«Giù le mani dalla musica di Rino Gaetano!»

Foto di ANSA/GIUSEPPE LAMI

Alessandro Gaetano, nipote del famoso cantautore, parla dell'intervento della sua famiglia contro l'uso delle canzoni di Rino da parte di varie forze politiche. «È già successo in passato. Nessuna diffida, ma ora basta». L'intervista e il difficile rapporto tra musica e politica


Musica e politica. Due mondi che si sopportano, più che convivere in pace e armonia, almeno in Italia.

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Che il rapporto tra professionisti del suono e della politica non sia troppo disteso e comunicativo è confermato dalla polemica legata alla manifestazione della Lega a Roma, lo scorso 8 dicembre. Nella playlist della giornata, gli organizzatori del raduno in Piazza del Popolo hanno inserito e utilizzato anche le note di Ma il cielo è sempre più blu, uno dei pezzi più famosi di Rino Gaetano. Due giorni dopo, Anna Gaetano e suo figlio Alessandro, rispettivamente sorella e nipote del cantautore crotonese, hanno lanciato un messaggio difficile da equivocare alla classe politica di oggi e di domani: basta usare la musica di Rino.

I precedenti

Non è la prima volta che si innesca una querelle sull’uso “politico” di canzoni senza il consenso dell’artista che le ha scritte o interpretate. Una cosa che accade spesso anche oltreoceano. Donald Trump ha dovuto rinunciare nei suoi comizi elettorali ai brani di Rolling Stones, Neil Young, Adele e Queen, contrari all’idea che la loro musica accostata all’allora candidato alla Casa Bianca potesse essere letta come un endorsement politico nei suoi confronti. Da ricordare anche il caso di Bruce Springsteen, che impedì l’impiego di Born in the USA da parte del futuro presidente Ronald Reagan nelle sue convention.

Ma non mancano casi del genere anche in Italia. «La propaganda politica stia alla larga dalle mie canzoni»: queste le parole con cui Vasco Rossi difendeva sui social C’è chi dice no, con cui Matteo Salvini pensava di accompagnare la campagna antagonista al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Anni prima anche Francesco De Gregori era stato scavalcato dalla politica, quando Viva l’Italia risuonava ai congressi del Partito Socialista Italiano con Bettino Craxi segretario. Al politico le canzoni di De Gregori piacevano così tanto da fare sue alcune parole di Viva l’Italia durante un suo intervento in Parlamento. Il cantautore rispose in musica, con La ballata dell’Uomo Ragno in cui, riferendosi a Craxi, cantava: «è solo il capobanda ma sembra un faraone/ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone/si atteggia a Mitterand ma è peggio di Nerone».

«Non si parla di frutta o verdura»

Qualche giorno fa anche la famiglia di Rino Gaetano ha deciso di far sentire la sua voce. Alessandro è uno dei tre nipoti del cantautore calabrese. Musicista, fotografo, è una delle due voci della Rino Gaetano Band. Una data fondamentale nei tour del gruppo è il Rino Gaetano Day, diventato un appuntamento fisso da 8 anni a questa parte: ogni 2 giugno a Roma il concerto omaggio dedicato all’artista porta in piazza 20mila persone.

Tua madre ha parlato di alcune accuse rivolte alla famiglia Gaetano, tacciata di sfruttare la figura e l’eredità di Rino. A che episodi si riferisce?

In generale siamo stati criticati da un certo tipo di pubblico di Rino, che non ha simpatia per la mia famiglia. Vedono Rino come un oggetto, una cosa propria, lo sentono come più di un parente. Anch’io sono fan di tanti artisti, li seguo, vado a vedere i loro concerti. Ma questo accanimento che fa parlare male della famiglia perché si è messa d’accordo con chi detiene insieme a lei i diritti d’autore non lo capisco. Come è accaduto per Ma il cielo è sempre più blu rivisitato da Molella (dj e conduttore radiofonico n.d.r.). A me non piace il prodotto finale, ma è un compromesso che abbiamo trovato con chi ci ha proposto la cosa. La scelta dipende solo in parte da noi.

La Sony Music, contitolare dei diritti sulla discografia di Rino, ha fatto ricerca su com’è permesso utilizzare la sua musica? Dopo la manifestazione in Piazza del Popolo, vi siete rivolti a loro per approfondire questo aspetto.

Non abbiamo saputo più nulla, ma va bene così. Un conto è fare una diffida vera, un conto è dire “non voglio che la politica usi i brani di Rino”. Noi non ce l’abbiamo con il mondo politico, ognuno può manifestare e dire ciò che vuole. Basta che non si usino le canzoni di Rino.

La Lega si è fatta viva dopo le vostre rimostranze?

Secondo me non gli interessa quel che è accaduto, perché comunque hanno tante cose più importanti a cui pensare. Io sto parlando di mio zio, mia madre di suo fratello, non di frutta o verdura. È un nostro parente, ci è caro. Per questo deve essere in qualche modo protetto e salvaguardato, che si tratti della sua immagine o della sua etica. So che Rino era legato a un partito negli anni ’70, ma non ha mai fatto nulla per proteggerlo.

Come immagini che tuo zio commenterebbe l’attualità politica di oggi?

Rimarrebbe inorridito, come ha sempre ben dimostrato con i suoi testi. Penso che resterebbe comunque alquanto distante e si interesserebbe ai problemi della gente. Parlava di solitudine, di estromissione, come diceva lui. Criticava la società dicendo ciò che non andava. Oggi mi pare che la storia si ripeta, come in un suo brano che dice «una ruota che gira e se ne va ma poi ritorna».

Secondo te come mai gli organizzatori del raduno hanno scelto proprio Ma il cielo è sempre più blu?

Rino è già stato utilizzato da altre forze politiche, ogni tanto qualcuno ce le segnala ma non ricordo se con lo stesso brano. Penso che vogliano in qualche modo indurre un messaggio positivo, di felicità, un buon augurio.

Un passato di amori e dissapori

Quello di Rino Gaetano sembra insomma un capitolo chiuso di contatti ricorrenti e spesso frizzanti tra musica e politica.

Ogni regola che si rispetti ha le sue eccezioni. Il caso di Povia, per esempio. Il cantautore milanese si fa poche remore a parlare di temi politici come la legge elettorale o la moneta unica, manifestando aperte simpatie di destra.

Foto di ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Foto di ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Poi ci sono le contestazioni alla politica venute da sinistra. Uno per tutti, l’ex Litfiba Piero Pelù, che dal palco del Concertone del Primo maggio nel 2014 protestava contro il bonus degli 80 euro voluto da Renzi, apostrofando l’allora presidente del Consiglio come «non-eletto» e «boy scout di Licio Gelli». Qualche mese prima, a Firenze, un’altra icona della musica italiana si era schierata su una posizione differente. Max Pezzali, lanciandosi in un elogio entusiasta, definiva lo stesso Matteo Renzi «un fuoriclasse, un cavallo di razza». Un assist inatteso per il sindaco fiorentino e segretario Pd del tempo, durante la conferenza stampa per presentare i concerti della notte di San Silvestro nel capoluogo toscano.

Alcuni famosi musicisti italiani sono anche transitati sulle spiagge della politica, locale, nazionale e europea. Non tutti conoscono la breve carriera da consigliere comunale di Luciano Ligabue nella natia Coreggio, gruppo Pci. Eletto nel 1990, il rocker ha aspettato due anni e sei sedute in Comune prima di dimettersi per dedicarsi anima e corpo alla musica. Passando per Franco Battiato, prestatosi alla giunta Crocetta nel 2012 come assessore alla Cultura della Regione Sicilia, per concludere con Iva Zanicchi, eurodeputata di Forza Italia salita alla ribalta delle polemiche per l’alto numero di assenze dalle aule del Parlamento europeo, le contaminazioni pullulano.

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