Dentro l’Italia del pallone, è l’anno della rinascita

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Stadi, talenti, Europei Under 21 in programma a giugno e futuro: perché il 2019 può essere l'anno della rinascita per il nostro calcio


Qual è il calciatore italiano più pagato? Graziano Pellè. 33 anni, una vita all’estero tra Olanda e Inghilterra, professione attaccante. Curiosità: soltanto un gol in Serie A e 15 milioni l’anno allo Shandong Luneng (in Cina).

Un esilio dorato che fa riflettere: Graziano Pellè è stato l’ultimo attaccante di un’Italia capace di emozionare i tifosi. Quella di Euro 2016 out ai quarti contro la Germania ai calci di rigore. Pellè finta il cucchiaio e sbaglia, l’Italia esce tra gli applausi. Prima di implodere.

L’ANNO ZERO

Sono passati 900 giorni, ma gli azzurri sono fermi lì, al rigore di Pellè che spegne un sogno e apre gli incubi. Lui è finito in Cina, è felice, ma il nostro calcio attende il suo rinascimento definitivo. Partiamo da una data: 13 novembre 2017, Italia-Svezia. Roberto Mancini ha preso il posto di Ventura e Tavecchio non è più il presidente della FIGC (ora c’è Gravina). Il 2018 è stato un anno di studio, il 2019 dovrà essere l’anno zero.

Mancini – nuovo ct azzurro per la rinascita – lancia l’amo: «Dobbiamo cercare i nostri giovani, ci sono troppi stranieri» I dati gli danno ragione. Nella stagione 2005/06, i club di A hanno utilizzato 572 calciatori: 405 italiani (71%) e 167 stranieri (29%). Ora i numeri sono cambiati. Nel 2012/13 gli stranieri salgono a 358, mentre nel 2014/15 arriveranno addirittura a 378. Un incremento del 220% in soli 11 anni dovuto a una semplice motivazione: i costi. Ingaggi, cartellini e intermediari. Qualche esempio: Vecino, centrocampista dell’Inter, è costato un quarto di Grassi, finito al Napoli per 18 milioni. Stesso discorso per Badelj, arrivato alla Fiorentina per 5 milioni, mentre Bertolacci al Milan fu un affare da 20.

Ultimo appunto: il 23 aprile 2016, Inter-Udinese è stata la prima gara della nostra Serie A in cui non è stato schierato neanche un calciatore italiano. Ventidue stranieri in campo, da Karnezis a Nagatomo. Ma la rotta si può cambiare.

IL FUTURO

Il 16 giugno inizieranno gli Europei U21, in programma tra Italia e San Marino, mentre nel 2020 – in occasione degli Europei dei “grandi” – lo Stadio Olimpico di Roma ospiterà la gara inaugurale. Un’occasione per dimostrare che l’Italia è pronta su diversi piani. In estate la Juve ha acquistato Cristiano Ronaldo, uno dei due giocatori più forti del mondo con una “comunità social” da 800 milioni di persone, un segnale forte, come a dire: un campione tira l’altro. Investimenti, appeal, l’interesse per un campionato che negli anni ’90 non aveva eguali. Capitolo stadi: soltanto 5 club hanno impianti di proprietà (Juventus, Sassuolo, Atalanta, Frosinone e Udinese), gli altri progetti sono ancora in alto mare.

Occhio agli Europei U21 però, una bella vetrina per giovani che hanno fame: l’Italia non vince dal 2004, detiene il record di ori (5) ma Di Biagio spera di arrivare a sei. Come i suoi talenti: è il caso di Audero (portiere della Samp), Gianluca Mancini (centrale dell’Atalanta), Bastoni (difensore del Parma), Locatelli del Milan e Zaniolo della Roma. Cutrone (punta rossonera) e Kean (punta della Juve). Il futuro.

Per la Nazionale maggiore, con Mancini alla guida, nove partite nel nuovo ciclo: 3 vittorie, 4 pareggi e 2 sconfitte. Un secondo posto in Nations League che è servito almeno a mantenere la “Serie A”. E alcuni tra i talenti più promettenti: Barella, Chiesa, Bernardeschi, Donnarumma, Pellegrini, Romagnoli, fino a Sandro Tonali, classe 2000, per tutti il nuovo Pirlo. Sono passati 900 giorni dal cucchiaio mancato di Pellè, ce ne saranno ancora meno per rinascere.

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