Dai pop corn alla scissione, in morte del Pd

Italian Prime Minister Paolo Gentiloni (R) with Secretary of Italian party 'Partito Democratico' (PD / Democratic Party), Matteo Renzi, attend an electoral meeting in Rome, Italy, 27 February 2018.
ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/TIBERIO BARCHIELLI
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L'analisi: i dem dopo il 4 marzo hanno deciso di stare all'opposizione, ma rimangono sotto il 20%. Sarà Carlo Calenda l'homo novus del centrosinistra?


Più che di Pd, in questi quasi tre mesi di caos elettorale, si potrebbe parlare di PdPc, Partito dei Pop Corn, per rifarci a un retroscena che La Stampa ha attribuito a Matteo Renzi. In altre parole: Lega e M5S fanno un disastro e noi stiamo a guardare, godendoci l’harakiri dei populisti, neanche fossimo al cinema. La verità è un po’ diversa: il Partito Democratico sta implodendo, facendo storia a sé rispetto al confronto fra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il Quirinale.

E noi rimaniamo a guardare

Nei progetti dei vertici dem, il partito avrebbe dovuto rimanere fuori dalle trattative per Palazzo Chigi, nell’ottica del mors tua vita mea, sfruttando il previsto insuccesso di Lega e M5S e sperando di alzare le percentuali dei sondaggi, che vedono il Pd ancora sotto il 20%. Un mese fa, quando si attendeva la Direzione per decidere se accettare l’offerta pentastellata, Matteo Renzi – ospite il 29 aprile di Fabio Fazio a Che tempo che fa – bruciava il partito e dettava la linea, pur essendo segretario dimissionario ormai dal 5 marzo: «Mai con i 5 Stelle». L’ex premier ribadiva la linea presa all’indomani del fallimento alle urne: qualunque governo nasca, noi rimarremo all’opposizione.

I rapporti con il Colle

«Noi abbiamo confermato al presidente della Repubblica piena fiducia nella sua iniziativa che supporteremo fino in fondo», spiegava il segretario reggente Maurizio Martina il 7 maggio. Ma, anche senza minacce di impeachment o discorsi come quelli di Matteo Salvini domenica sera, la relazione d’amorosi sensi fra il Pd e Sergio Mattarella è da tempo complicata, fin da quando – dopo le fallite trattative del presidente della Camera Roberto Fico – il Capo dello Stato spiegava che il centrosinistra «non era pervenuto».
Lunedì, mentre Carlo Cottarelli usciva senza novità dal Quirinale, il capogruppo al Senato Andrea Marcucci dettava la linea dei dem: «Noi chiediamo immediatamente lo scioglimento per andare a elezioni: vogliamo la verifica». E questo, oltreché la replica del capogruppo leghista Gian Marco Centinaio «diventerete come i panda, sempre di meno», ha causato l’irritazione del Colle. Mattarella dal 4 marzo fa di tutto per evitare il ritorno alle urne in tempi brevi, ossia prima dell’approvazione della legge di bilancio, unico antidoto all’aumento dell’Iva. Il Pd, poi, ha deciso di astenersi alla eventuale fiducia al governo Cottarelli, mettendo l’esecutivo (e di conseguenza il Quirinale) nella paradossale situazione di non ottenere il via libera da nessuno.

Calenda, il montiano «salvatore» del Pd

Se la figura di Matteo Renzi sembra passare in secondo piano, tra i dem è il ministro uscente allo Sviluppo Economico Carlo Calenda a farsi spazio. Con un passato alla Ferrari di Luca Cordero di Montezemolo e tra i quadri di Confindustria, il 45enne romano proveniente dalla fu Scelta Civica di Mario Monti ha fatto parte – in qualità di viceministro e poi di ministro – dei governi Letta, Renzi e Gentiloni, e si è iscritto al Pd subito dopo la disfatta elettorale. Nonostante, almeno pubblicamente, la linea dem sia sempre dettata da Renzi, Calenda in breve tempo sta facendo innamorare molti membri del partito.

Scissione in arrivo?

Calenda, neoiscritto al Pd, vuole davvero creare una forza politica nuova? Sembra un paradosso, l’ultimo episodio di una telenovela politica degna del surrealismo di Luis Buñuel, ma è la realtà. «Ora la gravità della situazione è evidente», ha spiegato Calenda, quindi «dobbiamo costruire un fronte repubblicano molto ampio» contro quelli che Renzi, autoproclamatosi «mediano» di questa operazione, ha definito «sfascisti». Servono quindi, continua il ministro uscente intervistato dal Corriere, «un simbolo diverso e una lista unica, coinvolgendo tutte quelle forze della società civile e tutti quei movimenti politici che vogliono unirsi per salvare il Paese dal sovranismo anarcoide (?, ndr) di Di Maio e Salvini». A capo di questa creatura ci sarà Paolo Gentiloni, con Calenda «in prima fila al suo fianco». Si deve tornare al voto per decidere «se l’Italia vuole restare in Europa o finire in Africa».

Il centrosinistra negli ultimi 25 anni

Dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, all’immutabile Berlusconi a sinistra ci si è schierati con vari nomi: dall’Alleanza dei Progressisti nel 1994 all’Ulivo, dalla Margherita all’Unione, per poi arrivare al Partito Democratico nel 2008. Dieci anni dopo anche il Pd sembra essere giunto al tramonto. Porterà a una svolta? Dipende se i quadri dem vogliono continuare il trend degli ultimi 25 anni, quando al cambio di nome e di simbolo è corrisposta una totale permanenza di modalità e protagonisti. Tant’è che il centrosinistra il 4 marzo il peggior risultato di sempre, ed è difficile pensare che se si fosse chiamato Fronte Repubblicano o qualcosa del genere il risultato sarebbe stato diverso.

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