Ungheresi in piazza: «cancelliamo la legge schiavitù e il dispotismo di Orban»

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Proseguono le proteste di piazza contro il governo Orban in Ungheria. Massimo Congiu, direttore dell'Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, ci spiega qual è la situazione a Budapest


Non si fermano le proteste contro Viktor Orban a Budapest, dove oggi c’è stata un’allarmante aggressione a due deputati dell’opposizione. I parlamentari avrebbero voluto leggere alcune delle rivendicazioni dei manifestanti davanti alle telecamere della tv di Stato: sono stati invece picchiati e sbattuti fuori dai guardiani dell’emittente. Il fatto è avvenuto all’alba del sesto giorno di mobilitazione popolare: migliaia di persone sono infatti tornate in piazza nel pomeriggio e altri otto deputati dell’opposizione sono entrati di nuovo negli studi televisivi per protesta. Hanno chiesto di parlare con i dirigenti della tv, ma anche stavolta le guardie gliel’hanno impedito. La mobilitazione di piazza contro il regime di Orban è stata innescata dalla cosiddetta ‘legge schiavista’, il provvedimento con il quale il governo di Fidesz – che ha fatto per anni della guerra agli immigrati il suo cavallo di battaglia – ha imposto una legge che prevede fino a 400 ore di straordinario in più all’anno.

Formalmente questi straordinari non sarebbero obbligatori ma facoltativi” dice ai microfoni di Reporter Nuovo Massimo Congiu, direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, che aggiunge: “I sindacati tuttavia fanno notare che se un dipendente dovesse ricevere una richiesta in tal senso, difficilmente risponderebbe in maniera negativa al datore di lavoro per paura di essere licenziato. Quindi si crea una situazione potenzialmente ricattatoria. Il primo ministro ha affermato che questa legge è stata concepita per dar modo ai lavoratori di lavorare di più e quindi di guadagnare di più. In realtà però il disegno di legge dice che le retribuzioni per questi straordinari verranno versate con grande ritardo.”

Più che l’interesse dei lavoratori, le reali motivazioni che stanno alla base della proposta fatta dal governo di Orban sarebbero legate alla situazione piuttosto complessa del mercato del lavoro in Ungheria. “Da anni c’è un problema rappresentato da una scarsità di manodopera in diversi settori. – dichiara Congiu – Questa situazione è dovuta a un’emigrazione abbastanza consistente che si è verificata soprattutto a partire dal 2009. Si stima che dalle 500.000 alle 600.000 persone sarebbero andate via, soprattutto verso la Germania e la Gran Bretagna. Inoltre, circa l’80 % di queste persone sarebbe laureata e parlerebbe più lingue. Si tratta di un’emorragia di manodopera qualificata che riguarda soprattutto il settore ospedaliero, turistico e quello meccanico. In Ungheria si trovano gli stabilimenti di tre grandi costruttori di auto come Opel, Mercedes e Audi e il governo sostiene che bisogna venire incontro alle esigenze di queste imprese.” Una situazione che a molti ricorda quella dell’Ungheria sotto la cortina di ferro, quando il regime comunista sacrificava i diritti di operai e impiegati sull’altare della competizione politica e industriale con i paesi occidentali. Oggi la situazione è invertita, con Orban che cerca di attrarre nel paese i capitali delle principali multinazionali, ma il risultato sarebbe lo stesso, ovvero il deterioramento delle condizioni di lavoro per migliaia di persone. “Recentemente ho parlato con il responsabile delle politiche europee della principale confederazione sindacale del paese – ci racconta Congiu. – Secondo lui così si ritornerebbe alla situazione degli anni ’60, quando la domenica era l’unico giorno in cui gli ungheresi erano liberi dal lavoro e la famiglia si poteva riunire.”

Le proteste in corso a Budapest non sono alimentate solo dalla riforma del codice del lavoro. A fomentare la piazza c’è anche “la mancanza di libertà accademica, e tra l’altro il trasferimento della CEU, l’Università dell’Europa Centro-Orientale, da Budapest a Vienna. Quindi gli studenti, i lavoratori e i sindacati hanno fatto causa comune”. Infine, tra le richieste più pressanti fatte dall’opposizione al governo di Orban vi è il ripristino della libertà di stampa: “Qui c’è una legge entrata in vigore nel 2012 che mette di fatto sotto il controllo del governo i media. Da allora esiste un organo che smista e controlla l’informazione. Inoltre, i giornali dell’opposizione sono stati tagliati fuori dal mercato pubblicitario, che è vitale per la loro sopravvivenza, tanto che i due principali quotidiani del paese non esistono più. Le forme di informazione più seguite in Ungheria sono diventate quindi le testate online.”

Una protesta che tuttavia stenta a decollare al di fuori della capitale. “Bisogna distinguere tra Budapest e il resto del paese – conclude Congiu – Nelle province e nei piccoli centri è particolarmente penetrante la propaganda governativa. Budapest invece, che l’unica grande città dell’Ungheria, non è mai stata una roccaforte del Fidesz. Qui infatti si trova l’opposizione più consistente al governo. Insomma, Budapest è una cosa, il resto dell’Ungheria è un’altra.”

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