Il piano di carta

Una veduta del campo nomadi di via dei Gordiani a Roma, 31 ottobre 2013. Il ministro per l'Integrazione, Cecile Kyenge, durante una visita al campo nomadi di via dei Gordiani, ha detto che ''la sfida più grande è definire lo status giuridico'' delle persone che vivono nei campi rom ''perché risolverebbe il problema nell'immediato e per le generazioni del futuro: queste persone non hanno accesso ai servizi''. 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

A un anno dall'annuncio del "Piano rom" della giunta Raggi, l'Associazione 21 luglio denuncia l'inefficacia di un progetto «sconnesso dalla realtà e condannato al fallimento»


«Un piano scritto a tavolino chiusi in una stanza», così ieri, in Campidoglio, l’Associazione 21 luglio si è espressa sul “Piano rom” varato dal comune di Roma, presentando i risultati del monitoraggio dei primi dodici mesi del progetto. L’associazione, onlus che non riceve finanziamenti pubblici, dal 2010 osserva le condizioni di persone in stato di segregazione estrema tutelandone i diritti, e denuncia la presenza, nella capitale, di 6.900 persone rom che vivono in emergenza abitativa tra villaggi attrezzati, campi tollerati e insediamenti informali.

I primi, denominati dalla passata amministrazione «villaggi della solidarietà», sono campi recintati, con abitazioni prevalentemente composte da container, mentre i campi tollerati sono insediamenti storici, costruiti dalle passate amministrazioni e poi privati nel corso degli anni di alcuni servizi essenziali. Gli insediamenti informali, infine, sono i cosiddetti campi abusivi, composti da materiale di risulta o tende e abitati quasi esclusivamente da persone rom di cittadinanza rumena. A Roma sono presenti 17 campi tra quelli attrezzati e tollerati, e 300 informali, abitati da circa 1.200 persone: il progetto dell’amministrazione pentastellata mira ad intervenire su undici dei diciassette “formali”.

ANSA/ANGELO CARCONI
ANSA/ANGELO CARCONI

 

Il piano della giunta Raggi

Esattamente un anno fa la sindaca di Roma Virginia Raggi dichiarava che il superamento dei campi rom sarebbe diventato «finalmente realtà, per riportare Roma in Europa» risolvendo le condizioni di segregazione abitativa che hanno più volte messo la capitale sotto la lente di Bruxelles, e a rischio di sanzione. Il piano si prefigge, entro il 2020, il superamento dei campi di La barbuta nell’ottavo municipio, di Monachina nel diciottesimo, e di Camping river nel quindicesimo. In pillole, il progetto prevede il sostegno economico alle famiglie, fino a un massimo di 800 euro per non più di due anni, per procurarsi autonomamente, sul mercato immobiliare privato, un’altra soluzione abitativa che gli permetta di uscire dal ghetto del campo. Per quanto riguarda la scolarizzazione il piano mira a «evitare quanto più possibile azioni di assistenzialismo e ad avviare un processo di responsabilizzazione nei confronti dei genitori», portando nella sostanza all’interruzione dei servizi di scuolabus, ad eccezione delle zone giudicate più periferiche. Sul fronte dell’occupazione, infine, il progetto prevede «l’organizzazione di corsi di formazione finalizzati alla conduzione in autonomia di realtà imprenditoriali», e la regolarizzazione di attività quali: «il riciclaggio di metallo, mercatini dell’artigianato, riciclaggio di rifiuti».

Le critiche al progetto

Per l’associazione 21 luglio il piano della sindaca Raggi sconta prima di tutto lo «scollegamento con la realtà». Il report parte dai numeri e sottolinea come soltanto undici campi fra quelli presenti nella capitale siano stati considerati nel progetto, escludendo in partenza il 35% della popolazione rom presente nel territorio. Alla sconnessione con la realtà su cui si vuole intervenire si aggiunge, denuncia l’associazione, la mancanza di dialogo con il settore e quindi l’incapacità di reperire partecipanti ai bandi. Nel caso del progetto per il campo di Monachina, soltanto la Croce Rossa si è presentata, mentre per quanto riguarda La barbuta il bando è andato a vuoto. Per la onlus le colpe vanno ricercate nella progettazione fumosa, che non fa chiaro riferimento ai tempi di azione e alle coperture economiche: l’intero piano prevede inoltre solo finanziamenti europei, non certi nella loro assegnazione ed elargiti con lunghissime tempistiche. Attualmente i fondi europei utilizzati dal Comune sono quelli ottenuti dalla precedente giunta Marino.

ANSA / Chiara Acampora
ANSA / Chiara Acampora

 

Emblematico dell’inadeguatezza del piano è il caso del Camping river, la cui chiusura era stata fissata al 30 settembre 2017. Oggi, per «la difficoltà oggettiva di attuare il Piano, una volta calato nel contesto reale», si legge nel report, il campo è ancora aperto, ma le condizioni di vita al suo interno sono visibilmente peggiorate. L’unico cambiamento all’orizzonte è la rimozione, fissata al 15 giugno, delle abitazioni mobili, sfrattando cento famiglie che verranno lasciate all’addiaccio.

Il documento denuncia come dall’inizio del cosiddetto «Piano di carta» del Comune sono stati spesi 875mila euro per condurre 28 sgomberi, ai danni di circa 700 persone, in violazione delle procedure previste dall’Onu. A peggiorare non è soltanto la situazione abitativa, ma anche quella scolastica: nell’anno 2017-2018 il numero dei minori rom, presenti negli insediamenti informali e iscritti alla scuola dell’obbligo è drasticamente sceso a 1025, contro i circa 2000 registrati negli ultimi dieci anni, sebbene il calo fosse già iniziato durante la giunta Marino. L’associazione sottolinea poi come il sostegno economico di ottocento euro per famiglie composte anche da otto membri, costrette a scontrarsi con l’ostilità del mercato immobiliare privato e la mancanza di un contratto di lavoro, rende la soluzione abitativa alquanto fragile, e puntualizza come i corsi di formazione occupazionale non superino i confini dei mestieri «considerati tipici del popolo rom», come il riciclaggio e l’artigianato.

«Il Piano rom, pur rappresentando il primo tentativo reale di chiusura degli insediamenti romani, non tiene in alcun modo conto della specifica realtà presente. Il risultato delle azioni prodotte è un boomerang con esiti opposti rispetto alle intenzioni iniziali» ha riassunto Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio.

 

 

 

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