Stati Uniti: dazi in vista per le auto straniere

EPA/JIM LO SCALZO

Donald Trump ha disposto un’indagine sulla politica doganale relativa all’importazione di auto straniere, per stabilire il suo impatto con la sicurezza nazionale. Come è accaduto per l’alluminio, si teme un innalzamento dei dazi al 25% anche per il settore dell’auto. In borsa calano i titoli dei marchi automobilistici europei



Quella che è passata alle cronache come la «guerra commerciale» di Donald Trump contro il resto del mondo ha aperto ieri un nuovo fronte. Dopo l’imposizione dei dazi sull’importazione di alluminio, già in vigore per la Cina e sospesi fino al 1 giugno per l’Europa, il presidente americano si ha incaricato il segretario del commercio Wilbur Ross di avviare un’inchiesta sulle tariffe doganali di importazione delle auto negli Stati Uniti. L’obiettivo: valutare l’impatto dei tassi attuali sull’economia americana e stabilire se il mantenimento di questa politica costituisca un rischio per l’economia e la sicurezza nazionale.

L’avvio di un’inchiesta è di fatto la prima tappa verso la revisione dei dazi sul settore, e segue la falsariga di quanto già fatto con l’alluminio.

 

Il rischio credibile dell’innalzamento dei dazi sulle auto straniere

C’è dunque da aspettarsi la possibilità di un innalzamento delle tariffe, che potrebbe arrivare fino al 25%: un salasso per le case automobilistiche che esportano negli States. In Italia il settore rappresenta 12% dell’esportazione verso gli USA, per una cifra che nel 2016 si attestava sui 4,5 miliardi di euro, secondo i dati del Centro studi Unimpresa. A tedeschi e francesi va proporzionalmente peggio: proprio l’anno scorso gli States avevano scalzato Parigi nel primato di esportazione, e sono diventati il primo mercato per l’export tedesco con un volume d’affari di quasi 114 miliardi di euro.

Le borse europee hanno reagito male, come prevedibile, alla notizia arrivato nella notte: i titoli automobilistici registrano cali medi del 2%. In apertura l’indice di settore Dj Stoxx è stato di gran lunga il peggiore in Europa (-1,5%), con i titoli dei costruttori tedeschi Bmw (-2,8%), Porsche (-2,6%) e Volkswagen (-2,2%) tra i più venduti. Fa eccezione il gruppo FCA, che non dovrebbe subire grandi contraccolpi dall’innalzamento dei dazi perché produce già parte del suo parco auto negli Stati Uniti.

 

Qual è la connessione tra politica doganale e sicurezza nazionale

Il quadro di queste decisioni sui dazi è stabilito dal Trade expansion act del 1962: una legge emanata dal Congresso americano per conferire alla Casa Bianca il mandato di negoziare direttamente gli accordi commerciali di import-export senza l’obbligo di passare per il parlamento. Presidente, allora, era John Fitzgerald Kennedy, e l’intenzione era alleggerire il carico dei dazi sulle importazioni e avviare quindi una politica di apertura al mercato mondiale. Il Trade expansion act nasce infatti per aprire la strada al cosiddetto Kennedy Round, ovvero alla quarta ondata di revisione, tra il 1964 e il 1967, del General Agreemeent on Tariffs and Trade (GATT), l’accordo multilaterale firmato da 23 Paesi nel 1947 che poneva le basi della liberalizzazione del commercio mondiale. Una costola fondamentale dell’assetto economico del mondo stabilito con Bretton Woods.

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Ma il Trade Expansion Act è innanzitutto una legge degli Stati Uniti, perciò la sua priorità è, ovviamente, tutelare gli interessi americani. A questo serve il Titolo 4 della legge, dedicato alla «Sicurezza Nazionale», e in particolare l’articolo, 232, commi a-d, in cui si stabilisce l’obbligo di valutare l’impatto tra le modifiche della politica doganale e il «benessere della Nazione». Recita la legge: il presidente ha l’obbligo di «riconoscere la stretta relazione tra benessere e sicurezza nazionale». È necessario, insomma, assicurarsi che l’apertura ai prodotti esteri non provochi la perdita di posti di lavoro, la riduzione degli investimenti sul territorio e la diminuzione per lo Stato degli introiti derivanti da imposte. È in questo senso che l’indebolimento dell’economia rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale.Schermata 2018-05-24 alle 11.07.41

A Donald Trump non serve altro per imprimere la sua svolta alla politica economica statunitense, a partire dalla questione delle dogane. Basti guardare al decreto sull’alluminio, firmato dal presidente il 27 aprile 2017, dove le formule del Trade Expansion Act sono riprese fedelmente. Dai tempi di Kennedy, però, ne è passata di acqua sotto i ponti. E, se lo strumento legislativo rimane lo stesso, le intenzioni hanno cambiato di segno. Quella che nasceva come un’iniziativa mirata  all’apertura al mondo, oggi serve a reintrodurre elementi di protezionismo nell’economia statunitense.

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