Tutti i dubbi del presidente

ANSA

Il presidente della Repubblica prende tempo dopo la presentazione di Conte a possibile presidente del Consiglio. Cruciale nella riflessione l'effettivo ruolo del futuro premier


E infine fu Sergio Mattarella a fermarsi per riflettere. I palazzi del potere, mai come in questi giorni, sembrano essersi tramutati in un gigantesco pensatoio.

Prima erano Luigi Di Maio e Matteo Salvini a chiedere incessantemente al presidente della Repubblica continue pause riflessive. Oggi, dopo la presentazione di Giuseppe Conte come ultimo, vero candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, approvato dopo lunghe tribolazioni da entrambi i vertici della nuova santa alleanza tra 5 Stelle e Lega, Mattarella ha chiesto di fermarsi per ponderare la possibilità di affidare o meno l’incarico al soggetto finalmente individuato. La riflessione non verrà tuttavia operata in solitaria. Ad accompagnare i turbinosi pensieri di Mattarella saranno i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, convocati per condividere valutazioni e commentare i (pochi) passi avanti fatti.

Di certo non si può dire che quella del Quirinale sia una posizione facile. Molti sono i nodi da sciogliere, pesanti i dubbi da chiarire. In primis la possibilità effettiva di nominare capo dell’esecutivo un soggetto completamente estraneo alla politica, soprattutto a quelle forze politiche che hanno ottenuto il responso elettorale più ragguardevole alle ultime elezioni. Nonostante le rassicurazioni di Di Maio sul fatto che Conte sia «Uno di noi», Mattarella sa bene che una nomina di questo tipo farebbe ripiombare sul paese (e su quell’elettorato stanco e deluso che ha fatto la fortuna dei partiti vincitori) l’ombra nefasta dell’ennesimo governo tecnico. Sarebbe il quinto premier non espresso della volontà popolare. Troppi forse. Benché infatti non venga scelto direttamente dagli elettori dovrebbe, comunque, essere l’araldo della forza politica vincitrice delle elezioni.

Che succede però se le elezioni non le vince nessuno come in questo caso? Il presidente del Consiglio diventa il frutto di un accordo, il figlio di un compromesso tra forze molto discordanti tra loro. Ma in questo caso chi rappresenterebbe? A quale elettorato risponderebbe? Quello leghista? Quello pentastellato? O, come teme Mattarella, sarebbe il mero esecutore dell’ennesimo patto siglato in stanze chiuse? Il problema è che nessuno dei due «dioscuri» sembra intenzionato, per motivi vari e complessi, primo fra tutti una drammatica carenza di autorevolezza di cui probabilmente i diretti interessati sono ben consapevoli, ad assumere in prima persona l’incarico di guida di governo.

A turbare i pensieri di Mattarella è, soprattutto, proprio la questione della rappresentatività. Perché, in effetti, l’esecutivo che sta per nascere ha una natura talmente ibrida da far scervellare qualunque costituzionalista. Tecnico ma non tecnico. Anzi tecnico con una spruzzata di politica, guidato da un uomo che fino a due giorni fa nessuno conosceva e i cui effettivi poteri sarebbero pesantemente condizionati dai soci di maggioranza

E poi c’è il «contratto di governo». Quello strano innesto di flat tax e reddito di cittadinanza, tra grillismo e federalismo, protezionismo ed elemosina sociale. Se Conte dovesse diventare premier cosa annuncerebbe alle Camere il giorno del suo insediamento? Leggerebbe, riga per riga, clausola dopo clausola, i punti di un contratto stipulato da altri senza che lui possa nemmeno obbiettarne la validità giuridica (onta insostenibile per un civilista quale lui è)? Si farebbe portatore di valori e idee politiche che magari non condivide? Nelle aziende l’amministratore delegato ha poteri autonomi, dirige l’impresa in autonomia pur rappresentando i soci che lo nominano. Nell’azienda-governo gialloverde pare che invece i soci abbiano già previsto tutto quello che dovrà essere fatto punto per punto. E come la mettiamo con l’articolo 95 della Costituzione che garantisce i (pochi) poteri di indirizzo e coordinazione del presidente del Consiglio? Lo inseriranno in una postilla a margine? E se fosse incoronato capo di governo accetterà con altrettanta passività la squadra di ministri ipotizzati da Di Maio e Salvini visto che, Costituzione alla mano, è il capo dell’Esecutivo a presentare al Quirinale l’elenco dei ministri?

Troppe domande. Troppo gravi gli interrogativi. Il presidente della Repubblica, giurista anch’esso peraltro, tira il fiato per un attimo e riflette. I pensieri lo assillano, tra realismo e senso di responsabilità. A tormentarlo i moniti dell’Europa e l’incertezza, la fine della stabilità delle istituzioni. Dove prima c’era fretta ora regna una calma inquieta. Improvvisamente, Mattarella si immerge nella riflessione.

Troppi gli interessi, troppo pericolose le conseguenze di una scelta affrettata.

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