È sfida sul governo tra Salvini e Di Maio

Il Leader della lega Nord, Matteo Salvini ospite della trasmissione condotta da Bruno Vespa 'Porta a Porta', Roma,  27 marzo 2018. NASA/ MASSIMO PERCOSSI

Salta il piano M5S-Lega dopo i primi timidi corteggiamenti avvenuti nelle scorse settimane. Oggi si eleggono i capigruppo e i questori.


La premiership e il ruolo di Silvio Berlusconi: sono i due nodi da sciogliere nei prossimi cinque giorni, quando comincerà il primo giro di consultazioni per la formazione del governo. Se Salvini e Di Maio si erano timidamente corteggiati nelle scorse settimane, le cose sono già cambiate.

In un post sul Blog dei cinque stelle Di Maio aveva rivendicato Palazzo Chigi “non per questioni personali” ma perché “il premier dev’essere espressione della volontà popolare”. Anche perché il 17% degli italiani ha votato Salvini ma il 32% ha messo la x sul Movimento Cinque Stelle.

Non si è fatta attendere la risposta del leader del Carroccio, che negli studi di Porta a Porta ha detto di non essere disposto ad accettare veti sulla premiership e sulla presenza di Forza Italia nella formazione dell’esecutivo. A lanciare la provocazione al Movimento Cinque Stelle si è aggiunto Gianluca Giorgetti: “Se vuole Di Maio può chiedere al Pd che, magari, gli riconosce il ruolo di Presidente del Consiglio…La vedo molto dura, ma mai dire mai”, ha ribadito il regista della Lega.

Sull’indisponibilità di accettare eventuali esclusioni di Forza Italia si è espresso anche il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani che in un’intervista al Corriere della Sera si è detto disposto ad assumere il ruolo di vice di Berlusconi. “Non esiste il centrodestra senza FI. Perché quel 14% preso è parte essenziale e costitutiva della coalizione che ha vinto le elezioni”.

Il ruolo di Silvio Berlusconi nelle imminenti consultazioni ha finito per incrinare il dialogo tra la Lega e il Movimento. “Roberto Fico è stato eletto con due terzi dei voti, pur mancandone una sessantina da Forza Italia” ha fatto notare Di Maio, quasi a voler indicare che la coalizione di centrodestra è tutt’altro che compatta.

Così da più parti è trapelata l’ipotesi che il ruvido scontro con la Lega abbia portato i cinque stelle a sondare il terreno nell’area Pd, come la Dc negli anni Sessanta, guardando a sinistra e a destra, in quella che venne ribattezzata la “politica dei due forni”.

In uno scenario così incerto e pieno di sospetti, si eleggono tra oggi e domani i vice presidenti e i questori. Intanto il Partito Democratico sembra essersi incrinato a causa della nomina di Graziano Delrio a capogruppo della Camera. “Alla faccia della collegialità” è il lamento di chi rimprovera a Martina di aver evitato il confronto preventivo con Rosato e Orfini. “È un segnale sulla via di un maggiore dialogo”, ha detto invece Orlando, visto che il nome di Delrio non sembrerebbe troppo divisivo.

di Lidia Sirna

 

 

 

 

 

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