La vera storia del “3 per cento”

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Il "botta e risposta" tra Roma e Bruxelles sul rapporto deficit/Pil entra nel vivo con l'avvicinarsi della pronuncia definitiva della Camera sulla legge di bilancio. Ci siamo chiesti quando e come è nato il paletto del 3% che ogni anno torna ad agitare il sonno di politici ed economisti di mezza Europa, e la risposta è stata diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.


Da tradizione in Italia l’anno si conclude in un tripudio di numeri e cifre, che siano quelle della tredicesima, della tombolata natalizia o della legge di stabilità. In queste ore la trattativa tra Italia e Unione Europea sulla manovra sta entrando nella sua fase conclusiva, quella più accesa. Ancora una volta il fulcro dell’attenzione ricade sul deficit di bilancio, un parametro che indica di quanto la spesa del governo potrà superare le sue entrate durante il prossimo anno. Bruxelles chiede a Roma un ulteriore sforzo, ovvero portare l’obiettivo di deficit per il 2019 sotto il 2% del Pil a fronte del 2,4% fissato dal documento programmatico di bilancio. A sua volta Conte tiene a precisare che non sta lavorando a questo obiettivo. In base a quanto si apprende da politici e commentatori, il grande spauracchio, la regola aurea che non si deve infrangere in alcun modo, la soglia a cui non ci si può neanche avvicinare senza suscitare gli allarmi di Bruxelles, è quella del “3 per cento”, in base alla quale il nostro paese non dovrebbe avere un deficit superiore al 3 per cento del Prodotto Interno Lordo. Ma come nasce questo vincolo che oggi condiziona l’attività di governo molto più del rapporto debito/Pil al 60% e che si riflette in maniera tangibile sulla vita quotidiana dei cittadini? Nel rispondere a questa domanda verrebbe automatico pensare a un’equipe di super tecnici riuniti attorno a un tavolo a Bruxelles con bilanci alla mano, studi di macroeconomia e analisi di finanza pubblica internazionale. Niente di tutto questo, la regola del 3% non è nata da uno studio mirato ma da circostanze contingenti.

Dopo la vittoria alle elezioni francesi del 1981, il presidente socialista Mitterand e il suo governo furono chiamati a realizzare le costose promesse che avevano fatto ai francesi durante la campagna elettorale. Come risultato il deficit passò da 50 a 95 miliardi di franchi. Nacque quindi la necessità di contenere l’avanzo di bilancio e evitare il crescere di spese “pazze”, obiettivo per cui Mitterand si rivolse a due giovani esperti dell’Ensae che avevano una formazione economica: Roland de Villepin e Guy Abeille. Vide così la luce per la prima volta il paletto del 3% rispetto al Pil, nato però, per stessa ammissione di Abeille, senza una vera e propria base scientifica: «Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica. Abbiamo stabilito la cifra del 3 per cento in meno di un’ora – rivela l’economista al quotidiano francese le Parisien – E’ nata su un tavolo, senza alcuna riflessione teorica. Mitterand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Il tre è un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità”.

Nel dicembre del 1991 quella regola, che informalmente dettò legge in Francia per tutti gli anni 80, venne estesa anche al contesto europeo. A Maastricht, in sede di definizione dei parametri a cui gli stati avrebbero dovuto conformarsi per aspirare ad entrare nella Comunità Economica Europea, che allora era ancora un progetto che esisteva solo su carta, la regola del 3% venne sbandierata dai francesi come esempio virtuoso, e accettata dai tedeschi, a cui faceva comodo avere un certo livello di autonomia per sostenere le spese dell’unificazione. Insomma, la regola del 3%, l’incubo di ogni politico, è un’eredità storica nata in un momento ben delimitato sia sul piano temporale che geografico. Nel 1991 un trattato ha reso la sua applicazione universale, ma non per forza la sua efficacia.

 

Angelo Berchicci

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