La nuova piazza di Salvini, buonsenso e sovranismo limitato

Matteo Salvini a piazza del Popolo durante la manifestazione della Lega ''L'Italia rialza la testa! Prima gli italiani! #dalle parole ai fatti'', Roma, 8 dicembre 2018. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Bandiere, striscioni, cori da stadio, messaggi d'amore e commozione per le vittime della tragedia in discoteca ad Ancona. Si è aperta così l'8 dicembre la manifestazione nazionale della Lega in Piazza del Popolo


Mentre il centro di Parigi brucia a causa degli scontri tra Gilet Jaunes e polizia, Piazza del Popolo a Roma è un tripudio di colori, bandiere, cori festosi e visi sorridenti. E’ questa l’istantanea che arriva al termine della manifestazione organizzata dalla Lega l’8 dicembre: una piazza tranquilla e animata da un popolo leghista più mite del solito, in contrapposizione al disordine e alla violenza che poco lontano tengono in scacco un’altra capitale europea. Si tratta di un’immagine forte, su cui Salvini decide di fare leva per tutta la durata del raduno. Dalla scelta delle citazioni (Martin Luther King, Giovanni Paolo II e De Gasperi), a quella delle parole chiave (educazione, famiglia, figli, tradizione, presepe), dal ringraziamento alle forze dell’ordine (“che quando manifesta la Lega sono tranquille, serene e sorridenti”) alla colonna sonora (Rino Gaetano, Vasco Rossi e Povia), ogni singolo elemento sembra appositamente studiato per sottolineare la nuova pacatezza di una manifestazione che solo tre anni fa veniva aperta da un marziale corteo di Casapound. Persino nei due slogan utilizzati come messaggi di fondo dell’evento è visibile un cambio di narrazione: il sempre presente “Prima gli italiani”, tormentone della campagna elettorale, è stato messo nettamente in ombra da un inedito “E’ l’ora del buonsenso”.

Buonsenso a cui Salvini richiama i suoi elettori (“tutto è perfettibile, abbiamo avuto solo otto mesi di tempo”), e che evoca anche nei confronti degli alleati di governo (“l’ultima cosa di cui hanno bisogno gli italiani sono nuove tasse” commenta riferendosi all’ecotassa) e di Bruxelles (“chi semina povertà raccoglie protesta” dice a proposito di quanto accade in Francia). Sembrano soprattutto le istituzioni europee, impegnate nel frattempo a discutere sulla procedura d’infrazione, le reali destinatarie del messaggio di Salvini: nonostante i toni urlati della campagna elettorale la Lega è in grado di ammansire il voto di protesta e mantenere la stabilità in Italia. Senza il “Capitano” a calmare gli animi “perché la vita è troppo bella e troppo breve per perdere tempo con l’odio”, anche l’Italia potrebbe scivolare nell’ingovernabilità o nel sovranismo decisamente meno conciliante del gruppo di Visegrad. Invece Salvini c’è e, se vuole, riesce a sviare l’attenzione della base leghista dalle tematiche più “pericolose” per canalizzarla su una generica difesa dell’identità nazionale.

Così può capitare che il ritorno alla lira venga messo in sordina dall’esaltazione delle specialità regionali (Grana Padano, prosciutto di Parma e olio extravergine) e l’uscita dall’Unione passi in secondo piano rispetto alla battaglia per il crocifisso nelle scuole. Insomma, Salvini è in grado di ricondurre alla tranquillità populismo e sovranismo, e Bruxelles farebbe bene a non estremizzare il conflitto con il governo italiano, per di più su una tematica come i decimali del deficit. Il rischio sarebbe quello di costringere il leader del Carroccio a posizioni più intransigenti, e di confermarne le parole che descrivono l’Europa come “attaccata solo allo spread e alla finanza”, e incapace “di restituire sicurezza, lavoro e dignità ai suoi cittadini“. Questo sembra essere Il messaggio tra le righe lanciato da Salvini all’establishment europeo: buonsenso chiama buonsenso.

Non è solo a Bruxelles che Salvini vuole mostrare il nuovo volto del suo partito. Sul palco sfilano ministri, sottosegretari e governatori della Lega: Giorgetti, Fontana, Bongiorno e Bussetti. Un inedito lato istituzionale che il Carroccio mette a lustro per impressionare anche fuori dal suo classico elettorato. La Lega di governo vuole essere un partito “a tiratura nazionale”, un partito responsabile che pesca a piene mani nel bacino elettorale del centro-destra e, in misura minore, dei 5 Stelle. Per poter fare breccia nei cuori di un numero sempre maggiore di italiani, la Lega ha davanti una sola via: moderare i propri toni euroscettici. Contro ogni intuito, infatti, gli italiani nel corso del 2018 hanno riacquistato fiducia nell’Ue. A dirlo è l’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, realizzato a fine novembre, secondo cui i favorevoli all’Unione sono balzati al 64% rispetto al 49% rilevato nello stesso periodo dell’anno scorso. La stima dei sostenitori italiani dell’appartenenza all’Ue rimane tuttavia al di sotto della media europea, che si attesta al 68%.

A dare un quadro più dettagliato del gradimento di Bruxelles presso il pubblico italiano è un altro sondaggio, realizzato da Ipsos a ottobre 2018. In base alla rilevazione i partiti che guardano con meno favore all’Ue sono i 5 Stelle e la Lega (i contrari all’Unione sono rispettivamente il 72% e il 77%), il più europeista risulta il PD (78% di favorevoli), mentre FI è diviso sulla questione (52% i favorevoli e 39% i contrari). Se fin qui i dati rispecchiano abbastanza bene il clima politico del paese, sull’adozione dell’Euro le posizioni diventano più sfumate. Il 61% degli intervistati propende ancora per la moneta unica e solo un 27% vorrebbe il ritorno della Lira, mentre all’interno dei due partiti euroscettici le tendenze diventano meno nette: nella Lega il 50% vorrebbe uscire dall’Euro, il 36% rimanere con la moneta unica e il 14% è indeciso. Nel caso dei 5 Stelle le percentuali sono invertite (36% per l’uscita, 56% a favore dell’Euro e 8% gli indecisi). PD e FI si schierano invece abbondantemente a favore dell’Euro (97% e 60%). Infine, rispetto all’ipotesi di un referendum sull’uscita dall’Unione, l’elettorato di Lega e 5 Stelle si dimostra ancora più spaccato: il 48% dei leghisti sarebbe per il “leave”, il 32 per il “remain”, e il 20% è indeciso. Stesso ordine di grandezze ma tendenze opposte per i 5 Stelle, con un 35% a favore dell’uscita, un 42% che voterebbe per rimanere e un 23% di indecisi. Ovviamente, PD e FI fanno registrare percentuali bulgare a favore della permanenza nell’Ue (93 e 62%). Nel complesso il sondaggio evidenzia una netta preferenza (54%) per la permanenza del paese nell’Unione, rispetto ad un potenziale divorzio (sostenuto dal 25% degli intervistati).

Numeri che, guardati nel complesso, ci raccontano di un’opinione pubblica fortemente critica nei confronti di Bruxelles e delle sue politiche economiche, ma non ancora disposta a mettere in discussione l’appartenenza dell’Italia all’Unione sia sul piano politico che su quello monetario; una prudenza che si riscontra anche nell’elettorato dei due partiti di governo. Soprattutto, numeri che l’8 dicembre assumono connotati molto umani. Ad esempio si ritrovano nelle parole di Francesca, arrivata da Bergamo per sostenere “l’unico che ha la forza per trovare un accordo con le istituzioni europee. Perché un accordo è sicuramente da trovare, per il bene dell’Italia e di tutti noi”; o di Stefano, palermitano, che auspica “una politica accomodante nei confronti dell’Europa. Piaccia o no, è un sentiero da cui non possiamo allontanarci”. “Questa non è una piazza anti-europeista” gli fa eco Daniela. Berretto con lo stemma della Calabria in testa, la ragazza si è accorta dell’intervista in corso al suo vicino e vuole dire la sua: “a me sembra che sia l’Europa ad essere anti-italiana ultimamente. Lo scopo delle politiche di Matteo non è l’uscita dell’Italia dall’Ue, è l’uscita dell’Italia dalla crisi!”

E’ solo una parte del variegato popolo sceso in piazza l’8 dicembre, da cui Salvini si congeda con frasi più altisonanti che mai: “Vi chiedo di starmi vicino, di essere uniti e avere fiducia. Cercheranno di dividere questo paese. Marciando compatti non dobbiamo avere paura di niente e di nessuno”. E dopo aver esposto il proprio manifesto per l’Europa (“Abbiamo in testa un’idea di crescita a livello nazionale ed europeo che non riguarderà i prossimi mesi ma i prossimi 50 anni. La battaglia della Lega non si ferma più all’interno dei nostri confini nazionali. Certezza, speranza, dignità e orgoglio saranno alla base del nostro modello di Comunità Europea”) il segretario della Lega chiede “il mandato di andare a trattare con l’Ue non da ministro, ma a nome di 60 milioni di italiani”. La campagna elettorale per le europee di maggio è ufficialmente aperta.

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