 volte. A novembre l’organizzazione, impegnata in Yemen nel suo più grande intervento in una zona di conflitto, ha deciso di chiudere il progetto nel governatorato sudorientale di Ad Dhale. Alla base di questa scelta, i ripetuti attacchi e le minacce a strutture sanitarie e personale medico dell’ong da parte di varie fazioni in lotta. Nell’intervista pubblicata sul sito di Msf Italia, l’ex capo missione in Yemen Robert Onus descrive una casistica reale e allarmante. Le possibilità già risicate per la popolazione di ricevere cure nel profondo dissesto economico in cui versa il Paese sono state polverizzate dal conflitto. «Se vivi in un’area rurale, molto probabilmente il centro medico più vicino non funziona. Se è aperto, probabilmente lo è solo un paio di giorni a settimana, perché c’è soltanto un dottore che può visitare il centro senza essere pagato e usando pochissimi farmaci». In caso di emergenza, continua Onus, se il centro più vicino è chiuso bisognerà spostarsi alla ricerca di altre strutture funzionanti, spesso private e fuori dalla portata della maggioranza degli yemeniti. «Da qualsiasi prospettiva la guardi, è una situazione devastante».

In quegli ospedali Matteo Bastianelli ha scattato le immagini confluite in “Yemen Unveiled”, il suo ultimo lavoro fotografico su incarico di Msf. «Il sistema è al collasso, si regge su aiuti umanitari e supporto delle ong», il suo commento per ReporterNuovo. «Mi ha colpito vedere come il conflitto continui ad essere alimentato dalle armi vendute dai Paesi occidentali, malgrado l’embargo imposto dall’Onu. I bambini soldato, quelli che muoiono di fame, la mancanza di cibo, di acqua e di tutte le cose che qui in Italia diamo per scontate».

Il quadro di una catastrofe

Si combatte soprattutto dal cielo, mentre gli scontri a terra scarseggiano. Un attacco aereo su 3 ha colpito bersagli non militari: vie di comunicazione, mercati, abitazioni. Secondo un operatore umanitario che ha chiesto di rimanere anonimo, in Yemen il terrorismo non ha un ruolo rilevante. «Parlare di una grande presenza di Al Qaeda è una scusa per giustificare i bombardamenti a tappeto. Dal 2015 non c’è neanche un rapimento, molte cose vengono attribuite al terrorismo per convenienza». Nel Sud, continua il cooperante, tutte le ambasciate sono state chiuse. Il principale interlocutore per le ong internazionali attive nel Paese è l’Onu, «che condanna le bombe ma rimane un’entità totalmente distaccata dai singoli Paesi», a cui nulla e nessuno impedisce di partecipare al conflitto alla luce del sole o nell’ombra, a seconda dei casi.

Yemen, Aslem, 16 novembre 2018. Foto di WFP/Marco Frattini
Yemen, Aslem, 16 novembre 2018.
Foto di WFP/Marco Frattini

Macerie di economia

Secondo la fonte umanitaria, «il problema non è la mancanza di cibo, ma la gente che non ha più i soldi per comprarlo». L’inflazione è schizzata a percentuali del 200-300%, i dipendenti pubblici e i pensionati statali (più di ¼ degli yemeniti) non ricevono più lo stipendio da settembre 2016. Stando all’ultima analisi IPC realizzata a più mani da FAO, Unicef, World Food Programme e altri partner, il prezzo dei prodotti di base è salito del 150% rispetto a prima della crisi. Il settore agricolo, che impiega i ¾ della popolazione, si porta dietro la zavorra della guerra in un contesto di insicurezza alimentare cronica. Lo Yemen, già prima del 2015, importava oltre il 75% del suo fabbisogno alimentare. Le esplosioni hanno danneggiato seriamente le infrastrutture idriche. Senza acqua pulita a disposizione, la peggiore epidemia di colera da 40 anni a questa parte ha potuto prosperare e mietere vittime. Senza contare i più di 3 milioni di sfollati interni provocati da quasi quattro anni di guerra. Come se i combattimenti avessero costretto a fuggire tutta la popolazione residente nella provincia di Milano. «È necessario un flusso sostenuto dai porti di cargo commerciali e umanitari, soprattutto beni alimentari e carburante, per evitare la crescita dei prezzi del cibo» sostiene Reem Nada, communications officer di base al Cairo che segue le operazioni del World Food Programme in Yemen. «Il sostegno umanitario può aiutare a mantenere in vita milioni di persone ma non può salvare tutti. Ciò di cui lo Yemen ha bisogno di più, in realtà, è una pace costante e duratura».

Amal, Sabreen e gli altri

I chicchi di caffè “moca” sono apprezzati in tutto il mondo per il loro profumo di cioccolata. Mokha è una città dello Yemen sudoccidentale, un porto sulle coste del Mar Rosso. Oggi al posto del mercato di caffè più grande del XVII secolo c’è un ospedale da campo di Medici Senza Frontiere, unico presidio sanitario dell’area. Non c’è giorno che non arrivi un ferito di guerra.

Tra agosto e dicembre 2018 sono state accolte e operate d’urgenza più di 150 vittime di ordigni esplosivi. Per ostacolare l’avanzata delle truppe di terra, sostenute dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, l’esercito locale sistema mine ovunque, tra le strade e i campi. Un terzo dei feriti sono bambini. I padri sanno che ce ne sono migliaia sparse nel terreno, ma non possono fare nulla per impedire ai loro figli di saltarci sopra. Nei luoghi abitati e nei terreni agricoli i soccorsi, impegnati nelle zone militarmente strategiche, tardano ad arrivare. Così i civili muoiono a causa delle esplosioni, o se va meglio sono costretti ad abbandonare i campi, perdendo l’unica fonte di reddito e di sostentamento.

Yemen, Aslem, 16 novembre 2018. Foto di WFP/Marco Frattini
Yemen, Aslem, 16 novembre 2018. Foto di WFP/Marco Frattini

L’emergenza – mine degli ultimi tempi non fa che esasperare il quadro generale della nazione. Circa 120mila bambini, secondo Save the Children, versano in questo momento in condizioni disperate e sono a rischio di vita a causa del peggioramento della crisi alimentare. Milioni di minori potrebbero essere coinvolti se non riceveranno aiuti urgenti. «Definire o meno “carestia” la crisi alimentare in corso in Yemen è irrilevante per i milioni di bambini che ogni giorno stanno soffrendo la fame e per i loro genitori che devono compiere sforzi enormi per nutrirli», dichiara Tamer Kirokolos, direttore di Save the Children in Yemen. «I nuovi dati sull’insicurezza alimentare nel Paese ci dicono che nonostante gli aiuti umanitari i bambini da tempo non riescono ad accedere alle sostanze nutritive di cui hanno bisogno, e devono fare quotidianamente i conti con la grave povertà, la fame estrema e la morte».

Secondo le stime di Save the Children, sarebbero circa 85mila i bambini sotto i 5 anni che potrebbero essere morti per fame o malattie gravi dall’inizio dell’escalation del conflitto in Yemen. «I nostri team sul campo incontrano famiglie che ci portano i propri bambini gravemente malnutriti e che non rispondono agli stimoli, nel tentativo disperato di salvarli. Non ci può essere niente di peggiore che guardare un bambino morire di fame, nello stesso momento in cui si impedisce ai beni alimentari di entrare nel Paese e le violenze ne ostacolano la distribuzione. E anche laddove vi è disponibilità di cibo, molte persone semplicemente non possono permetterselo. Medicinali e aiuti salva-vita rimangono bloccati nei porti e ai check-point e questo provoca la morte dei bambini per cause e malattie prevenibili», prosegue Kirokolos, che rivolge poi un appello a tutti i Paesi che hanno influenza sulle parti in conflitto «affinché aumentino la loro pressione per fermare questa guerra» perché «l’unico modo per interrompere la sofferenza è quello di porre fine al conflitto. In questo senso le consultazioni in Svezia rappresentano un segnale promettente».

La conferenza inter-yemenita si è conclusa il 13 dicembre scorso dopo una lunga settimana di lavori tra l’Onu, il Sultanato dell’Oman, il governo del Kuwait, la comunità internazionale, gli ambasciatori in Yemen e le delegazioni yemenite.

Foto di EPA/YAHYA ARHAB
Foto di EPA/YAHYA ARHAB

L’accordo raggiunto sul porto e la città di Hodeidah con il ritiro delle truppe e il cessate il fuoco faciliterà, secondo il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres «l’accesso umanitario e il flusso di merci alla popolazione civile»; la «comprensione reciproca per alleviare la situazione in Taizz» dovrebbe portare «all’apertura di corridoi umanitari e facilitare le operazioni di bonifica dalle mine». Nella conferenza sono stati concordati dettagli «per l’attuazione dello scambio di prigionieri» che permetterà «a migliaia di yemeniti di ricongiungersi con le loro famiglie».

In attesa del prossimo ciclo di negoziati, previsti per fine gennaio, Alia e la sua bambina Sabreen sono ricoverate nell’ospedale di Al Salakhana, nel governatorato di Hodeidah. Sono arrivate prima del cessate il fuoco, ai primi sintomi di colera. Amal Hussein è stata fortunata, Sabreen non arriverà a 7 anni.

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