(S) consigli musicali per l’estate

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Perché l'estate è il momento migliore per riscoprire la musica classica


Nel 1955 Simone de Beauvoir pubblicò un saggio intitolato Dobbiamo bruciare Sade? in cui prendeva le difese del divino marchese, da molti accusato di produrre una forma degenerata di arte, non all’altezza, offensiva, da mettere al rogo.

Il 13 luglio uscirà l’ultimo singolo di Fabio Rovazzi dal titolo Faccio quello che voglio uscito in polemica -e questa è forse la vera notizia- con Fedez. Contemporaneamente in testa a tutte le hit parade delle canzoni più vendute campeggiano Irama, Biondo e Riki, tutti usciti da quella fucina di talenti postmoderni che è Amici. Questo paragone iniziale, solo apparentemente improprio, può essere utile per spingere ad una riflessione sul valore della musica contemporanea. Poiché con l’approssimarsi dell’estate ci vediamo bombardati da tutti i più disparati suoni e canzoni valide per una stagione sola e poi, probabilmente, dimenticate. Sono in molti a domandarsi se l’assoluto predominio del pop sia il segno di un inevitabile decadimento dell’essenza artistica della musica o quantomeno, volendo essere generosi, dei gusti musicali del pubblico.

Sarebbe facile mettere a paragone gli artisti summenzionati con anche uno solo dei giganti della musica sinfonica, e ancor più facile sarebbe metterli a confronto su una scala di valori universalmente condivisi. In questo caso non dovremmo bruciare solo Rovazzi, ma anche Fedez, Biondo, Riki e i cantanti della musica trap, tutti aggrappati ad una pira in un gigantesco rogo collettivo. Un intento pericoloso e totalmente inutile, soprattutto considerando il caldo estivo. I melomani farebbero meglio, su questo punto, a rassegnarsi, considerando che quando cambiano i tempi, oltre a cambiare il modo di concepire la realtà, cambia anche la concezione che si ha di ciò che è arte. Altro punto questo su cui ci si potrebbe immergere in estenuati riflessioni intellettuali, tra Jean Baudrillard e Walter Benjamin, da leggere e rileggere ma non sotto l’ombrellone.

Se la morte dell’arte è la sua riproducibilità, allora oggi viviamo in una landa di morte. Probabilmente. Non è necessario tuttavia essere così drastici. Basterebbe riscoprire, anche solo tra una hit e l’altra, quei suoni che hanno consegnato lo spirito alle nazioni, formando l’identità di un continente intero. Perché la musica è probabilmente la più elevata delle invenzioni umane. Può allietare l’animo e dare pace allo spirito, non solo far saltare sulla spiaggia. In quest’epoca di assoluta fluidità, dove niente rimane per davvero, dovremmo seriamente riscoprire quella musica che da molti secoli non solo esiste, ma ha contribuito alla nascita e alla crescita dell’identità culturale di noi tutti.

Quindi quest’estate, ma anche quest’autunno, tra una hit e l’altra mettiamo anche una sonata per violino di Schubert, un notturno di Chopin, una suite per clavicembalo di Bach. Riscoprire l’arte in un mondo dove tutto scorre è un modo per ritrovare la propria identità, cristallizzarla in una melodia che non è mai solo una melodia.

È una cura per l’anima, un palliativo per l’essere. La musica classica va oltre le classifiche, supera le stagioni e resta nello spirito di chi la ascolta, elevandolo. Oggi probabilmente non esistono arti di serie A di serie B, solo arti che restano e non restano. Con buona pace del pop.

E poi chissà che effetto produrrebbe mescolare assieme Rovazzi e Chopin? Di sicuro divertente. Con buona pace dei melomani.

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