San Ferdinando, migranti scendono in piazza dopo la morte di Soumaila

Un momento della protesta dei migranti lavoratori agricoli dopo l'omicidio di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni, a San Ferdinando (Reggio Calabria), 4 giugno 2018. ANSA/ MARCO COSTANTINO

In risposta all'uccisione del 29enne maliano l'Unione Sindacale di Base ha indetto una giornata di sciopero tra i braccianti e organizzato un corteo per le strade di San Ferdinando. «Siamo qui per lavorare ma ci ammazzano come animali».


Mattinata tesa a San Ferdinando, dove centinaia di migranti, per lo più braccianti, hanno formato un corteo per protestare contro l’uccisione del 29enne Soumaila Sacko, ma anche contro lo sfruttamento nei campi e contro le condizioni di vita nella vicina tendopoli. Il ragazzo, originario del Mali, è stato assassinato a colpi di fucile sabato sera, mentre assieme a tre connazionali, rimasti feriti nella sparatoria, tentava di portar via delle lamiere da una fabbrica abbandonata a San Calogero, vicino Rosarno. «Chiediamo giustizia. Soumaila Sacko era padre di una bambina di 5 anni e aveva una moglie in Mali», queste le parole dei braccianti che si sono riversati per le strade di San Ferdinando in seguito allo sciopero indetto dall’unione sindacale di base (Usb), di cui il ragazzo era attivista. Una delegazione è stata ricevuta in Comune dal sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, e dal questore vicario della Questura di Reggio Calabria, Gaetano Cravana. «Vogliamo un incontro con il ministro del Lavoro, con il Prefetto, i sindaci del territorio, la Regione per avviare insieme un progetto di accoglienza che superi le tendopoli e favorisca gli insediamenti abitativi», hanno affermato migranti e sindacalisti. I dimostranti hanno anche lamentato di non avere da due giorni l’acqua nella tendopoli allestita nell’agosto scorso dalla Protezione Civile regionale, in cui risiedeva anche il giovane maliano.
Le autorità hanno assicurato la trasparenza sulle indagini in corso. «Capiamo il vostro dolore – hanno detto Tripodi e Cravana alla delegazione di migranti – e vi assicuriamo che le indagini saranno trasparenti qualunque sia la motivazione per la quale l’autore dell’omicidio abbia sparato. Ma non è con altra violenza che risolviamo i problemi. Veicoleremo le vostre richieste al Prefetto di Reggio Calabria e vi assicuriamo che tutte le decisioni sulla tendopoli verranno condivise». Una risposta che tuttavia è stata ritenuta insoddisfacente da molti dimostranti. Mentre la delegazione sedeva al tavolo con le istituzioni, fuori dal Comune numerosi braccianti hanno lamentato la sostanziale indifferenza dello Stato e delle autorità locali nei confronti della piaga del caporalato e delle condizioni di vita nelle baraccopoli. «Noi siamo qui per lavorare. Ma ci ammazzano come animali, ci picchiano, ci maltrattano solo perché siamo africani, e nessuno fa niente», è il grido di rabbia, e di dolore, di un giovanissimo bracciante raccolto da Repubblica. «Se Soumaila è morto è perché c’è chi pensa e dice che siamo solo animali – affermano altri – ma senza il nostro lavoro la Piana è ferma, nei campi non lavora nessuno». Tra la folla spuntano anche frasi dirette al neo-ministro dell’Interno Matteo Salvini. «La pacchia è finita per lui – ha dichiarato Aboubakar Soumahoro, dirigente del sindacato autonomo Usb – Per noi la pacchia non è mai esistita, per noi esiste il lavoro». Anche la Coldiretti ha preso posizione sulla questione: «Accertare le responsabilità è importante, ma non basta. Bisogna lavorare sul piano strutturale per migliorare le condizioni di vita e lavoro dei migranti», ha dichiarato in un comunicato l’associazione degli agricoltori, che ha chiesto di sostituire alla «logica del ghetto» quello della «dignitosa ospitalità per i lavoratori».

Gli inquirenti non formulano al momento un’ipotesi precisa sulla dinamica dell’accaduto, ma le prime indiscrezioni escluderebbero la la matrice razzista e condurrebbero invece alla criminalità organizzata: Soumalia potrebbe aver pagato un’intrusione in un territorio, quello dell’ex-fornace «La Tranquilla», probabilmente controllato da un clan malavitoso. «Siamo partiti a piedi dalla tendopoli e giunti sul posto avevamo fatto in tempo a recuperare tre lamiere quando qualcuno è arrivato a bordo di una Fiat Panda vecchio modello e ci ha sparato addosso», ha raccontato uno dei due sopravvissuti, ferito alla gamba. I tre migranti sono stati soccorsi dal 118 ma Sacko, colpito alla testa, è morto nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Reggio Calabria.

Non è il primo episodio del genere che vede protagonista l’area a cavallo tra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria, in un clima teso in tema di immigrazione, dove all’esempio virtuoso di Riace si contrappone la tendopoli di Rosarno, terra franca da cui attingono i caporali per cercare chi lavora nei campi. La notte del 7 gennaio 2010 i migranti impiegati nei campi della piana di Gioia Tauro scesero in piazza a Rosarno per protestare contro il ferimento di uno di loro, a cui qualcuno per gioco aveva sparato con un fucile ad aria compressa, ferendolo al braccio. Presto il corteo si trasformò in una manifestazione di rabbia senza controllo: auto danneggiate, cassonetti dati alle fiamme e qualche sasso lanciato contro le vetrine fu l’esito di quella giornata di protesta, animata da centinaia di migranti stanchi di essere picchiati e derubati, di essere sfruttati nei campi e costretti a vivere come bestie in edifici fatiscenti. La mattina successiva alla «rivolta di Rosarno» si scatenò la caccia al migrante. Gruppi di cittadini inferociti, determinati a «mettere ordine» e a farsi giustizia da sé, si avviarono verso la baraccopoli, dove si verificarono numerosi casi di risse, pestaggi e rifugi dati alle fiamme, con le forze dell’ordine che impiegarono giorni per riportare la situazione alla normalità.

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