La morte annunciata di Arkadi Babchenko

EPA/SERGEY NUZHNENKO

Dato per morto, poi riapparso; la foto che lo ritraeva cadavere rivelata falsa. La morte del giornalista russo Arkadi Babchenko sarebbe stata una messinscena ordita dai servizi per sventare il piano realmente esistente del suo assassinio, che secondo gli ucraini avrebbe mandanti a Mosca


«Non ci fu mai morte più annunciata di questa». Basta questa frase di un celebre romanzo di Gabriel Garcia Marquez a raccontare la storia di Arkadi Babchenko, ex militare e giornalista di cui le autorità ucraine hanno finto la morte in mondovisione il 29 maggio scorso, prima di smentirla con un coup de théâtre il giorno successivo. Come in Cronaca di una morte annunciata, l’annuncio pubblico dell’omicidio di un uomo viene usato per evitare che avvenga davvero. A differenza del romanzo del premio nobel colombiano, però, alla fine di questa storia il bersaglio dell’omicidio è ancora vivo.

I fatti sono noti. Fin troppo, si potrebbe pensare. La mattina di martedì 29 maggio la polizia di Kiev rende noto alla stampa l’omicidio di un giornalista, freddato da tre colpi di arma da fuoco alla schiena sul pianerottolo di casa. A scoprire il corpo riverso in una pozza di sangue è stata la moglie, e ad avvalorare le dichiarazioni viene fatta circolare una foto del cadavere ancora fresco.

1687

Chi è Arkadi Babchenko? L’opinione pubblica di tutto il mondo scopre la sua storia. Russo di 41 anni, prima di fare il giornalista Babchenko è stato un militare. Si arruola nell’esercito a 18 anni, nel 1995, e partecipa a entrambe le guerre di Cecenia nei ranghi russi. Nel 2000 abbandona la carriera militare, riprende gli studi, laureandosi in diritto internazionale a Mosca, e comincia a collaborare come reporter di guerra prima per il Moskoski Kosmolets, poi per diverse altre testate, fino ad approdare alla testata liberal e anti-putiniana Novaja Gazeta, che ha già visto sei dei suoi giornalisti assassinati in circostanze oscure. Babchenko segue per la Gazeta la guerra dell’Ossezia del Sud del 2008, senza ovviamente risparmiare critiche alla presidenza di Vladimir Putin. La sua figura risulta indubbiamente scomoda al regime, tanto che nel 2012 viene incriminato per «incitamento alla rivolta» (la base ufficiale dell’imputazione sono alcuni post pubblicati su Facebook) e per sfuggire all’arresto abbandona il paese con la sua famiglia, trasferendosi prima a Praga, poi in Israele e infine nella capitale ucraina, dove riprende il lavoro di giornalista collaborando con il canale tv ATR.

Com’è noto, il suo nome fa il giro del mondo il 29 maggio, quando tutti i media raccontano la storia di un altro dissidente russo ucciso per mandato del regime di Vladimir Putin. Soltanto che la vicenda è una montatura dei servizi segreti ucraini (lo Sbu). Il giorno dopo, infatti, Arckadi Babchenko riappare improvvisamente, il volto sereno, nel mezzo di una conferenza stampa convocata per dare nuove informazioni sul caso della sua morte. Accanto a lui, il capo dello Sbu e il procuratore generale Yuriy Lutsenko.

La conferenza stampa offre non uno, ma due colpi di scena. Non c’è solo la riapparizione di Babchenko, ma anche il fatto che il capo dei servizi e il procuratore generale raccontino per filo e per segno, e senza apparenti reticenze, fatti, cause e ragioni, fornendo di fatto la chiave di lettura della vicenda. Nei mesi precedenti i servizi ucraini avrebbero intercettato un’operazione coperta dei servizi russi finalizzata all’assassinio del giornalista. I russi, in particolare, avrebbero fatto ricorso a un «mediatore» ucraino che, in forza di un budget di 40 mila dollari, avrebbe avuto il compito di individuare la persona più adatta a commettere l’assassinio. La scelta sarebbe ricaduta su un ex membro delle forze armate ucraine, il quale, però, dopo aver incassato un anticipo di 15.000 dollari si sarebbe pentito e spifferando tutto al Sbu. È a questo punto che gli ucraini hanno l’idea per prendere le redini del gioco e ribaltarne gli esiti: mettono in scena la morte di Babchenko per far sì che l’intermediario creda a un’operazione andata a buon fine e contatti di nuovo il militare, cadendo nella trappola dei servizi, che lo avrebbero arrestato per strada, stando a un video fatto circolare ieri da un media locale. E Arkadi? Nella conferenza stampa del suo grande ritorno ha dichiarato di aver accettato di prestarsi alla messinscena perché «non c’era alternativa» per salvarsi la vita, e si è poi scusato con la moglie per averla tenuta all’oscuro e ingannata (fingendosi morto di fronte ai suoi occhi, stando alla ricostruzione).

Tutto chiarito, allora? Il paradosso è che, conoscendo il contesto e i suoi attori, proprio l’estrema limpidezza della vicenda non può non destare qualche sospetto sulla verità della versione di Arkadi. Tuttavia, anche al netto di una verità che potrà essere in futuro smentita, nella lettura di questa vicenda vanno tenuti presente almeno due livelli di interpretazione. Innanzitutto ciò che è più evidente, e cioè che questa storia di spie ha almeno un tratto molto anomalo: quello di essere completamente mediatizzata. Se la storia assomiglia a un film non è tanto per via della trama (certamente ingegnosa, ma forse non così cervellotica, comparata con altre storie vere di spie), ma proprio per ilfatto di essere stata pubblicamente «annunciata», anzi broadcasted. E proprio il ruolo dei media è stato cruciale per far sì che la trappola contro i potenziali omicidi di Arkadi scattasse.

21661242_0

Da qui nasce il secondo livello di lettura, che resta interrogativo: perché Arkadi Babchenko si è prestato a questo gioco? Come mai ha accettato di passare da essere da oggetto di oscure trame di servizi segreti (russi) ad artefice di una macchinazione orchestrata da altri servizi segreti (ucraini)? Da più parti si comincia a fare questa domanda, interrogando l’etica e la deontologia giornalistiche. La voce più autorevole in questo senso è stata quella di Reporter senza frontiere, che attraverso il suo segretario generale, Christophe Deloire, ha detto che «La riapparizione del giornalista è un grandissimo sollievo, ma è triste e deplorevole il fatto che i servizi ucraini abbiano giocato con la verità. Era proprio necessario ricorrere a questo stratagemma? Niente può giustificare la messinscena della morte di un giornalista». Sì, perché se in questa i media hanno un ruolo centrale, la chiave di tutto è di fatto un artifici, una fake news: la foto fatta circolare del corpo di Babchenko riverso a terra in un lago di sangue, rilanciata su tutti i canali. Per un giorno quella foto è stata un documento; il giorno dopo è diventata un falso. Con la complicità (giustificata, ma giustificabile?) di un giornalista, ovvero di qualcuno che di mestiere lavora per la verità. Sappiamo però che questa idea è una pura astrazione: quello che la storia di Babchenko ci ricorda è che anche i media e i suoi attori non sono esclusi dell’eterna battaglia politica per il potere e per l’influenza, trasparente o coperta che sia.

condividi